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Serena Bianca De Matteis

For the Love of all Creatures

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Motivazione

Di ghiaccio, libri e Scrittori con la Z maiuscola

16 Dicembre 2017 by Serena 12 commenti

Fiera del Libro

Vendere narrativa – o anche solo farsi leggere – non è un lavoro facile.

Non è come vendere il ghiaccio agli esquimesi: è molto peggio. È più, tipo, come andare al Polo Nord, mettere giù un banchetto e proporre il ghiaccio a pochissimo, anzi due spiccioli, anzi lo si regali pure. Nel mentre, alzi gli occhi e ti accorgi che di banchetti ce ne sono a centinaia, anzi a migliaia, e tutti offrono ghiaccio. Ci sono anche degli Aspiranti Venditori che non hanno voglia – giustamente – di aprire il proprio banchetto e arrangiarsi come possono, e quindi si rivolgono al Grande Venditore di Ghiaccio. Tutti si chiedono come faccia costui a sopravvivere, visto che ormai gli esquimesi si sono Non devi pagare per pubblicare un libro.aggiustati, vivono in case prefabbricate e il ghiaccio gli serve solo per il Martini. Di fatto però il GVdG è ancora lì e allora gli AV si mettono in fila e gli chiedono se per favore non vorrebbe fare lui da tramite con gli esquimesi. Se il GVdG risponde “OK, il tuo ghiaccio lo prendo io, forse ci posso guadagnare qualcosa”, L’AV ha un orgasmo.  Multiplo.

Poi ci sono altri tizi che dicono all’Aspirante Venditore “dammi un po’ dei tuoi soldi – possibilmente tanti – e in cambio ti insegno come vendere il tuo ghiaccio da solo! Migliaia e migliaia di cubetti!” Ma se perdi tre minuti a fare un controllino, scopri che ‘sti qua che vogliono insegnare hanno, al loro attivo, solo la vendita di una granita. Che attualmente si trova al trecentomillesimo posto nella Grande  Classifica Generale dei Venditori di Ghiaccio.

Il panorama qui al Polo è, appunto, coperto di ghiaccio. Abbastanza desolante.

Sono iscritta a un’associazione americana di scrittrici  e ricevo una volta la settimana una newsletter, sempre molto interessante. Di solito devo accontentarmi di scorrere i titoli – perché non ho tempo di andare in bagno, figurarsi di leggere le newsletter – ma una delle ultime edizioni mi ha costretta a fermarmi e a prestare attenzione alla segnalazione di questo articolo, del quale vi consiglio la lettura. Il pezzo viene introdotto così:

Doomed To Fail.

“Here’s the sad truth: most people who write a book will never get it published, half the writers who are published won’t see a second book in print, and most books published are never reprinted. What’s more, half the titles in any given bookshop won’t sell a single copy there, and most published writers won’t earn anything from their book apart from the advance,” Ian Irvine writes in his article, “The Truth about Publishing”. Before you quit, remember why you began to write. No one ever succeeded by stopping. Don’t go to the dark side, stay passionate.

Condannati al fallimento.

“Ecco la triste verità: molti tra quelli che scrivono un libro non lo vedranno mai pubblicato, la metà degli scrittori che vengono pubblicati non vedrà un proprio secondo libro in stampa e la maggior parte dei libri pubblicati non sarà mai ristampata. Oltre a questo, metà dei titoli esposti in una libreria non venderanno nemmeno una copia in quella libreria, e la maggior parte degli scrittori pubblicati non guadagnerà nulla dalla vendita del proprio libro, a parte l’anticipo” scrive Ian Irvine nel suo articolo “La verità sulla pubblicazione”. Prima di mollare tutto, ricordate perché avete cominciato a scrivere. Nessuno ha successo arrendendosi. Non passate al Lato Oscuro, rimanete appassionati.

Questo per quanto riguarda un bel bagnetto nella realtà.

Ho cominciato questo blog tre anni fa,

credo che il terzo compleanno si collochi dalle parti dei primi di novembre, ma non credo di avere mai avuto grandi illusioni, e le poche che avevo si sono sciolte. Come ghiaccio (again!). Le cose si muovono velocemente, ai tempi nostri, e anche se sono passati solo tre anni il mondo dell’editoria è cambiato molto. E non in meglio.

Tuttavia alcune cose resistono; io per esempio ho sempre creduto e ripetuto fin da allora che la scrittura appartiene a tutti.

