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Serena Bianca De Matteis

For the Love of all Creatures

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Revisione

Storia principale e Storie dei personaggi

30 Settembre 2017 by Serena 6 commenti

Mi sembra una vita che non scrivo di tecniche della narrazione, ma torno volentieri a farlo – e anche ad appassionarmici un po’ – a seguito di questa email che ho ricevuto:

Buongiorno Serena, mi chiamo S****** e grazie a te ho iniziato a utilizzare il metodo del fiocco di neve. Vorrei chiederti un chiarimento perché immagino tu lo riesca ad utilizzare con profitto: fin da subito il metodo propone di scrivere la trama generale della storia e poi una descrizione dei personaggi con le loro linee narrative. Io credo di far confusione qui. A me viene da creare la storia sui personaggi e quindi descrivendo le loro linee narrative praticamente scompongo lo trama principale espandendola un po’. Forse devo creare una trama che racconti una storia e le linee narrative dei personaggi sono storie personali che non hanno a che fare con quella principale, ma con questa si intersecano?

Ciao, S. 🙂 Ti rispondo qui perché credo che l’argomento possa interessare ad altri.

Per chi non conoscesse il Metodo del Fiocco di Neve, in inglese lo Snowflake Method :

Si tratta di un metodo pratico per la costruzione di un romanzo. Un’opera di narrativa lunga oltre 50.000 parole è un progetto complesso che richiede un’accurata pianificazione per avere la (ragionevole) certezza di essere portato a termine. Come qualsiasi altro progetto complesso. C’è chi ritiene che si possa scrivere senza progettare prima; io personalmente sto dalla parte dei pianificatori, senza se e senza ma, ma non abbiamo tempo di parlarne adesso.

Se volete leggere l’articolo originale di Randy Ingermanson, cosa che io consiglio sempre, lo trovate qui. Se l’inglese non è il vostro forte, trovate la mia traduzione qui. Se volete acquistare un libricino simpatico che spiega il metodo strappandovi un sorriso, potete acquistare questo qui su Amazon. Ovviamente è in inglese, ma se avete voglia di impegnarvi a leggerlo, il gioco vale la candela.

Il Metodo del Fiocco di Neve funziona per espansioni successive: questo significa che si parte da un’idea di base che viene sviluppata e stratificata fino ad ottenere una sinossi completa dell’opera, dettagliata fino al livello della singola scena.

Il nostro Randy suggerisce un percorso passo passo che si può riassumere così:

  1. Scrivi la logline
  2. Scrivi in un solo paragrafo la struttura in tre atti
  3. Scrivi in un paragrafo l’arco di trasformazione dei personaggi più importanti (in realtà l’arco del personaggio è una faccenda più complessa, ma passatemi il termine per stavolta).
  4. Espandi il paragrafo del punto 2 in un riassunto della tua storia
  5. Scrivi per ogni personaggio principale una sinossi della storia dal suo punto di vista (una paginetta per i protagonisti, mezza per gli altri)
  6. Espandi le sinossi aggiungendo i dettagli e modifica i documenti precedenti dove è necessario
  7. Espandi l’arco di trasformazione in una mappa completa di ogni personaggio
  8. Prendi le sinossi del punto 6 e compila un elenco delle scene
  9. (facoltativo) Scrivi una descrizione di ogni scena
  10. Ora puoi cominciare la prima stesura.

Che americanata, vero? Scrivere un romanzo passo per passo ragionandoci su? E l’ispirazione dove se ne va a finire? Andate a vedervi questo filmato su Youtube e avrete delle sorprese. Anche quello successivo della serie merita qualche minuto della vostra attenzione.

Il terzo passaggio del metodo del Fiocco di Neve riguarda, appunto, i personaggi.

Randy suggerisce di preparare per ciascuno di loro questa scheda:

  • Il nome del personaggio
  • Una singola frase che riepiloghi la linea narrativa del personaggio
  • La motivazione del personaggio (che cosa vuole in astratto?)
  • L’obiettivo del personaggio (che cosa vuole, in concreto?)
  • Il conflitto del personaggio (che cosa gli impedisce di raggiungere il suo obiettivo?)
  • L’epifania del personaggio (che cosa imparerà, in che modo cambierà)
  • Un riassunto più dettagliato (un paragrafo) della sua linea narrativa.

Rispondere a queste domande è estremamente utile – e non così semplice come può sembrare – non solo in fase di progettazione della storia ma anche dopo, in fase di revisione, riscrittura, editing. Vi faccio un esempio personale.

