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Serena Bianca De Matteis

For the Love of all Creatures

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Per chi scrive

Il Manifesto del Self-Publishing

14 Settembre 2015 by Serena 26 commenti

Dovevo pubblicare mercoledì (e infatti pubblicherò mercoledì, comincerò una serie sul marketing). Ma poi non ho resistito a questa piccola “edizione straordinaria”. Perché finalmente la signora Orna Ross, presidente dell’ ALLi, ha pubblicato quattro interessanti parole che ogni autore autopubblicato dovrebbe almeno leggersi. Per rifletterci su. Mettersi al lavoro. E tirare su la testa

Trovate qui di seguito la traduzione in italiano. Buon lunedì 🙂

Self-Publishing

Un manifesto per gli autori in self-publishing

Io  sottoscritto dichiaro:
Che mai rinuncerò alle migliori opportunità di pubblicazione per gli autori e non permetterò l’industria editoriale di rinnegare le proprie responsabilità verso scrittori e lettori.
Pubblico i migliori libri di cui sono capace. Prima di farlo, ho imparato a soddisfare gli standard della pubblicazione industriale nella progettazione, formattazione, produzione, marketing e promozione del mio libro, e in seguito ho pensato a come spingermi in modo creativo oltre questi limiti. Nel fare del mio meglio, mi do anche il permesso di commettere errori, fallire, riprovare e «fallire meglio».
Pubblico in tutti i formati e sul maggior numero di piattaforme in cui mi sia possibile, a mio vantaggio e a vantaggio della salute economica del settore nel suo complesso.
Riconosco che il successo dell’autore e della pubblicazione dipende dal digitale, e che la tecnologia POD (Print On Demand, n.d.r.) e la distribuzione nelle librerie fisiche non consente ancora ai self-publisher vendite profittevoli nel cartaceo (tranne forse nelle edizioni Premium, vendute direttamente on-line). Rivolgo, pertanto, la mia attenzione in primo luogo agli ebooks e subito dopo agli audiolibri, fino al momento in cui la tecnologia della stampa e le possibilità di distribuzione serviranno al meglio gli autori autopubblicati. Ritengo che la stampa potrebbe, per il momento, essere più utilmente trattata come un diritto secondario (da cedere a un editore tradizionale, modello Howey, n.d.r. )
Non chiedo a nessuno il permesso di pubblicare, né una pacca sulla spalla, né un contratto che offende le mie competenze e il pubblico dei lettori. Invece, pongo domande sul modo in cui i servizi editoriali a pagamento e gli editori commerciali potrebbero meglio sostenere gli autori e servire i lettori.
Riconosco che sono più agile e più vicino al lettore di ogni altro operatore del settore. Comprendo che ciò mi dà più potere di qualsiasi altra parte in causa individuale nel mercato editoriale (anche se solo nel caso in cui io questo potere me lo prenda). Posso permettermi di essere tollerante verso coloro che si sentono minacciati dal self-publishing. Posso permettermi, più di chiunque altro, di ripensare il “libro”, e che cosa significhi “pubblicare” e “essere un editore”.

Sono orgoglioso del mio status di autore auto-pubblicato.

Porto questo orgoglio in tutti i miei rapporti con gli altri professionisti dell’editoria, per il mio vantaggio e quella di altri autori e lettori.

I grassetti sono miei. E ora, a voi la parola.

Archiviato in:Blog, Per chi scrive, Self Publishing Contrassegnato con: Autore2.0, Hugh Howey, Joanna Penn, Motivazione, Orna Ross, Porter Anderson, Self Publishing. Pubblicare un libro

Elogio del nostro lavoro (sì, il “day job”)

2 Settembre 2015 by Serena 21 commenti

È pratica comune tra gli scrittori non professionisti (ma gli “scrittori professionisti” esistono ancora?) lamentarsi del proprio lavoro “vero”. Quel lavoro

frustrante, che non soddisfa le mie aspirazioni, che mi mortifica, che mi toglie il tempo per scrivere.

Chi non c’è cascato almeno una volta, inclusa la sottoscritta? Siamo in tanti a sognare di vivere di scrittura, ma è il caso di tornare con i piedi per terra. Le superstar sono una percentuale ridicola, rispetto a tutti coloro che scrivono, e mettere insieme anche solo un modesto stipendio da impiegato esclusivamente vendendo la propria produzione letteraria è un’impresa tra il titanico e l’impossibile.

(Non dico che non si possa vivere con la scrittura, ma non può essere esclusivamente quella. Ne parleremo meglio in un altro post.)