La scrittura non è come essere visitati dall’arcangelo Gabriele che ti annuncia che sei uno Scrittore e partorirai un Libro. Ho scoperto che è più come lavorare all’uncinetto!Serena Bianca de Matteis Se proprio non posso leggere o scrivere

  • Lo fanno molte più donne che uomini (anche se gli uomini vengono pubblicati più facilmente, lo sappiamo tutti… magari ne parleremo anche qui prima o poi)
  • C’è chi crea finissimi capolavori simili a cristalli di neve, che finiranno in un museo delle Arti e saranno ammirati dalle generazioni future
  • Però si possono creare lavori piuttosto rustici, fatti con lana grossa e uncinetto da 8 mm, con minimo sforzo e massimo (si fa per dire) rendimento
  • Si possono anche creare delle ciofeche inguardabili, però magari divertendosi moltissimo
  • Ormai lo si fa più per piacere che per necessità
  • Rispetto a un tempo, un sacco di gente in più sa farlo. Poi su Youtube ci sono anche i tutorial, no?
  • Qualcuno lo sa fare davvero, qualcuno crede di saperlo fare ma non è così, e se gli vai a dire che quel punto lì è sbagliato e sarebbe il caso di disfare e ricominciare, ti risponde “sei mica matta, con tutto il tempo che ci ho messo!” oppure “eh, però a me piace così!”
  • Chi lo sa fare non è nato imparato, ha impiegato ore, giorni e anni per saperlo fare. E adesso crea cose che tu guardi a bocca aperta e dici “io non ce la farò mai”.
  • Qualcuno ha proprio un problema ad impugnare l’uncinetto e sarebbe meglio si dedicasse, che ne so, al lavoro a maglia o al giardinaggio, ma chi ha il coraggio di dirglielo?

E poi la diatriba sulla parola Autore e la parola Scrittore. Chi può usare per sé il termine Scrittore? No, è meglio Autore.  Ma un Autore/autrice di presine e un Autore/Autrice di testi narrativi sempre Autori sono. O no? E anch’io sono un’Autrice. Per esempio sono indiscutibilmente l’Autrice di mio figlio e anche di un sacco di biscotti di pastafrolla, ma non è che questo mi trasformi in una creatura straordinaria. Ah, e poi sono incidentalmente anche Autrice di molti lavori all’uncinetto.

E quindi?

Quindi avevo voglia di dissacrare un po’. Di smontare. Di dirvi che litigare non serve a niente, che tanto stiamo tutti quanti legati per le zampe come i capponi di Renzo, in senso sia editoriale che esistenziale. Forse per una grama volta volevo svuotare la scarpa dai sassolini, e lasciare qui nuda e cruda la sola verità in ragione della quale questo blog – anche se un po’ abbandonato – è ancora aperto.

Perché mi piace scrivere. Perché qualcuno mi legge; e me ne basta uno solo che si emozioni sul serio, e ho benzina sufficiente per altri dieci anni, sia per scrivere la mia roba da ragazzini, sia per continuare a utilizzare la mia porzione di bytes. Senza pretendere di cambiare la vita di nessuno, perché per cambiare una vita ci devi stare dentro con tutte le scarpe, se no è meglio star zitti che si fa più bella figura. Perché non ci sono piedistalli, non ci sono guadagni, non ci sono orgogli e allori e riconoscimenti: c’è solo la volontà feroce di trovare, in ogni giornata da delirio, qualche minuto per picchiare sulla tastiera. È solo questo, non c’è altro. La scrittura è mia, guai a chi me la tocca.

Buon weekend 🙂

Piatto natalizio con biscotti fatti in casa
e biscotti per fami perdonare!

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Che cosa significa “passione”?

31 Ottobre 2017 by Serena 18 commenti

Il consiglio di seguire la tua passione

Il pezzo che segue è una libera traduzione di questo articolo di Jane Friedman.

Ecco una parola che ho eliminato più che potevo dal lessico che utilizzo per dare consigli e informazioni agli scrittori. Esistono infiniti libri e corsi che consigliano alla gente come trasformare la propria passione in un lavoro a tempo pieno e incontro molti scrittori che dicono di tornare alla loro “passione per la scrittura” (finalmente) dopo lunghe carriere in affari, finanza, immobiliari, legge e altre professioni comunemente scelte per la stabilità finanziaria. Eppure, allo stesso tempo, questi scrittori mi chiedono se valga la pena di continuare a perseguire questa passione. Cercano una sorta di validazione esterna che non stanno perdendo il loro tempo.

Se chiamiamo questa cosa passione, il termine è corretto?

Ho anche incontrato molti che non sembravano in grado di fare altro che scrivere, a scapito della loro salute, delle loro famiglie e/o della stabilità finanziaria a lungo termine. Prendono cattive decisioni in cambio di poco o niente, per “diventare uno scrittore” o essere riconosciuti come tali. Questi non riesco a scoraggiarli. Se chiamiamo questa cosa passione, il termine è corretto?

Ci sono anche persone che si presentano alla loro scrivania ogni giorno e trattano la scrittura come una professione, che sono disposti a piegarsi alle esigenze del mercato, a essere imprenditoriali e accertarsi di guadagnare x dollari all’ora. Se chiamiamo questa cosa passione, il termine è corretto?

Nello studio della filosofia Zen, agli studenti vengono assegnati dei koan– un puzzle o un problema da risolvere – che ha lo scopo di portare consapevolezza o letteralmente svegliarvi alla vera natura della vita. Probabilmente hai già sentito un koan anche se non riconosci la parola. Un koan famoso: “Qual è il suono di una mano che applaude?” Un koan mio, che è rimasto nella mia mente nell’ultimo decennio: “Che cos’è la passione?” E anche: “Qual è la mia passione?” Sono giunta alla conclusione che non ho una passione. Avendo probabilmente ascoltato troppo Alan Watts, non sono stata sorpresa della risposta, forse perché Watt ti incoraggia a rimuovere ogni strato del tuo essere per trovare te stesso, per aiutarti a capire che non c’è nessun “altro” – la convinzione buddhista che non c’è un “sé” da trovare.