Sono all’incirca alla QUINTA revisione del seguito di “Buck”. Non sono mai contenta, mi manca sempre qualcosa per essere soddisfatta. Stavolta si procedeva abbastanza bene, ma mi sono incastrata su una scena centralissima e cruciale. Di nuovo. Perché non mi piace mai, o almeno così credevo. Non è vero: il problema non era che non mi piaceva, il problema è che non avevo chiaro in testa che cosa doveva succedere e perché. E in effetti per questo libro ho cominciato troppo presto la stesura, prendendo alla leggera proprio le motivazioni dei personaggi. Ieri, mentre riflettevo sulla risposta da dare a S., mi sono messa a riflettere sulle domande di cui sopra, ho risposto e ho scoperto delle cose interessanti, alcune risolutorie: quasi mi mettevo a piangere dalla gioia XD. Se va tutto bene, nei prossimi giorni scriverò questa scena e così il resto della revisione dovrebbe scivolare via più facilmente (quindi, caro S., non ringraziarmi per questa risposta, in realtà sono io che devo ringraziare te perché mi hai costretta a riprendere i fondamentali).

Per tornare alla domanda iniziale, S. si è già già in parte risposto da solo, perché sì, è più o meno vero che

le linee narrative dei personaggi sono storie personali che non hanno a che fare con quella principale, ma con questa si intersecano

però:

  • Una parte della storia personale del protagonista È la storia principale; sei tu a decidere su quale parte punterai i riflettori.
  • Noi sappiamo dei nostri personaggi molto, molto di più di quanto effettivamente ci servirà per scrivere il romanzo. Dobbiamo fare molta attenzione a non esagerare con i dettagli, perché chi ci legge non perda il filo della narrazione e il senso dell’orientamento. Come sempre, è una questione di dosi.
  • Una storia non esiste senza un protagonista e almeno un altro personaggio. Su chi possa essere questo secondo personaggio si sono scritti volumi, ma di nuovo non è questa la sede per approfondire. Basti per ora dire che il protagonista non esiste nel vuoto, e quindi una storia è principalmente il modo in cui il personaggio principale si relaziona agli altri.

E qui scopriamo un limite abbastanza importante del Metodo del Fiocco di Neve.

Quando Randy parla dei personaggi non mette, a mio parere, abbastanza in evidenza l’importanza della relazione tra i personaggi, tema questo su cui invece ho avuto modo di riflettere frequentando dei laboratori online. Mi sento di consigliare in particolare quello di Laura Baker, che insiste molto sulla costruzione di queste relazioni. Segnalo molto volentieri che la prossima edizione di questo laboratorio si terrà a febbraio 2018 e, se conoscete l’inglese, è un’ottima occasione di apprendimento (se volete altre info scrivetemelo nei commenti).

Un suggerimento pratico

per S. e anche per me stessa, già applicato con grande soddisfazione. Invece di costruire una singola scheda personaggio, costruite una griglia. Come? Per esempio così:

Griglia Anna Heath secondo il metodo del fiocco di neve

Nel mio caso, Anna è l’antagonista di Heath, quindi affiancare le loro due schede non solo è necessario, è fondamentale. In generale, comunque, accostando ( anche proprio fisicamente, su un foglio) motivazioni, obiettivi e conflitti dei personaggi emergono i punti di contatto e i punti di scontro; questo è essenziale per mettere in chiaro – soprattutto nella mente di scrive – qual è il conflitto principale della storia. E senza conflitto, lo sappiamo tutti, non esiste la storia.

Una volta chiaro il conflitto principale, caro S., ti sarà anche più chiaro qual è il nucleo principale della storia e, dei vari personaggi, che cosa tenere e cosa lasciar andare.

Il Metodo del Fiocco di Neve è altamente personalizzabile.

Come Randy stesso ripete in continuazione, il sistema si integra perfettamente con degli adattamenti alle esigenze individuali. Si deve prendere quello che funziona e lasciare quello che non funziona; ciò che conta è che non si sprechi il potenziale di una buona idea vagando nel vuoto senza una meta. Per me, utilizzare una griglia completa il sistema in modo egregio.

Spero di essere stata utile 🙂

 

 

Hai già scaricato la tua copia gratuita di “Buck”?

…fallo, prima che io cambi idea XD

CLICCA QUI

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La prima stesura, la revisione e l’ago nel pagliaio

26 Agosto 2015 by Serena 28 commenti

Prima stesura Cristallo
…e lì rimase

Il 12 giugno mia madre ha ritirato in copisteria la stampa rilegata della prima versione di «Cristallo». Mi credete se vi dico che da quel giorno non sono più riuscita a riprenderla in mano? Sorge un sospetto. Forse inconsciamente sapevo che…

«Il mio romanzo è ‘na palla.»