Ma ammesso  e non concesso che fosse possibile, in un mercato ristretto e saturo come quello italiano, vivere di sola scrittura, sei proprio sicuro che vorresti scrivere tutto il giorno? Perché un conto è scrivere per il piacere di farlo; tutt’altra cosa è esserci costretti per portare a casa la pagnotta. Vorresti essere, che ne so, Camilleri o Eco o uno dei pochi scrittori italiani che han già venduto il loro ultimo libro ancora prima di pubblicarlo? Beh, anch’io vorrei essere Claudia Schiffer. Come diceva un mio amico toscano, “Sognare l’è bello e ‘un hosta nulla”.

Sono appena rientrata dopo le ferie, e le mie vacanze sono state molto belle, lo ammetto. Prima che la beatitudine svanisca e il delirio ricominci per davvero, permettetemi di fare ammenda di certi mugugni passati e di pubblicare, come è giusto che sia, un

Elogio del “day job”, e cioè il lavoro che ti paga i conti

(se sei J.K. Rowling o Stephen King o John Grisham o Hugh Howey o Amanda Hocking, non serve che continui a leggere)

  • Il mio lavoro mi permette di scrivere.

Sembra un controsenso, vero? Sto fuori di casa almeno dieci ore al giorno (ho una pausa pranzo lunga). Sono dieci ore che, sommate a quelle per dormire, mangiare, occuparsi della famiglia, dell’igiene personale e delle incombenze domestiche, di spazio per la scrittura ne lasciano ben poco. Eppure, queste dieci ore di lavoro che c’entrano poco con le mie passioni mi regalano una certa tranquillità economica, e quindi una predisposizione mentale favorevole alla creatività. Mi dicono dalla regia che con la pancia vuota non si ha molta voglia né di scrivere storie, né di leggerle né di usare il cervello: prima si deve mangiare. Lo so, con ‘sti chiari di luna nessuno può dirsi veramente tranquillo. Ma per adesso è così, e speriamo che duri.

Un altro modo in cui il mio lavoro mi permette di scrivere è che mi regala la pausa pranzo. Sono certa che se fossi a casa mi metterei a stirare, riordinare le bollette o togliere il ciarpame dalla cantina o *inserire lavoro palloso che continuate a rimandare, cosa che vi fa sentire in colpa da morire*.

  • Il mio lavoro mi aiuta a mantenere la salute fisica.

Questa ve la devo spiegare. Lo sapete che sono in macchina varie ore al giorno, e che quando non sono in macchina sono al PC. Eppure c’è di peggio. Recentemente ho letto un articolo sul sito di Joanna Penn che descriveva una serie di problematiche cui vanno incontro le persone che scrivono molto. Alcuni autori sono stati costretti a ridurre le ore di scrittura a un paio al giorno a causa di tendiniti, sindrome del tunnel carpale, problemi cervicali, disturbi causati dalla postura… Considerato quanto io sia incapace di autoregolarmi quando scrivo, sarei ridotta ad uno straccio!

  • Il mio lavoro mi aiuta a mantenere l’equilibrio.

Più di uno studio – vedi per esempio questo qui – dimostra che gli scrittori sono una categoria ad altissimo rischio di depressione e altri disturbi dell’umore. Vi risparmio la lista degli scrittori morti suicidi, l’intento era quello di consolare! Pare che l’area del cervello che viene sollecitata quando si scrive in modo creativo sia la stessa che si attiva quando si elaborano pensieri complessi. La vita già di per sé fornisce abbondanti motivi per deprimersi, anche senza scrivere,e se in più si passano troppe ore al giorno soli con i propri personaggi… Ahia. Siamo dei geni, sì 😛 ma ad alto rischio di scoppiare.

Come si cura la depressione? Prima di tutto con un serio aiuto professionale. E poi uscendo, facendo movimento, esponendosi alla luce, praticando attività manuali e interagendo socialmente. In altre parole, lavorando!

(N.B.: mai sofferto di depressione, che io ricordi. Ma non sono nemmeno mai stata tutto il giorno chiusa in casa a scrivere per lunghi periodi).

  • Il mio lavoro accresce le mie competenze.