Ecco in parte perché evito la parola “passione”. È un ottimo modo per alimentare l’ansia: cosa succede se non sto perseguendo la mia passione? Non dovrei perseguirla? Ma questa è davvero la mia passione? Che cosa succede se fallisco nella mia passione? E nell’attuale momento culturale, la parola è diventata sempre più pregna di significato: ha la sfumatura di un giudizio di valore, che ci sia qualcosa di sbagliato se non hai scoperto la tua passione e non hai trovato il modo di farne un lavoro. La ricerca capitalista della passione è la nuova forma orribile dell’illuminazione che ci viene chiesto di perseguire.

Non è necessario essere buddhisti per apprezzare quella saggezza e mettere da parte questa particolare ansia. Se non hai una passione, potresti essere più vicino di chiunque altro alla verità di chi e cosa sei.

Tuttavia, mi sono sempre sentita piuttosto noiosa mentre affrontavo le domande quintessenziali di un intervistatore che cercava la storia d’origine, ad esempio: quando hai scoperto di essere uno scrittore? Hai sempre voluto lavorare nell’editoria? La verità è questa: non ne ho idea. Ci sono stati fatti ricorrenti. Le circostanze e le coincidenze fortunate determinano gran parte dei primi anni di vita. Ho riconosciuto i miei punti di forza e su quelli ho costruito. Quando ho fallito, il fallimento non è stato così importante quanto i passi successivi che ho fatto.

Lasciate perdere la passione e puntate invece sulla consapevolezza.

Chiedetevi:

  • Che cosa stai evitando? (C’è una ragione, e non sentirti colpevole per questo)
  • Quale attività o interazioni aspetti con gioia e anticipi quando puoi? Di quali vorresti di più?
  • Quali attività o interazioni tratti come prioritari su base giornaliera?
  • In quali attività potresti perderti? (perché il tempo si ferma e sei nel “flusso”) Queste domande mi hanno spianato la strada verso una vita più felice e più soddisfacente.

(per qualche altro pensiero sul rapporto tra creatività e vita lavorativa, potete leggere questo articolo: Come fare quello che ami e fare anche soldi.)

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Il lusso di scrivere (e non solo)

30 Giugno 2017 by Serena 8 commenti

Serena Bianca rena bianca
(ho trovato la mia spiaggia)

Ma buongiorno a tutti! Come state? Come procedono libri, romanzi, racconti e piattaforme online? 😛 Io sono stufa marcia: dopo una breve vacanza in Sardegna ne ho già le scatole piene di nuovo. Adoro la mia vita e tutto ciò che ci sta dentro, ma al momento l’unica cosa che farei – se riuscissi a respirare – è disegnare. O anche studiare acquerello, tipo.

Sono in ritardo con la pubblicazione del seguito di Buck, perché rileggendo quello che doveva essere il testo definitivo, detto papale papale mi fa schifo. E non so se sia perché fa oggettivamente schifo, o se è perché l’unica cosa che farei – se riuscissi a respirare – è disegnare. [cit]. Devo scusarmi con le gentili persone che si sono offerte come beta reader, perché non sono in grado di inviare niente di leggibile nei tempi previsti. Va da sé che dubito di riuscire a pubblicare il terzo libro della serie entro il 2017, ma forse non è stata neanche una grande idea, da parte mia, pormi due libri in un anno come obiettivo (le antologie non le conto, trattandosi di lavori collettivi).

Nonostante tutto non mollo: anche poche parole al giorno, ma sempre avanti. Gutta cavat lapidem, dicevano i nostri avi: sarà vero? Speriamo.

E poiché la gestione del tempo, la costanza e la resilienza sono  tra i miei temi preferiti – condizioni di vita, direi – è il momento di condividere la traduzione di questo articolo di Jane Friedman. Lo trovo illuminante ed irritante allo stesso tempo, e lei si conferma una delle personalità più intellettualmente oneste nel vasto panorama dell’editoria internazionale, sia tradizionale che indipendente. Tutto il contrario dei cialtroni di cui parlo ogni tanto, che continuano a imperversare. Quelli che se fai come dicono loro (e soprattutto li paghi profumatamente) ti garantiscono il best seller.

Jane Friedman, per chi non lo sapesse, è esperta in editoria digitale, docente universitaria, blogger di successo, ed è stata editore del celebre Writer’s Digest. Dunque buona lettura, e fatemi sapere che ne pensate.

 

Quando vengo intervistata, o nelle sessioni finali di domande e risposte ai convegni, mi vengono poste domande sulla mia prolificità (da quelli che la constatano e ammirano), o sulle mie tecniche di gestione del tempo. Come si gestiscono lavoro creativo, marketing, promozione e le esigenze di una famiglia o di un (altro) lavoro a tempo pieno?