Così esordisco nella mia telefonata alla Erica, la mia amica/editor/compagna di merende, santa donna, che come ogni santo che si rispetti dovrebbe avere una chiesa dedicata e una casella nel calendario. O almeno una via. Via Santa Erica degli Autori Disperati. La chiamo dal baretto in spiaggia nel quale mi sono rifugiata, sfuggendo alla famiglia e all’appiccicume della crema solare, per lavorare una mezz’ora alla mia prima stesura.
«’na palla in che senso?» replica senza scomporsi.
«Boh, ‘na palla. E se mi rompo le scatole io, a leggerlo, figurati un lettore…»
Pausa di silenzio.
«Non è che hai scritto una storia drammatica?»
Ci penso un momento. Non saprei. I temi sono spessi, questo sì, e la storia non è comica. Ma si piange già abbastanza, nella vita, e io nella mia storia voglio un raggio di sole. La voglio seria, sì. Drammatica, no. Menosa, meno che meno.Quindi mmmgnò, diciamo di no. Non voglio scrivere una storia drammatica, e se l’ho scritta non era mia intenzione. Sigh.

Non sono disperata, però. Ho in mente uno straccio di soluzione. Devo alleggerire, ma come? Una nuova linea narrativa? Inserire un nuovo tema? Uso i personaggi secondari?
Il problema, spiego a Erica, è che non ce la faccio più a sopportare le menate di Anna. Per i non-milanesi: la menata sarebbe, tipo, una pippa mentale. Anna, poverina, ha preso una scuffia ossessiva per un tizio non esattamente raccomandabile. Poi ha qualche altro problemino, il che le dà tutto il diritto di farsi qualche menata. Ma ragazzi, se io che sono la sua mamma sono stufa di sentirla…
«Ti serve un comic relief!»
Eggià.

E perché non ci ho pensato io?

Perchè?
Pecchè? Eh?

Avete presente «Il Re Leone» di Disney? È una storia piuttosto spessa. Un giovane leone si auto-esilia dal suo branco, convinto di essere colpevole della morte del padre. Una storia di crescita, vendetta e riscatto.
…in un film per bambini?
Certo. Intanto, i bambini sono bambini, non stupidi in miniatura. E poi basta infilarci Timon, Pumba e anche Rafiki, che cura le menate di Simba a mazzate in testa,

Rafiki e Simba
Il passato è passato!

e la storia diventa subito digeribile. Non solo digeribile, ma bella, pure (anche se sticavoli, io non mi sono ancora ripresa dalla morte di Mufasa).
Forse anche le mia Anna ha bisogno di qualche mazzata terapeutica?
Erica improvvisa, butta lì una scena che mi provoca nel cervello uno spettacolo di fuochi d’artificio che neanche il 4 luglio. Nel pomeriggio, appena riesco a rimettere le mani sul mio PC, apro Scapple, faccio doppio click proprio nel centro dello schermo e scrivo un nome. E nel pieno del suo fulgore, signore e signori, mi si presenta…

Non ve lo dico.

Mica vi posso raccontare proprio tutto, no? Però posso dirvi che ho riempito un’altra mappa mentale con vita, morte e miracoli di questo nuovo personaggio, che ha cominciato a parlare e pare non abbia alcuna intenzione di tacere. Almeno per il momento. Quanto a me, ho sperimentato quella sorta di beatitudine scrittoria che ti prende quando, come per magia, tutti i pezzi vanno al loro posto e l’immagine da frammentaria diventa chiara, unica. Una volta tanto.
Pochi giorni dopo ho terminato  la rilettura in questa nuova ottica e adesso vi posso dire che no, il romanzo non è una palla.

O magari lo è. Ma se non altro adesso posso dire con certezza che esiste, sulla faccia della terra, almeno un lettore a cui piace da morire.
Io.

Che cosa ho imparato da questa faccenda

  • La revisione può essere dolorosa. Non è bello scoprire che nella tua creatura c’è qualcosa che non va. Vale anche per i romanzi.
  • La revisione può essere dolorosa, ma non è una tragedia. Anne Lamott, nel suo «Bird by Bird», dice che bisogna accettare di scrivere «shitty first drafts». Prime stesure che, ehm, puzzano un po’. Poi bisogna mettersi i guanti, infilarci le mani e cominciare a pulire. Se siete sicuri che la vostra prima bozza va bene così e non siete Lee Child, potreste avere un problema.
    Esiste la possibilità che la storia sia irrecuperabile? Ovvio che sì. Ma per stavolta non ne parliamo.
  • Serve un altro paio d’occhi per guardare la propria storia. E devono appartenere a qualcun altro. Lo abbiamo già detto quelle dieci-dodicimila volte che l’editing professionale è necessario, vero? Lo ripetiamo. Soprattutto se pubblicate in self, non potete farne a meno, rassegnatevi. Se non potete permettervelo, trovate almeno dei lettori beta, una professoressa di italiano in pensione, la zia secchiona, quello che volete. Ma chiedete a qualcuno di guardare la vostra storia e di dirvi onestamente cosa ne pensa.
    In una fase precedente all’editing, oltre al paio d’occhi aiuta molto anche una spalla su cui piangere. Io la telefonata con Erica ve l’ho sintetizzata, ma è stata più lunga di così. Quando abbiamo messo giù ho incominciato a scrivere la causa di beatificazione.
  • Non si finisce mai di imparare. Anzi, credo si impari veramente solo facendo, e in particolare quando sbatti il muso in un ostacolo e cerchi il modo di andare avanti. Bisogna continuare a studiare, perché tendiamo a fermare lo sguardo su certi aspetti e ci perdiamo il resto. Ma ogni volta che si puntano i riflettori su un aspetto della scrittura, si scopre che le sfaccettature sono molteplici, gli esempi innumerevoli, gli usi variegati. Bisogna ricordarlo e non smettere mai di studiare. E scrivere, tanto.