Sono nel settore marketing/commerciale da diversi anni. Grazie a questo ruolo ho frequentato corsi, sviluppato abilità, appreso tecniche e mi sono tenuta, volente o nolente, al passo con la tecnologia. Se non facessi il lavoro che faccio, sarei molto più indifesa nell’affrontare la pubblicazione Indie, e me ne rendo conto in modo particolare quando mi confronto con altri autori che hanno meno anni di attività alle spalle, oppure non hanno idea della… jungla che c’è là fuori. Comunque altri lavori e altre attività portano altre competenze, che non avremmo se passassimo le giornate in casa attaccati a un PC. Ogni attività è una finestra sul mondo, che porta nuovo materiale per le nostre storie.

  • Il mio lavoro mi ha regalato, e mi regala, innumerevoli occasioni di incontro.

Questa è proprio una peculiarità della mia attività. Vedo almeno quattro clienti ogni giorno, e in più ci sono i colleghi, il cameriere del ristorante, il benzinaio… Non mi posso certo lamentare che mi manchi il contatto con le persone. E voi sapete quanto questo sia fondamentale per nutrire la nostra scrittura, in particolare la capacità di creare personaggi “vivi”. A me una volta è addirittura successo di incontrare una mia personaggiA in carne ed ossa… e sono quasi cascata a terra quando, poco dopo, ho conosciuto il marito, che assomigliava in modo impressionante al compagno che le avevo dato nella mia storia!

  • In conclusione…

Nonostante gli inevitabili incazzi, qualche frustrazione, le giornate no, la pressione verso gli obiettivi, ho imparato a essere grata per il mio lavoro. Cerco di onorarlo, di svolgerlo bene, al meglio delle mie possibilità. Quando riesco, ci ficco dentro qualche competenza acquisita grazie alla mia passione per la lettura e la scrittura. Quando è proprio impossibile, non importa: il bicchiere è molto più che mezzo pieno. Speriamo che duri.

Non significa che non mi piacerebbe fare il colpaccio, eh. E non significa nemmeno che dalle mie parti sia tutto rose e fiori. Proprio per niente. Ma cerco di essere equilibrata e positiva, finché è possibile.

E voi? Che rapporto avete con il vostro “day job”?

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La prima stesura, la revisione e l’ago nel pagliaio

26 Agosto 2015 by Serena 28 commenti

Prima stesura Cristallo
…e lì rimase

Il 12 giugno mia madre ha ritirato in copisteria la stampa rilegata della prima versione di «Cristallo». Mi credete se vi dico che da quel giorno non sono più riuscita a riprenderla in mano? Sorge un sospetto. Forse inconsciamente sapevo che…

«Il mio romanzo è ‘na palla.»

Così esordisco nella mia telefonata alla Erica, la mia amica/editor/compagna di merende, santa donna, che come ogni santo che si rispetti dovrebbe avere una chiesa dedicata e una casella nel calendario. O almeno una via. Via Santa Erica degli Autori Disperati. La chiamo dal baretto in spiaggia nel quale mi sono rifugiata, sfuggendo alla famiglia e all’appiccicume della crema solare, per lavorare una mezz’ora alla mia prima stesura.
«’na palla in che senso?» replica senza scomporsi.
«Boh, ‘na palla. E se mi rompo le scatole io, a leggerlo, figurati un lettore…»
Pausa di silenzio.
«Non è che hai scritto una storia drammatica?»
Ci penso un momento. Non saprei. I temi sono spessi, questo sì, e la storia non è comica. Ma si piange già abbastanza, nella vita, e io nella mia storia voglio un raggio di sole. La voglio seria, sì. Drammatica, no. Menosa, meno che meno.Quindi mmmgnò, diciamo di no. Non voglio scrivere una storia drammatica, e se l’ho scritta non era mia intenzione. Sigh.

Non sono disperata, però. Ho in mente uno straccio di soluzione. Devo alleggerire, ma come? Una nuova linea narrativa? Inserire un nuovo tema? Uso i personaggi secondari?
Il problema, spiego a Erica, è che non ce la faccio più a sopportare le menate di Anna. Per i non-milanesi: la menata sarebbe, tipo, una pippa mentale. Anna, poverina, ha preso una scuffia ossessiva per un tizio non esattamente raccomandabile. Poi ha qualche altro problemino, il che le dà tutto il diritto di farsi qualche menata. Ma ragazzi, se io che sono la sua mamma sono stufa di sentirla…
«Ti serve un comic relief!»
Eggià.

E perché non ci ho pensato io?

Perchè?
Pecchè? Eh?