Ho recentemente discusso di questo tema come ospite durante l’eccellente podcast di Jeff Yamaguchi, Writing Drafts, ma non sono soddisfatta della mia risposta. Una parte del problema consiste nel fatto che volevo essere d’aiuto – identificare davvero l’impostazione mentale o il metodo determinanti per il successo, quella che offrisse a qualcun altro una vera svolta su questo problema.

Ma, a dire la verità, non ho mai avuto quella specifica mentalià o metodo, anche se può capitare che ci scriva su. I miei metodi sono incostanti e influenzati dalle altre cose che capitano nella mia vita. Ho usato e poi scartato un sacco di strumenti organizzativi di raccolta appunti e creazione liste, nel corso degli anni, tra i quali OmniFocus, Apple Notes, GoodToDo, i planner di Covey e Uncalendar (da questo capite quanti anni ho!). Al momento, il mio strumento preferito è Evernote.

Ma nessuno di questi strumenti in realtà è il mio vero segreto. C’è una sola vera ragione per la quale sono così produttiva.

Godo del lusso di avere tempo, fare esattamente quello che mi piace, con poca o nessuna responsabilità verso qualcuno o qualcosa tranne che verso me stessa e la mia realizzazione.

Non ho figli.

Non ho una famiglia di cui prendermi cura.

Non appartengo a nessuna organizzazione.

Non ho un lavoro tradizionale.

Non faccio le pulizie e non stiro (però cucino).

Ho un compagno, ma è gentile e collaborativo, e mi permette di dare la precedenza al mio lavoro ogni volta che è necessario.

Inoltre, per prima cosa evito consapevolmente obblighi o impegni esterni. La cosa che voglio di più è essere lasciata in pace a fare il mio lavoro, ed è esattamente la vita che ho creato per me stessa.

E così possiedo il lusso del tempo che altri non hanno, ma in parte è anche un privilegio. Se da una parte ho fatto scelte consapevoli che mi hanno portata ad ottenere questo stile di vita, altre scelte sono state rese facili (o almeno, prima di tutto, possibili) grazie all’accesso a una formazione di alto livello, a una famiglia stabile che mi ha sempre incoraggiata, e occasioni di crescita nella mia carriera. Di privilegi abbiamo già parlato in riferimento alla vita da scrittori. […]. Essere “sponsorizzata” da un marito. Potersi permettere di lavorare gratis.

 

Ci sono anche altri tipi di privilegio o lusso.

Vedo spesso elogi di scrittori che prendono posizioni e dicono “Non vendo e promuovo me stesso (o il mio libro)” o “Non ho intenzione di usare i social media”. Generalmente ci sono due ragioni per gli elogi: queste cose sono viste come attività meno importanti, che sottraggono tempo alla scrittura, e devono essere ridotte ai minimi termini come le distrazioni che effettivamente sono. Ma sono anche viste come attività che non si addicono ad uno scrittore serio, che dovrebbe solo scrivere e non costruire una “piattaforma” o un “marchio”. Quest’attività svilisce l’arte e lo scrittore, si pensa. E così facciamo festa quando qualcuno è abbastanza coraggioso o testone o indipendente abbastanza da violare il comandamento di coinvolgere i lettori. (Lo so, è un comandamento orribile. Il linguaggio che circonda qualsiasi cosa legata al marketing può essere difficile da accettare e pieno di omologazioni senza senso.)

Ma la decisione di non interagire per niente? Rimanere offline, fuori da ogni rete e concentrarsi sulla scrittura escludendo tutto il resto? È un lusso che quasi nessuno degli scrittori nuovi o emergenti può permettersi.

Scegliere di non promuovere un libro: un lusso

Ignorare l’autopromozione e la creazione di una piattaforma: un lusso.

Rimanere offline (almeno per la maggior parte degli scrittori occidentali): un lusso.

Quando i social media come Facebook e Twitter hanno decollato nel 2007 e 2008, e io ho cominciato a fare i miei esperimenti online, nessuno mi ha mai detto che fosse obbligatorio o necessario o utile alla mia carriere (e di questo sono riconoscente: mi sono risparmiata un po’ d’ansia, prima di immergermi nel tema). Ma posso testimoniare un salto di carriera che mi ha cambiato la vita da quando sono diventata più attiva online. Sono di colpo divenuta visibile nel mio settore, mentre prima ero praticamente invisibile. (A quel tempo lavoravo a Cincinnati, che per tutti i newyorkesi e chiunque lavorasse nell’editoria era solo una zona di passaggio.)

Grazie ai social media, di colpo ero in grado di comunicare, condividere e dimostrare chi ero e cosa pensavo ad un pubblico molto più vasto di lettori e leader d’opinione. Ho cominciato a crearmi una reputazione e la gente mi riconosceva quando mi presentavo alle conferenze. Ricevevo più inviti a tenerne io stessa. Mi sono creata una piattaforma quasi per caso, semplicemente continuando a fare quello che già facevo in una forma più pubblica (per un approfondimento su questo tema, leggete “Show …di Austin Kleon!)