La morale della favola

Lavorando a «Cristallo» ho l’impressione di cercare un ago in un pagliaio. È una faticaccia, un lavoro improbo che qualche volta comporta lo spostamento di una pagliuzza alla volta. Ci sono momenti in cui un raggio di sole colpisce l’ago, che scintilla e si fa vedere. Qualche volta sembra perfino d’oro. Allora riparto alla ricerca, con entusiasmo, con l’illusione di essere vicina alla meta, più certa e innamorata di prima.

Il mio prossimo romanzo, Cristallo

Vi è mai successo di trovare un problema in una vostra storia, e risolverlo in un modo di cui siete piuttosto fieri?

Post Scriptum. A proposito di scuffie ossessive, ma raccontate da dio, non potete perdervi questo libro qui.

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Sto leggendo… Jessica Page Morrell

7 Giugno 2015 by Serena 2 commenti

Jessica Page Morrell,

Thanks, but this isn’t for us: A (Sort of) Compassionate Guide to Why Your Writing is Being Rejected

Thanks-But-This-Isnt-for-Us-Jessica-Page-Morrell

Se mi è venuto voglia di scriverci su una domenica mattina, dribblando esseri umani e felini che vogliono TUTTI indistintamente qualcosa da me, è perché il libro è proprio carino.

Perché mi piace: c’è più di una ragione! Per cominciare fa ridere, sul serio. Jessica racconta le sue reazioni davanti ai manoscritti su cui ha lavorato e lo fa con il linguaggio che utilizzeremmo noi per raccontare ad un amico perché un certo libro fa, ehm, schifo. Poi però si ripiglia e ci spiega, in modo semplice ed immediato, perché quel certo errore non si deve fare. Questo secondo me è il pregio più grande del libro, insieme agli esempi: ogni brano di “teoria” è illustrato da almeno un esempio superchiaro e spesso divertente. Io tengo un laboratorio di scrittura e sugli esempi sputo sangue, sempre: bisogna sfogliare montagne di libri prima di trovare quello proprio giusto. Quindi apprezzo in modo particolare un libro che di esempi è letteralmente imbottito. Mi ispira per il laboratorio (e qualche esempio lo utilizzerò com’è, ci potete giurare) e, soprattutto, mi sta insegnando qualcosa.

Cosa non mi piace: la signora Morrell, per quel che vedo, non ha pubblicato narrativa. È una giornalista, editor e writing coach di grande esperienza, ma niente romanzi, racconti o novelle. Mi sarebbe piaciuto di più scoprire che ha scritto almeno un romanzo, e magari con un certo successo. Però il libro è bello e basta ragionare – mettendosi dalla parte del lettore – per capire che quanto dice è corretto e pertinente.

Lo consiglio? Certo che sì! È in lingua inglese, ma vale la pena di fare un piccolo sforzo. Si impare divertendosi. Leggetelo su un ereader con dizionario integrato, e il gioco è fatto.

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La quarta regola della scrittura: è tutto nell’editing (ovvero: taglia)

27 Aprile 2015 by Serena 4 commenti

Strumenti dello scrittore per fare editing
Strumenti dello scrittore. Si ringrazia gennarino.org per l’immagine.

Diana Athill

  1. Cut (perhaps that should be CUT): only by having no ­inessential words can every essential word be made to count.

(Taglia (forse si dovrebbe scrivere TAGLIA): si possono far risaltare le parole importanti solo se non ci sono parole inutili)

Esther Freud

  1. Cut out the metaphors and similes. In my first book I promised myself I wouldn’t use any and I slipped up ­during a sunset in chapter 11. I still blush when I come across it.

(Taglia metafore e cose del genere. Nel mio primo libro mi ero ripromessa di non usarne, ma ci cascai in pieno durante un tramonto nel capitolo 11. Ancora arrossisco quando mi capita di rileggerlo.)