Avete presente «Il Re Leone» di Disney? È una storia piuttosto spessa. Un giovane leone si auto-esilia dal suo branco, convinto di essere colpevole della morte del padre. Una storia di crescita, vendetta e riscatto.
…in un film per bambini?
Certo. Intanto, i bambini sono bambini, non stupidi in miniatura. E poi basta infilarci Timon, Pumba e anche Rafiki, che cura le menate di Simba a mazzate in testa,

Rafiki e Simba
Il passato è passato!

e la storia diventa subito digeribile. Non solo digeribile, ma bella, pure (anche se sticavoli, io non mi sono ancora ripresa dalla morte di Mufasa).
Forse anche le mia Anna ha bisogno di qualche mazzata terapeutica?
Erica improvvisa, butta lì una scena che mi provoca nel cervello uno spettacolo di fuochi d’artificio che neanche il 4 luglio. Nel pomeriggio, appena riesco a rimettere le mani sul mio PC, apro Scapple, faccio doppio click proprio nel centro dello schermo e scrivo un nome. E nel pieno del suo fulgore, signore e signori, mi si presenta…

Non ve lo dico.

Mica vi posso raccontare proprio tutto, no? Però posso dirvi che ho riempito un’altra mappa mentale con vita, morte e miracoli di questo nuovo personaggio, che ha cominciato a parlare e pare non abbia alcuna intenzione di tacere. Almeno per il momento. Quanto a me, ho sperimentato quella sorta di beatitudine scrittoria che ti prende quando, come per magia, tutti i pezzi vanno al loro posto e l’immagine da frammentaria diventa chiara, unica. Una volta tanto.
Pochi giorni dopo ho terminato  la rilettura in questa nuova ottica e adesso vi posso dire che no, il romanzo non è una palla.

O magari lo è. Ma se non altro adesso posso dire con certezza che esiste, sulla faccia della terra, almeno un lettore a cui piace da morire.
Io.

Che cosa ho imparato da questa faccenda

  • La revisione può essere dolorosa. Non è bello scoprire che nella tua creatura c’è qualcosa che non va. Vale anche per i romanzi.
  • La revisione può essere dolorosa, ma non è una tragedia. Anne Lamott, nel suo «Bird by Bird», dice che bisogna accettare di scrivere «shitty first drafts». Prime stesure che, ehm, puzzano un po’. Poi bisogna mettersi i guanti, infilarci le mani e cominciare a pulire. Se siete sicuri che la vostra prima bozza va bene così e non siete Lee Child, potreste avere un problema.
    Esiste la possibilità che la storia sia irrecuperabile? Ovvio che sì. Ma per stavolta non ne parliamo.
  • Serve un altro paio d’occhi per guardare la propria storia. E devono appartenere a qualcun altro. Lo abbiamo già detto quelle dieci-dodicimila volte che l’editing professionale è necessario, vero? Lo ripetiamo. Soprattutto se pubblicate in self, non potete farne a meno, rassegnatevi. Se non potete permettervelo, trovate almeno dei lettori beta, una professoressa di italiano in pensione, la zia secchiona, quello che volete. Ma chiedete a qualcuno di guardare la vostra storia e di dirvi onestamente cosa ne pensa.
    In una fase precedente all’editing, oltre al paio d’occhi aiuta molto anche una spalla su cui piangere. Io la telefonata con Erica ve l’ho sintetizzata, ma è stata più lunga di così. Quando abbiamo messo giù ho incominciato a scrivere la causa di beatificazione.
  • Non si finisce mai di imparare. Anzi, credo si impari veramente solo facendo, e in particolare quando sbatti il muso in un ostacolo e cerchi il modo di andare avanti. Bisogna continuare a studiare, perché tendiamo a fermare lo sguardo su certi aspetti e ci perdiamo il resto. Ma ogni volta che si puntano i riflettori su un aspetto della scrittura, si scopre che le sfaccettature sono molteplici, gli esempi innumerevoli, gli usi variegati. Bisogna ricordarlo e non smettere mai di studiare. E scrivere, tanto.

La morale della favola

Lavorando a «Cristallo» ho l’impressione di cercare un ago in un pagliaio. È una faticaccia, un lavoro improbo che qualche volta comporta lo spostamento di una pagliuzza alla volta. Ci sono momenti in cui un raggio di sole colpisce l’ago, che scintilla e si fa vedere. Qualche volta sembra perfino d’oro. Allora riparto alla ricerca, con entusiasmo, con l’illusione di essere vicina alla meta, più certa e innamorata di prima.

Il mio prossimo romanzo, Cristallo

Vi è mai successo di trovare un problema in una vostra storia, e risolverlo in un modo di cui siete piuttosto fieri?