I social mi hanno dato una voce più potente e un potere che prima non avevo. Non che non ne avessi del tutto, prima, ma era diverso. Per quasi tutti gli anni 2000, ho avuto ben pochi contatti con opinion leader; ero ben fornita di competenze, di tempo, ma povera di conoscenze. Con i social ho sviluppato una mia individualità degna di nota e ho improvvisamente meritato attenzione (e se un po’ di quell’attenzione è meritata, non posso dire che sia tutta meritata. Il rovescio della medaglia è che quando sei noto per il tuo grande seguito online, vieni conosciuto e consigliato grazie a qualcosa di piuttosto vuoto, invece che per il tuo lavoro. Un tema che dovrò approfondire una volta o l’altra.)

Quando autori come Jonathan Franzen rifiutano il marketing, la promozione, i social e qualsiasi cosa li sottragga alla loro arte, è spesso – se non sempre – perché si trovano in una situazione per cui attività come la presenza sui social non aggiunge più potere o opportunità interessanti o benefici, sia da un punto di vista creativo che di relazioni, si tratta solo di un obbligo o di un mal di testa in più. Ed è più che logico e accettabile rifiutare queste attività, ma non è una cosa ammirevole di per sé e in sé, né si tratta di un buon esempio per persone all’inizio della loro carriera.

Ian Bogost ha scritto un articolo eccellente sul raggiungere un punto del proprio percorso di carriera dove si possono prendere le proprie decisioni:

“Devi dire ‘sì’ per molto tempo prima di guadagnarti il diritto di dire ‘no’. E anche allora, di solito non puoi dire di no come ti aggrada. Nel momento in cui puoi dire di no indiscriminatamente, allora hai già talmente tanto successo che dire no non è più un prerequisito, ma un un risultato del successo stesso.”

Perché alcuni raggiungono un livello di successo in cui questo è possibile, e altri no? Una domanda da un milione di dollari. Ma giocare al gioco di “E se…” può aiutare a rendere chiaro dove potreste recuperare un vantaggio che vi può condurre al successo, e dove invece non siete così fortunati. O puoi aiutarvi a capire perché alcuni possono rifutare I soliti obblighi che tutti quanti rispettano. Considerate tutte queste potenziali variabili:

– Chi viene da una famiglia con ottime relazioni che li ha presentati alle persone giuste al momento giusto?

– Chi vive in un luogo nel quale è più probabile avere accesso e vicinanza alle persone, istituzioni e opportunità giuste per lanciare la propria carriera?

– Chi ha il denaro che gli permette di scrivere gratuitamente, fare internati non retribuiti, o accedere a un programma MFA?

– Chi ha dei mentori che li spingono, presentano alle persone giuste e conducono alle giuste opportunità di carriera?

– Chi ha un ambiente di lavoro che l’aiuta a crescere come persona, invece che ridurlo e sminuirlo?

– Chi ha una famiglia che offre supporto e consente del tempo per un’attività creativa?

– Chi ha una rete che gli offre occasioni invidiabili, o ha accesso a una comunità che lo pone a stretto contatto con chi ha potere decisionale e privilegi nel proprio settore?

(questo articolo non ha lo scopo di dire, in modo contorto, che dipende tutto da chi conoscete o che avete bisogno di conoscenze importanti per essere pubblicati o raggiungere i vostri obiettivi creativi. Certamente tutto questo aiuta, ma è solo uno dei privilegi di cui una persona potrebbe servirsi)

Niente di quanto sopra è detto per sostenere che la pratica, il duro lavoro e la diligenza siano invariant nell’equazione, ma che di tutti questi altri fattori non si parla abbastanza. Mi è stato chiesto per così tanto tempo, e così spesso, qual è il segreto della mia produttività e del mio successo; c’è un’assunzione implicita che sia solo il risultato di un metodo ben strutturato e verificato. Non lo è. Una buona parte della mia vita lavorativa è stata indisciplinata e destrutturata (sebbene non senza una visione e uno scopo). È solo che io ho potuto passare quasi vent’anni concentrandomi sul mio lavoro, escludendo quasi tutto il resto. Quante altre persone possono concedersi questo lusso?

Meditiamoci su (i piedi non sono miei)

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Obiettivi di scrittura 2017

3 Gennaio 2017 by Serena 10 commenti

Tramonto sul lago d'Iseo
Ciao, 2016

Prima degli obiettivi, due chiacchiere sui metodi.

I metodi servono ad avere una traccia da seguire per raggiungere un qualunque obiettivo. Chi è capace se li crea da solo, e tanto di cappello: soprattutto in campo scientifico, creare un metodo è importante come scoprire qualcosa. Chi, come me, è testone e presuntuoso, si rifiuta di applicare qualsiasi metodo… Fino a quando poi scopre che alcuni funzionano.

Nel campo della gestione di se stessi, il metodo aiuta anche se è inventato da qualcun altro. Con il 2017 festeggio il quinto anno di GTD, applicato selvaggiamente a modo mio, e tutta questa pappardella serviva per dirvi che grazie al metodo di Allen mi restano delle tracce scritte delle mie priorità. E grazie a queste tracce, anno dopo anno, riscontro che la scrittura si conferma sempre ai primi posti. Forse, più che la scrittura in sé, è il raccontare storie che mi preme; la scrittura in sé e per sé, nel mio caso, è vissuta solo come un giochetto estetico e non mi interessa.