3 Editing is everything. Cut until you can cut no more. What is left often springs into life.

(L’editing è tutto. Taglia fino a quando non puoi tagliare più niente. Quello che resta spesso prende vita)

Sarah Waters

  1. Cut like crazy. Less is more. I’ve ­often read manuscripts – including my own – where I’ve got to the beginning of, say, chapter two and have thought: “This is where the novel should actually start.” A huge amount of information about character and backstory can be conveyed through a small detail. The emotional attachment you feel to a scene or a chapter will fade as you move on to other stories. Be business-like about it.

(Tagliate come matti. Meno è meglio. Mi è capitato spesso di leggere manoscritti – compresi i miei – dove ho dovuto tornare, tipo, al capito due e ho pensato: “Qui è dove la storia comincia davvero.” Un sacco di informazioni importanti su personaggio e trama possono essere trasmessi utilizzando solo un piccolo dettaglio. L’attaccamento che si prova per un capitolo o una scena si indebolisce man mano che procedete verso altre storie. Siate manageriali in questo. )

Il lavoro vero è l’Editing

Il verbo “cut” pulito pulito non ricorre poi tanto nella raccolta delle dieci regole del Guardian, e quelle poche volte ve le ho riportate qui sopra insieme alle frasi cui appartengono. Ma i suoi equivalenti, parenti, cugini di secondo grado e dirimpettai li incontrate ad ogni angolo, e quello che incontrate più spesso si chiama editing. Prendiamo per esempio (ma non è l’unico) il signor

Will Self, che dice:

  1. Don’t look back until you’ve written an entire draft, just begin each day from the last sentence you wrote the preceeding day. This prevents those cringing feelings, and means that you have a substantial body of work before you get down to the real work which is all in . . .

(Non guardate indietro fino a quando non avete scritto una bozza completa, semplicemente cominciate ogni giorno con l’ultima frase del giorno prima. Questo vi evita attacchi d’ansia e significa che avete un bel po’ di materiale prima di cominciare il lavoro vero, che è tutto nell’…)

2. …the editing.

…nell’editing.

ed è chiaro che intenda l’editing (anche) come un poderoso lavoro d’accetta. Addirittura lo presenta come “il lavoro vero”, e ci trova decisamente d’accordo. Perché? Perché la scrittura è selezione. Il nostro cervello immagina, non scrive, ed è abbondante, rigoglioso, ridondante. Provate a chiedere a chi pratica meditazione: far tacere la mente, o anche semplicemente concentrarsi su una sola immagine, tra le migliaia che si presentano spontaneamente quando il pensiero lavora in modo naturale, è un grandissimo casino. Ci si riesce solo dopo anni di pratica e una forte motivazione.

Ora, quando scrivete, voi fate prima un lavoro di immaginazione e lo fate a vari livelli: la storia intera, l’evento, le scene. Immaginate una scena e l’avete davanti ai vostri occhi, tanto che vedete tutto, sentite anche odori e sapori e probabilmente, se siete davvero dentro alla storia, provate anche sentimenti e sensazioni del vostro protagonista di quel momento. Se scrivete dal punto di vista del vostro personaggio preferito, siete probabilmente in una sorta di trance creativa: semplicemente non siete più nel vostro corpo ma lì, nell’Universo dove si sta svolgendo la vostra storia, e state vivendo un’esperienza multisensoriale. Se Mr. Protagonista mangia qualcosa di delizioso, a voi viene fisicamente l’acquolina in bocca.

Ora abbassate gli occhi.

Eccolo lì: lo schermo di Word. Il foglio bianco. Con cosa cominciate? Pensate una frase.  Come scegliete la prima parola? Come ci mettete, su quel foglio, tutte le sensazioni e le emozioni che state provando? Dire che vi trovate davanti ad un collo di bottiglia è poco. Un imbuto, ancora meno. Un tritacarne? Già ci si avvicina di più: non volete perdere niente, dovete solo stringere e condensare in un medium bidimensionale il mondo che state vivendo in quel momento. È qualcosa di denso, ma ricco: è più che naturale che eccediate. Volete dire tutto, volete che il vostro lettore senta esattamente quello che avete sentito voi, senza perdersi niente. Il massimo sarebbe che riuscisse a vestire i panni del vostro Personaggio, ma temete che non ci riesca. Temete, scrivendo, di dimenticare qualcosa di fondamentale, e così spesso esagerate e dite troppo.

Il problema è che non sarà la quantità delle parole a rendere vero, per chi vi legge, il mondo che volete raccontare, ma la qualità, ovvero la parola giusta. Perché il vostro lettore farà il lavoro inverso: raccoglierà quella parola, o quelle parole messe proprio così, in quella particolare sequenza, e si lascerà suggerire il vostro mondo. Che ricostruirà grazie alla propria immaginazione, che è sua e solo sua. Rassegnatevi: difficile che senta esattamente quello che avete sentito voi, ma ci andrà molto vicino, tanto vicino quanto voi sarete andati vicino alla parola giusta.