Post Scriptum. A proposito di scuffie ossessive, ma raccontate da dio, non potete perdervi questo libro qui.

Archiviato in:Blog, Per chi scrive Contrassegnato con: a writer's journey, Comic Relief, Cristallo, Diario di Cristallo, Editing, Editor, Erica, Revisione, Scrivere un romanzo, Writing Life

Mappe mentali, le tue idee in libertà

19 Agosto 2015 by Serena 14 commenti

Noi scribacchini abbiamo tutti delle fissazioni, giusto? Come ben sapete, io ho il pallino di Scrivener, ma è ora di confessare la mia seconda mania, sempre made in Literature&Latte. Che poi è figlia di un’altra mania: quella di cominciare le mie riflessioni, creative e non, su uno schermo bianco, lasciando le idee libere di seguire la strada che preferiscono. Le mappe mentali servono a me, non a loro.

Scapple

Scapple - Header

Tra i software per mappe mentali lo metto per primo e senza esitazioni. Ma che cos’è esattamente Scapple? Semplice: è un altro bambino prodigio del genio che ha creato Scrivener, Keith Blount. Scapple, essendone il fratellino minore,

  • è perfettamente integrato con Scrivener: le mappe mentali si possono importare, esportare e convertire in vari formati;
  • ha la stessa flessibilità di Scrivener. Pur avendo molte funzioni interessanti e potenzialità (quasi) infinite, siete voi a decidere quali e quante usarne e come, a vostro gusto.

Il mio consiglio, però, è di perdere un po’ di tempo sul tutorial, per entrambi i programmi, e imparare bene a sfruttarli. Se no è come avere in garage una Ferrari e rifiutarsi di farla correre.

In questi giorni di vacanza sto scrivendo il mio piano marketing e sto usando, appunto, il sistema delle mappe mentali. Mi viene estremamente semplice aprire una mappa vuota, scrivere l’argomento di cui mi sto occupando al centro dello schermo, rifletterci su a ruota libera e annotare tutto ciò che mi passa per la testa. Quando mi sembra di avere finito, dispongo i contenuti gerarchicamente secondo la logica più utile in quel momento. Ho una mappa organizzata in ordine cronologico – attività dalla più alla meno urgente – e un’altra divisa in aree tematiche. Il principio è che nella prima fase ci butto dentro di tutto, inclusa roba che so di dover cancellare in seguito. Ma così sono sicura di non perdermi niente per strada.

Mappa mentale Social Media
Un pezzetto del mio piano marketing

Ho utilizzato le mappe mentali anche per (tentare di) risolvere un problema del romanzo. Ma di questo vi parlerò molto presto in un articolo a parte. Per farla breve, ho dovuto inserire un nuovo personaggio: quindo ho aperto una mappa nuova, ho scritto un nome al centro, nei colori che più gli si addicevano, e ho cominciato a buttar giù tutto quello che “vedevo”.

Scapple, come Scrivener, è anche molto elegante. Una volta che avete formattato le note come preferite, potete salvare le impostazioni ed esportarle in nuove note. Preciso che il programma usa il termine «notes», appunti, e non «mind maps», mappe mentali.

Per il mio piano marketing avrei potuto usare Powerpoint o anche Scrivener stesso, ma io sono sempre stata una studente “visuale”. Le mappe hanno di bello che sono molto leggibili e si possono stampare e appendere in giro, come promemoria o stimolo (a proposito, cari Autori 2.0, avete già scritto il vostro piano marketing?).
Scapple non è gratuito, ma costa solo 14,99 USD. Si può scaricare la versione di prova, che ha tutte le funzionalità e dura per trenta giornate di utilizzo effettivo (cioè, se lo usate una volta al mese vi dura trenta mesi, se lo usate tutti i giorni vi dura trenta giorni). Io ho ancora qualche giorno di prova da sfruttare, ma alla fine acquisterò senza pensarci due volte. Perché mi sono innamorata, e al cuor non si comanda.

XMind

Se Scapple è l’amore della mia vita, XMind è l’amante ufficiale. Mentre Scapple brilla per flessibilità e possibilità di personalizzazione, XMind è un po’ più rigido; in compenso, offre una serie di bellissimi modelli preformattati e, esaminandoli, vi fate praticamente un piccolo corso di marketing gratuito. Lo trovo più “accademico” di Scapple, ma più rapido ed efficiente se dovete solo prepararvi per esporre dei concetti. E infatti io lo utilizzo per preparare le mappe mentali del Laboratorio di Scrittura.