Comunque.

Il 2016 è stato una sorta di cataclisma dal punto di vista personale, ma ha un merito, per quanto mi riguarda: sbattendomi in faccia la semplice realtà che si muore e non si sa quando, mi ha spronata a terminare, chiudere, concretizzare. Il concetto è quello che esprime anche Daniele nel suo post di oggi, quello delle tre parole, sotto la voce “Impegno”. Come è andata l’ho scritto qui.

E adesso bando alle ciance e veniamo alla dichiarazione degli obiettivi!

Pubblicare Libro2 e Libro3 entro il 31 dicembre 2017.

Nel mondo ideale sono due libri autoconclusivi che però proseguono la storia di Buck e gli altri. Libro2, agli dei piacendo, dovrebbe arrivare entro la primavera, e Libro3 prima di Natale.

Scrivere un articolo al mese per questo blog.

Se mi metto a ragionare dei miei blog non la finisco più e mi metto pure a piangere; mi limito a dire che serenawrites.com sarà riorganizzato. Resterà una risorsa a disposizione dei lettori che volessero avere informazioni su di me e su ciò che scrivo. Per quanto riguarda invece questo blog, sarei già molto felice di pubblicare un articolo al mese. Comunque, dodici in tutto. Sono pochi, anzi pochissimi, ma sinceramente in questo momento mi interessa solo restare presente in rete e chiacchierare con voi amici di scrittura, quindi va bene  così.

Ovviamente scrivere a vanvera non è nel mio stile, ho già idea di cosa trattare; qualcosa cui tengo molto, come al solito. Salvo ispirazioni estemporanee e richieste specifiche. Poi vorrei riprendere i famosi 81 consigli di marketing, ma insomma prima vediamo come va.

Finito.

Alla fine, dopo averci riflettuto un po’, ho deciso di non dichiarare obiettivi di lettura né di formazione. Il che non significa che non leggerò o che non voglio imparare niente nel 2017, semplicemente non ho bisogno di darmi un obiettivo per farlo. Imparare è divertente, mica per niente mi sono sparata tutti quei corsi nel 2016! In più le cose incomplete mi danno fastidio, sono portata di mio a terminare ciò che comincio, quindi so già che, anche senza obiettivo, terminerò il corso di Patterson, del quale mi manca qualche lezione. Voglio anche riguardarmi con calma gli appunti del laboratorio sui  Turning Points con Laura Baker. E non parliamo di tutti gli articoli interessanti che mi salvo in Evernote perché non ho il tempo di leggerli! 

Per il 2017, quindi, ho fatto una cosa che nel mio caso è più furba: ho previsto molti più momenti “vuoti” rispetto all’anno scorso. Dove per “vuoti” intendo “non strutturati” in alcun modo. So già che in quei momenti leggerò e mi farò qualche corso online. Vorrei leggere tantissimo, sia libri di tecnica che narrativa pura, quella che nutre la voglia di scrivere. Forse terrò una lista di ciò che leggo, ma non è detto.

Strumenti di gestione del tempo? Di nuovo rispetto al 2016 c’è un’agenda cartacea che mi tiene compagnia già da qualche mese. Di sicuro questo dipende dal fatto che è cambiata la mia vita lavorativa: non vivo più in macchina, quindi posso permettermi il lusso (e il peso) della carta, almeno per quanto riguarda pianificazione e organizzazione. Se l’argomento vi interessa, scrivetelo nei commenti e magari arriverà un articolo dedicato a questo.

 

Per finire… Auguri di buon 2017!

Vi abbraccio. Grazie di esserci e di condividere con me questo viaggio 🙂

E biscotti per tutti!

Piatto natalizio con biscotti fatti in casa

 

 

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La tua definizione di successo

1 Dicembre 2015 by Serena 43 commenti

Indie Author Manifesto
Grazie a storiacontinua.com per l’immagine

Pubblico, non pubblico, come pubblico, quando pubblico. Faccio marketing o non lo faccio, e come lo faccio? È meglio il self publishing, è meglio un editore, lo metto su Internet, lo metto sul blog.

Qual è la tua definizione di successo? Perché la chiave sta tutta lì.

Fermi un attimo e ragioniamo.

La prima cosa che serve è un buona storia. Se non hai una buona storia, tutte queste domande hanno poco senso. E come fai a sapere se hai una buona storia? Prima di tutto ne devi finire una.

Il buon marketing editoriale comincia molto prima di avere pubblicato, è vero, ma intanto questa benedetta storia va finita. In quanti siete che cominciate, cominciate e non finite mai?