Perciò opererete una o più selezioni, e lavorerete di taglio, perché nel pezzo ci saranno parole il cui peso non corrisponde a ciò che volete dire; ciò che avete “rigurgitato” lì per lì ha altissime probabilità di essere “troppo” e di fuorviare chi vi legge, invece di accompagnarlo sulla strada per il vostro mondo.

Tutto chiaro? Tagliate, quindi. Lavorate di cesello. Affinate. Cancellate la parola che sembrava giusta e riscrivetene una migliore. È qualcosa che sconfina nella poesia: c’è chi confonde la poesia con le sbrodolate, chi mette sullo stesso piano un M’illumino d’immenso e tre pagine di fiori rosa, bambini e fatine di primavera. Le parole sono pietre, diceva qualcuno. È vero: sono densissime, un concentrato d’immaginazione e se le usate bene non ve ne servono tante.

L’editing altro non è che il processo di “taglio” nella sua veste più raffinata. Ma può essere difficile e sgradevole. Fa parte del processo della creazione di una storia, ma molti lo odiano: è completamente diverso dalla fase creativa. Durante la prima stesura aggiungete, unite, sommate, espandete; mentre editate, invece, cercate ciò che non va per eliminarlo. Nella prima stesura si conosce l’estasi, the flow; durante l’editing, si cambia emisfero cerebrale. Si usa lo stesso emisfero, tanto per capirci, della dichiarazione dei redditi (sì, ho passato la domenica a fare il 730 e sono di pessimo umore). Nella prima stesura si insegue la bellezza, durante l’editing si va a caccia di schifezze. Le schifezze sono il vostro obiettivo. E se magari siete felici di averle trovate e sistemate, nello stesso momento andate in crisi. “No, ca**o. L’ho scritta davvero io, ‘sta roba?”

Ciò che si ha in mano dopo la prima stesura è grezzo, ed è solo dopo l’editing che diventa davvero una storia con la speranza di tenere un lettore incollato alla pagina.  A meno che non siate dei geni  e scriviate tutto perfetto al primo colpo; ma allora, che ci fate qua?

Coco Chanel consigliava alla signora elegante: quando sei completamente vestita e pronta per uscire, togli ancora cinque cose. Se ti addobbi come un albero di Natale non vedranno te, vedranno gli addobbi. Se hai scelto bene, vedranno una donna elegante. Qualcosa di bello, anche se non sei Miss Universo (ok, questo non so se lo diceva Coco ma il concetto è quello). Scommettiamo che Mademoiselle ne sapeva anche di scrittura creativa?

Note

  • Gli altri articoli della serie sulle Regole della Scrittura li trovate qui (che è l’Introduzione, si spiega da dove vengono tutte queste regole) e anche qui, qui e qui.
  • Io sarò pure fissata con gli autori americani, ma secondo me i libri da leggere prima di tutti gli altri per imparare a fare editing sono questi due: Self-Editing for Fiction Writers, di Renni Browne e Dave King, e Revision and Self Editing for Publication di James Scott Bell, che è una seconda edizione di un suo precedente bestseller sull’editing.
  • Le traduzioni di servizio, senza pretese, sono mie.
  • Questo articolo è apparso per la prima volta qui.

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Creare una sinossi con Scrivener

27 Gennaio 2015 by Serena 4 commenti

Piano piano, ma si va avanti.

Il lavoro di sistemazioni delle varie parti di Cristallo è terminato, e ciò che ne è uscito ha tutta l’aria di una struttura definitiva. Io uso Scrivener, come ormai sanno anche i sassi, e per spostare-sistemare-tagliarecucire i brani ho usato la «lavagna di sughero», come ho descritto in questo post.

Ora che la sequenza è a posto, ho voglia di scrivere una sinossi definitiva che mi servirà per un’ultima verifica: voglio leggere tutto d’un fiato il racconto dei fatti nudi e crudi e vedere se il tutto scorre bene, in modo consequenziale. Come procedere? Devo rileggere pezzo per pezzo e riassumere, o posso procedere in un modo più rapido?

Creare automaticamente una sinossi

Ancora una volta Scrivener è di grandissimo aiuto. Esiste infatti un modo di estrarre

[Leggi di più…] infoCreare una sinossi con Scrivener

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Editing Strutturale con Scrivener

5 Gennaio 2015 by Serena 7 commenti

Il primo giorno del 2015 ho cominciato, come previsto, l’auto-editing della mia “Cristallo”. A proposito, la storia si chiama “Cristallo” perché io dentro di me la conosco così, ma non è affatto detto che avrà lo stesso nome quando sarà pronta per essere letta. Vedremo.