La Storia e le sue Parti
Introduzione alla struttura in tre atti

XMind ha una versione gratuita che dura per sempre e che a me è più che sufficiente. Ma, fissata come sono per i software di scrittura – anche quelli per la lista della spesa – stavo per comprarmi la versione Pro. Che costa 73 Euro, sigh, ma vi porta anche il caffè. Diciamo che se per vivere facessi l’insegnante invece che la venditrice-markettara , lo comprerei senza pensarci due volte. Un difetto: Xmind non si esporta facilmente. Per trasferirlo comodamente in ogni formato dovete avere la versione Pro. Se no, si può fare ma bisogna un po’ adattarsi.

MindMup

E questo è il mio terzo favorito. Che oltre all’interfaccia piacevole, all’agilità e alla facilità di esportazione delle mappe, ha la pregevole caratteristica di essere online e quindi accessibile da tutti i vostri dispositivi.

Perché non uso questo, visto che è così meritevole? Principalmente perché niente batte la flessibilità di Scapple, e in questo momento per me è più importante la flessibilità di utilizzo piuttosto che la portabilità. Non ho sempre una connessione disponibile e lavoro molto con Scrivener, quindi per gli altri software è un battaglia persa fin dall’inizio. Ma MindMup è eccezionale, e vi piacerà in modo particolare se conoscete e utilizzate i principali sistemi di cloud storage, come Dropbox e Google Drive. Da provare, senza ombra di dubbio.

Una citazione doverosa: Freemind

Logo Freemind

Questo è un programma che io ho abbandonato per alcuni piccoli – non solo miei – problemi di usabilità. Per esempio, lo spostamento delle varie parti della mappa non è immediato come in altre interfaccia utente. Ma visto che parliamo di mappe mentali non posso non citarvelo, e si tratta in ogni caso di un ottimo programma: voi potreste trovarvi meglio di me, quindi vi consiglierei in ogni caso di provarlo.

È un software open source – come Open Office o LibreOffice, per capirci – estremamente diffuso, che ha un grosso merito: al contrario di quel che succede, per esempio, in XMind, le mappe in Freemind si esportano molto facilmente in pdf e nei principali formati immagine. Io non lo uso più, ma se non volete spendere è un’ottima alternativa. Se leggete l’inglese, non perdetevi l’articolo di Wikipedia che ne illustra i pregi.

E voi? Usate le mappe mentali? Le create su PC o alla vecchia maniera, con carta e penna?

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Gli obiettivi S.M.A.R.T. di uno scrittore

29 Luglio 2015 by Serena 29 commenti

Loro sì che centrano l’obiettivo.

Tra le cose imparate in tanti anni di marketing e azienda, ce n’è una che mi piace in modo particolare, perché la trovo utile e applicabile a tutti gli aspetti della mia vita. E perché non alla scrittura? Sto parlando del concetto di obiettivi SMART, anzi, S.M.A.R.T., che sicuramente avete già incontrato in mille e un articolo in giro per il Web. Perché lo tiro fuori qui, in un blog per scrittori, all’alba del 29 luglio, in una Milano sopravvissuta a Caronte ma ancora boccheggiante per il caldo?

Ve lo spiego tra un attimo. Prima facciamo un piccolo ripasso del significato dell’acronimo S.M.A.R.T. .

Come sapete, smart in inglese significa intelligente, brillante, però anche [Leggi di più…] infoGli obiettivi S.M.A.R.T. di uno scrittore

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Chi sono i tuoi lettori?

22 Luglio 2015 by Serena 37 commenti

Il testo che segue è la traduzione di questo articolo di Wendy Lawton, agente e vicepresidente dell’agenzia letteraria Books & Such. E casca proprio a fagiolo con quanto si diceva qui.

Il problema delle “tribù”

Seth Godin ci ha costretti a riflettere sulle nostre “tribù” nel suo libro omonimo. La nostra tribù è formata da coloro che guidiamo o che si radunano attorno a noi. Autori e aspiranti autori vengono continuamente incoraggiati a cominciare a radunare la propria tribù. E io sono assolutamente d’accordo. Sta diventando sempre più raro far sì che un editore prenda in considerazione il manoscritto di un autore senza voler prima quantificare la sua tribù o “piattaforma”.

E così potreste chiedere: ma dov’è il problema? Prima di dirvelo, permettetemi di farvi qualche esempio. [Leggi di più…] infoChi sono i tuoi lettori?

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