Io credevo che avrei finito per ottobre, poi per dicembre. Invece non ho ancora finito, perché il mio editor mi ha sacagnato così duramente che lei – la storia – ed io ci stiamo curando i lividi. Mi dicono dalla regia che il primo editing è parecchio doloroso, ma mi si dice anche che si impara moltissimo – per fortuna – e che vale la pena spenderci i soldi che spenderesti per un corso di scrittura. Addirittura. E io ci credo, oh se ci credo. Ciò non toglie che faccia male, ve lo assicuro. Forse avete notato che ci sono meno in giro, non solo sul blog ma in generale; è perché ho l’ego dolente. In questo momento mi sento incapace di insegnare la qualunque a chiunque; sono in piena sindrome dell’impostore, e hai voglia tu, amico premuroso, a ripetermi che sono brava e che ho fatto questo e quell’altro: mi sento comunque una cacchetta. Passerà. Spero.

Che si diceva? Ah, sì: prima di tutto finire.

Subito dopo aver finito, bisogna vedere se la storia è abbastanza buona. Oddio, puoi anche pubblicare una ciofeca sgrammaticata; io sono la prima a difendere il tuo diritto di pubblicare dove, come e quando ti pare. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo, ma lo dico, visti i rant contro il self publishing – alcuni al limite dello psicopatico – che continuo a leggere in giro.

Mettiamo però che t’interessi raccontare delle belle storie, magari anche in un italiano corretto e con uno stile accettabile. In questo caso, quando la storia è finita non devi farla leggere solo alla mamma e alle tre amiche che ti seguono su EFP, e che saranno sempre incoraggianti con te. Ti serve come minimo un paio di occhi diversi dai tuoi, ma meglio se sono di più, e questo è un punto fondamentale. Troppe volte ho sentito dire “ma io devo essere in grado di sistemare la mia storia”. No, ciccio. Se la pensi così, un po’ pecchi di presunzione e un po’ pare tu viva su Marte. Non hai mai sentito dire “Ogni scarrafone è bell’a mamma soia”? Senza contare la nausea. Perché se hai preso in mano il tuo romanzo dall’inizio alla fine almeno un paio di volte, che è il minimo sindacale, la nausea ce l’hai. Così forte che il Plasil ti fa un baffo.

Almeno un paio di quegli occhi in più, poi, deve essere professionale. Deve appartenere a qualcuno che ti sappia dire, in linea di massima, se la storia funziona. Per storia funzionante intendiamo una storia con un conflitto centrale interessante, ben costruito, ben svolto, ben risolto; e questo è – ancora – proprio il minimo sindacale. Poi c’è tutto il resto ma fermiamoci qui, per il momento.

Fatti i primi due passaggi? Ecco, allora adesso puoi decidere la cosa più importante: che cosa vuoi per la tua storia. E, prima ancora, che cosa vuoi per te stesso.

Prenditi un pomeriggio tranquillo, se te lo puoi permettere. O se no prenditi un’ora di libertà. Poi un quaderno e una biro, o apri una mappa mentale sul PC. Attenzione che quel che ti sto per dire è pericoloso: se non sei abituato a un po’ d’introspezione, potresti finire a scrivere I Massimi Sistemi Secondo Me, volume I. Non farlo, cerca di concentrarti su, diciamo, i prossimi cinque anni.

Cosa vuoi dalla tua scrittura nei prossimi cinque anni?

Le risposte possibili sono molteplici.

“Scrivo per divertirmi e voglio continuare così”

“Voglio essere letto e non m’importa d’altro”

“Voglio vivere di scrittura e mollare il mio lavoro di raddrizzatore di gambe dei cani”

“Voglio diventare uno scrittore professionista”

“Voglio fare soldi con i miei libri”

“Voglio che qualcuno mi chieda di poter fare un film con la mia storia”.

Che cosa è il successo, per te?

Scriviti una risposta onesta e fai attenzione: deve essere una risposta concreta. Dopodiché hai un ottimo punto di partenza per farti un piano per il futuro. Piano che dovrebbe tenere conto dei dati di realtà; mi puoi anche venire a dire che “è meglio la pubblicazione tradizionale”, ma se poi non trovi un cane che ti pubblichi, la tua preferenza te la puoi mettere in tasca. E, attenzione: non è detto che se non trovi un cane che ti pubblichi la tua storia faccia schifo, né che le tue storie tradizionalmente pubblicate non mi facciano sbadigliare fino a slogarmi la mascella. Il bello dell’editoria tradizionale è anche questo: che due professionisti ben pagati possano darti due pareri diametralmente opposti. Sulla stessa storia. Successo davvero, non me lo sono inventato. Può anche darsi, poi, che la tua Storia Tradizionalmente Pubblicata mi costringa a impugnare la penna rossa per segnarti tutte le cazzate, grammaticali e non, che sono sfuggite al tuo Grande Editore Tradizionale.

Ciò che vogliamo davvero deve guidare le nostre scelte; si tratta in primo luogo di assumersi delle responsabilità. Se siamo disposti a fare ciò che è necessario per tutto il tempo che ci vuole, non c’è (quasi) nulla che non possiamo fare.

(Eh ma l’editing costa. Comincia a smettere di fumare: vedi quanti soldi in più che ti ritrovi in tasca, e cuore e polmoni ringraziano, pure. Poi invece di comprarti la borsetta firmata cucita in India dai bambini, mettiti via quei quattrocento euro; ti fai almeno la scheda lettura, senza problemi.)