Comunque, tornando a noi, dopo avere terminato la prima stesura ho lasciato passare un mese intero e ora, finalmente, sono pronta. Il mese di pausa è assolutamente necessario per recuperare una visione più fresca di quel che ho prodotto; se si tratta di racconti o di testi brevi mi può bastare una settimana o anche solo qualche giorno, ma nel caso di un manoscritto di 100.000 parole circa il mese, secondo me, deve passare tutto e forse ancora non basta. Il meccanismo è quello di “dimenticarsi” di ciò che si è scritto per vederlo il più possibile con occhi nuovi, ed è lo stesso per il quale potete riguardare un film, o rileggere un libro, dopo un po’ tempo dalla prima volta, e godervelo lo stesso se non addirittura di più, perché scoprite nuovi elementi, nuove sfumature, punti di vista alternativi.

Voglio mettere il massimo impegno in questo lavoro di revisione. Lo considero importante quanto la prima stesura. Parto dall’idea che la prima versione di ogni mio lavoro sia sempre inguardabile, anche se magari non lo è, e non la sottoporrei così com’è nemmeno ai miei beta-reader più affezionati, perché ho troppo rispetto per il loro tempo. Quello che ricevono di solito, e riceveranno anche stavolta, sarà il massimo a cui posso arrivare con i miei mezzi. Oltre alle mie possibilità, ci sarà forse – vedremo – l’intervento di un editor professionista. Ma non ne sono ancora sicura, e in ogni caso anche l’eventuale professionista riceverebbe un testo già revisionato al massimo delle mie capacità.

(per un esempio di processo di editing di un autore auto-pubblicato, leggete qui. Se non leggete l’inglese ma siete interessati, fatemelo sapere e vi farò la traduzione)

Nell’articolo di Joanna Penn che vi ho linkato sopra, il primo passaggio suggerito è quello di una revisione strutturale, e mi trova completamente d’accordo. Non avrebbe alcun senso fare un editing riga per riga, riscrivendo frasi intere, quando non si è ancora sicuri della posizione che avranno le diverse parti del testo oppure, peggio ancora, non si sa nemmeno se quelle parti sopravviveranno al machete. Perché non so voi, ma io quando edito vado giù pesante. Taglio senza pietà, e disgraziatamente mi succede assai spesso di chiedermi “e questo pezzo che ci sta a fare? e quest’altro a cosa serve? e questo, ma dove avevo la testa?” e via di questo passo.

Dunque, prima di tutto la struttura. “Prima di tutto la struttura” è il mio mantra: vale in fase di creazione della storia, vale in fase di editing.

La narrazione in linea, divisa nei tre atti classici
Uno schema di struttura in tre atti

La buona notizia nel mare di lavoro “sporco” che ho davanti a me è che, usando Scrivener, la revisione strutturale sarà relativamente semplice, nel senso che mi sarà risparmiata, per fortuna, tutta quella parte di apricartella-apridocumento-aprineunaltro-tagliadauno-incollanellaltro-doveèfinitoil pezzo-maquestolhogiàfatto-okciriprovo che tocca a chi usa un normale editor di testi, tipo Word per intenderci. Il concetto alla base della creazione di questo software, pensato da uno scrittore per gli scrittori, è che ogni “pezzo” di testo può essere gestito in modo indipendente ed essere sia “genitore” (quindi, avere sotto-documenti) che “figlio” (quindi, essere inserito gerarchicamente sotto ad un altro documento) che “parente” (quindi, essere collocato sullo stesso livello strutturale di uno o più altri documenti). È un’innovazione importantissima perché rende estremamente semplice lo spostamento, l’unione e la divisione di ogni unità di testo fino alla realizzazione della struttura finale del libro. Non vi è un limite al numero di livelli che si possono gestire; questa flessibilità può interessare poco a un autore di fiction, che di solito ha da uno a tre livelli (parti, capitoli e scene), ma diventa estremamente interessante se, per esempio, si deve scrivere una tesi di laurea.

Nemmeno queste, però, sono le caratteristiche che rendono le prestazioni di Scrivener insuperabili in fase di revisione. Ecco il vero jolly: il software ha una modalità di visualizzazione “lavagna di sughero” (corkboard) sulla quale ogni documento appare come una scheda di cartoncino, e in questa modalità si ha una perfetta visione d’insieme dell’opera con tutte le parti al posto desiderato. La sequenza delle schede è chiarissima – si può perfino vederle virtualmente impilate una sull’altra – e può essere modificata trascinando le schede stesse con il mouse o con le scorciatoie da tastiera. Ogni scheda, poi, può essere contrassegnata con colori, scritte trasversali, un titolo e una sinossi del contenuto, così che il colpo d’occhio è davvero completo.

Io sono partita da una situazione iniziale in cui avevo un progetto Scrivener diviso in “beats” (sì, mi sono ispirata alle tecniche della sceneggiatura. Il testo più divertente ed immediato? Questo, senza dubbio, disponibile anche in italiano). Un “beat” è un momento fondamentale della trama ed io, usando quelli di Blake Snyder, il concetto base di struttura in tre atti e anche un po’ il metodo del fiocco di neve , mi sono creata i miei, che in Scrivener apparivano inizialmente come documenti e sono poi stati trasformati in cartelle con dentro altri documenti; una delle tante possibilità offerte da questo software geniale.

Il mio desktop con Scrivener aperto in modalità "struttura"
Cristallo in modalità “struttura” al 30-11-14

All’inizio della revisione, il primo lavoro che ho svolto è stato quello di riportare ogni documento allo stesso livello strutturale (li avevo etichettati come “scene”), eliminando le cartelle. Scrivener offre la possibilità di scrivere brani isolati, anche piccolissimi, che io in questa fase ho unito tra loro o spostato al posto giusto, con la massima libertà. Ho diviso altri brani più grandi dove necessario. Alla fine mi sono ritrovata con una cosa di questo genere:

Il mio desktop con Scrivener aperto in modalità "lavagna"
Le scene di “Cristallo” già suddivise in capitoli, sulla lavagna di sughero

Con la visione generale sotto gli occhi, ho controllato che i punti strutturali previsti durante la progettazione della storia fossero presenti e sviluppati. Non mi sono soffermata molto sui contenuti e sulla dinamica della narrazione, perché ho cercato di risolvere questo tipo di problemi ben prima di cominciare a scrivere. In altre parole, a domande come “Il conflitto è sufficientemente forte? La posta in gioco è abbastanza alta da interessare il mio lettore ideale? Gli eventi narrati sono necessari a far progredire la storia?” ho già risposto quando ho riflettuto sulla trama; sarà quindi un editor professionista, eventualmente, a fornirmi altri elementi di riflessione o a farmi notare le debolezze di cui io non mi sono accorta. Per il momento più di così non posso fare, quindi sono passata alla suddivisione in capitoli.

Ho cominciato ad accorpare delle scene in capitoli (c’è un comando molto semplice che permette di unire tra loro i documenti nell’ordine desiderato) facendo attenzione che ogni capitolo contenesse un elemento “forte” – un conflitto – e che vi fosse un momento di massima tensione con un successivo calo. Faccio in modo che ogni capitolo non superi le 3.000 parole in tutto, perché secondo me è la misura “giusta”: raramente ne ho scritti di più lunghi, mi pare che per una sequenza narrativa 3.000 parole siano più che sufficienti (ma questa è una mia scelta istintiva). Dove aveva senso farlo ho lasciato dei cliffhanger alla fine dei capitoli: li conservo se suonano “naturali”, per esempio se il capitolo successivo sarà un seguito di quello che termina, perché mi va benissimo che il mio lettore senta la necessità di leggere un capitolo in più invece di chiudere il libro. Però mi interessa di più una conclusione armoniosa che un cliffhanger a tutti i costi.

Ecco, questo è lo stato dell’arte. Sono a circa due terzi della mia suddivisione definitiva in capitoli, dopodiché entrerò nel merito di ogni capitolo. Ed entrerà in azione il machete.

Suggerimenti che secondo me potreste portar via dalla lettura di questo post?

  1. Provate Scrivener. Io non sono affiliata e nessuno mi ha mai chiesto di fargli pubblicità, né ci guadagno una ceppa a segnalarvelo. Però se una cosa funziona bene posso diventare anche ossessiva nel consigliarla a parenti ed amici, quindi ripeto: dategli una possibilità. Scrivener è nato per Mac ma esiste anche per PC e anche in italiano. Potreste scaricare la versione di prova, che vale per 30 sessioni di lavoro, e poi decidere se acquistarlo. Acquistatelo.
  2. Prima di entrare nella rilettura dei vari brani, qualunque sia il metodo che avete scelto, ricontrollate la struttura. Solo dopo procedete con le questioni di stile, la grammatica, lo spelling, la punteggiatura eccetera. Non fate del lavoro inutile, non perdetevi dietro ai dettagli se il quadro generale è ancora nebuloso.
  3. Divertitevi: anche l’editing è una forma d’arte. Michelangelo, secondo me, direbbe che è il livello intermedio tra la prima forma rozza data al blocco di marmo e la cartavetrata finale. È quando viene scolpito il ricciolo della barba del Mosè, la gobbetta sul naso, la ruga degli occhi che rende l’intensità dello sguardo. E chi sono io per dare torto a Michelangelo?

Volete leggere un’anteprima di Cristallo, o scoprire come scrive questa scribacchina?

Fate un giro qui 🙂

 

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