La scrittura rientra tra le cose mediamente possibili, per fortuna. Io non credo di avere molte possibilità di diventare prima ballerina alla Scala, ma di essere una scrittrice sì. In un certo senso, lo sono già.

Questo post è il mio commento a questo articolo di Daniele, e in  parte risponde anche al post pubblicato oggi, sempre su Penna Blu. Non avevo un cavolo di voglia di ripetere sempre le solite cose, ma poi ho promesso che sarei passata di là o che almeno avrei scritto una risposta, quindi eccomi.

Ancora una cosa: mi rendo conto di quanto sia importante smettere di chiamare self publishing il self publishing. Bisogna chiamarlo pubblicazione indipendente. Bisogna definirsi autori indipendenti, o Indie se vi piace di più. E cambiare mentalità. Ma di questo parleremo ancora.

Tutto il resto è sbadiglio.

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È quasi NaNoWriMo: una settimana al via!

26 Ottobre 2015 by Serena 14 commenti

Banner NaNoWriMo 2015

Se i sensi intorpiditi del lunedì mattina non m’ingannano, manca una settimana scarsa alla pazzia collettiva più amata dagli scrittori: domenica 1 Novembre a mezzanotte parte l’edizione 2015 del National Novel Writing Month. Lo so che sul pianeta esistono esseri umani che non sanno cosa sia e vivono benissimo lo stesso, ma io personalmente, come un sacco di gente che ama la scrittura, sto cominciando ad andare in ebollizione. Gli scrittori affilano le penne (virtuali e non), arruffano le piume (contro il resto della famiglia: a novembre siamo tutti single senza figli), fanno scorta di cioccolato, caffè e possibilmente idee. La battaglia sarà dura e il premio solo uno: scrivere 50.000 parole di un romanzo in un mese.

Cosa sia esattamente il NaNo lo ha spiegato benissimo Gas in questo articolo, perciò andate a dare un’occhiata. Ne ho parlato anch’io qui l’anno scorso. Quanto a noi, qui a casa De Matteis, sappiate che questa settimana ci si leggerà un po’ più di frequente. Questa settimana mi abbandono all’Ammore: rispetterò l’appuntamento di mercoledì prossimo con il marketing, ma in più vi disturberò arrandom con suggerimenti, idee, paranoie personali – poche – e quant’altro mi passerà per la mente scrittevolmente parlando, sul National Novel Writing Month. C’è tanto da dire e il mio parere è che almeno una volta vada provato, quindi preparatevi.

…anche perché poi, sinceramente, a novembre pensavo proprio di scrivere quelle fottutissime OPS LA PAROLACCIA 1.667 parole al giorno, per arrivare a 50.000. E creare così la prima bozza del seguito di Cristallo. In altre parole, la regolarità di pubblicazione a novembre non sarà garantita; prima di ogni cosa verranno le ******** parole di cui sopra.

Che vi serve per il NaNoWriMo?

Oh, per prima cosa un sacco di motivazione e costanza. E poi qualche giocattolino nuovo, tipo un bel software di scrittura da provare per la prima volta, in modo che lucine colorate, scintilli e promesse miracolose vi facciano sedere volentieri alla tastiera che – credetemi – entro fine mese avrete imparato a odiare.

Il consiglio numero uno è sempre il solito: Scrivener.

Lo sapete, vero, che esiste la versione NaNo? Ora vi spiego come funziona. Scrivener si può scaricare in prova gratuita per 30 giorni non consecutivi di utilizzo. Il che calza a pennello con il mese di scrittura, giusto? In più, contiene un modello di romanzo di 50.000 parole, settato per le 1.667 parole giornaliere. Il che significa che, se non le scrivete, una mano di troll armata di randello esce dallo schermo e vi colpisce duramente sul cranio.

Troll armato

No, dai, non è questo! Però c’è la vostra bella barretta degli obiettivi che, se guardate per aria, resta rossa come un semaforo di Milano. Invece, se scrivete, diventa arancione e poi gialla e poi verde fino a quando il vostro obiettivo raggiunto splende come un prato d’Irlanda. Se alla fine del mese vi siete convinti dell‘assoluta fichezza di Scrivener, potete comprarvelo: se siete tra i vincitori del NaNo, ve lo portate a casa con il 50% di sconto. Se non volete tenerlo, con un paio di click vi esportate le vostre schifez… ehm, il capolavoro che avete prodotto, in un formato a vostra scelta, e smettete di usarlo. Finito così.

Sono talmente innamorata di Scrivener che, senza guadagnarci una zucca vuota, se volete mercoledì sera dalle 21.30 alle 22 vi faccio vedere come si usa, almeno le basi. Funziona così: ci troviamo online con gli Hangouts di Google+. Siccome ci si può incontrare al massimo in otto (me compresa), chi primo arriva meglio alloggia. Per partecipare dovete avere un account Gmail e aggiungermi su Google+, poi io vi mando il link della conferenza. Se siete interessati, andate velocemente qui e scrivetemi. I primi sette sono dentro, gli altri amen.

Volevo parlarvi anche di yWriter, ma non ho più tempo. Ve ne parlo domani o dopo. Buona settimana 😀

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