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Serena Bianca De Matteis

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Per chi scrive

Affittare o possedere qualcosa

3 Giugno 2015 by Serena 14 commenti

affittare possedere Howey

Il testo che segue è la traduzione di questo articolo di Hugh Howey, pubblicato sul suo sito il 22 maggio 2015. Non era previsto che ve lo proponessi oggi; l’intenzione era quella di tradurre un articolo di Joanna Penn sui pro e contro dell’essere un autore Indie, come avevo dichiarato qui. Arriva anche quello, ma il testo di Howey mi ha colpita molto e ho quindi deciso di dargli la precedenza.

Può dare fastidio, forse, per i toni. La scelta di delegare delle decisioni, quali e quante, è molto personale, mentre Hugh prende posizione in modo molto energico senza tenere conto di qualche sfumatura di grigio tra il bianco e il nero. Però, però… mi è piaciuto lo stesso. Tanto.

Mi è piaciuto perché (come scrivevo, mi pare, in un commento la settimana scorsa) anch’io credo – e l’esperienza mi conferma – che nelle trattative umane si debba sempre e comunque chiedersi:  [Leggi di più…] infoAffittare o possedere qualcosa

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Autore 2.0: perché dovresti considerare seriamente il Self Publishing

27 Maggio 2015 by Serena 32 commenti

Keep calm and Self Publishing

Non so se il mio amico C. sia ancora da queste parti. È un po’ che non lo sento, e non vorrei averlo depresso con il mio ultimo articolo. D’altronde non so che farci, sono fatta così: gli unici calcoli che so fare sono quelli con carta e penna e/o calcolatrice e/o foglio Excel. Le cose che devo dire le dico, anche se non piacciono, quando riguardano dati di realtà che possono nuocere a chi li ignora.

Magari nemmeno questo articolo gli piacerà. C. ha una forte resistenza verso il Self Publishing: pur essendo una persona intelligente, abile e pronta a farsi un fondello così per continuare ad essere uno scrittore, ritiene che l’occuparsi della parte tecnica e commerciale della pubblicazione gli farebbe andare in odio tutta la faccenda. Vede l’editoria tradizionale non solo come un valore aggiunto (e ci può anche stare) ma anche, purtroppo, come una forma di tutorship, il che a mio parere non è un vantaggio. Gli ho fatto gentilmente notare che il suo primo editore era un IIT*, e gli altri due per lui non hanno fatto niente di più di quello che avrebbe potuto fare lui stesso, ossia mettere online un file .epub con una copertina decente; anche questo argomento non ha attaccato.

Ho il sospetto che la vera [Leggi di più…] infoAutore 2.0: perché dovresti considerare seriamente il Self Publishing

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Autore 2.0: sicuro che vuoi fare lo scrittore?

19 Maggio 2015 by Serena 15 commenti

Disclaimer!

Questo articolo è un po’ deprimente. Però, se riuscite ad arrivare in fondo, poi si comincia a vedere la luce.

Gli scrittori sono gente disperata
(Bukowski non mi piace, ma come dargli torto?)

Purtroppo non ho ancora finito con i numeri. Ci tengo a passarvi ancora qualche dato, anche se mi sento vagamente in colpa: sono consapevole che non diffondo belle notizie, e che un autore emergente può non essere particolarmente felice di sentirsi dire queste cose. Coraggio: anch’io sono una che scrive e che vorrebbe essere letta. Quando scrivo parlo a voi, ma prima ancora a me stessa. Certo, io per carattere preferisco una brutta verità a una bugia bene infiocchettata, mentre altri preferiscono semplicemente non sapere. Ma queste riflessioni hanno degli indubbi risvolti positivi. Per esempio, mi danno la misura di cosa posso o non posso aspettarmi. Mi evitano di perdere tempo sbattendo la testa contro un muro. Mi rendono consapevole di quanto sia dura la battaglia, e di come devo valutare, di conseguenza, la sconfitta o la vittoria.

Sconfitta e vittoria siamo noi a stabilirle. 

Questo sia ben chiaro: chi scrive per essere letto, di questi tempi, farebbe bene a rispondere alla domanda [Leggi di più…] infoAutore 2.0: sicuro che vuoi fare lo scrittore?

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Autore 2.0: quei quattro numeri da sapere sul mercato editoriale

12 Maggio 2015 by Serena 26 commenti

Proseguo con le riflessioni iniziate la scorsa settimana in questo post, dopo che il mio amico C., autore pubblicato, mi ha contattata per fare due chiacchiere a seguito di una discussione con il suo agente.

Gli scrittori, C. compreso, non sono quasi mai tipi da numeri (a meno che si tratti di «quante copie ho venduto oggi»). Magari è una vita che si trovano a loro agio più con le parole che con le cifre, più con il tema di italiano che con la verifica di matematica, più con il manuale di scrittura creativa che con le istruzioni del 730 (OK, se uno si trova a suo agio con le istruzioni del 730 è da curare).

Scrittore alle prese con il mercato editoriale
Dove sono i miei cinquantamila dollari?

Comunque sia, caro C., l’autore 2.0 con i numeri deve fare la pace. Già mi pare di sentirti obiettare che [Leggi di più…] infoAutore 2.0: quei quattro numeri da sapere sul mercato editoriale

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Autore 2.0: come pubblicare un libro nel 2015 ed essere felici

5 Maggio 2015 by Serena 18 commenti

Hugh Howey fotografato da Jason Myers. Chiedete a lui come pubblicare un libro.
Chiedete a lui come pubblicare un libro

È da parecchio tempo, quasi cinque mesi, che sto combattendo con un articolo sul Self Publishing, ovvero come pubblicare un libro da sé sfruttando le (infinite) possibilità offerte dal Web.

Quando ho incominciato a buttarlo giù era la fine dell’anno, momento di bilanci e riflessioni un po’ per tutti. La blogosfera Indie era già in fermento ed in più, tra dicembre 2014 e gennaio 2015 sono stati pubblicati, da gente del calibro di Kristine Kathryn Rusch, Hugh Howey, Joanna Penn e Mark Coker, una serie di articoli straordinariamente ricchi di spunti di riflessione, che non potevano – e non hanno – lasciato indifferente nessuno nel mondo della pubblicazione indipendente e non. Si tratta di testi su cui ho rimuginato per mesi, senza però riuscire a mettere a fuoco il messaggio che mi stavo portando a casa e, di conseguenza, qual era la parte che meritava di essere condivisa con voi.

Alla fine mi sono resa conto che [Leggi di più…] infoAutore 2.0: come pubblicare un libro nel 2015 ed essere felici

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La quarta regola della scrittura: è tutto nell’editing (ovvero: taglia)

27 Aprile 2015 by Serena 4 commenti

Strumenti dello scrittore per fare editing
Strumenti dello scrittore. Si ringrazia gennarino.org per l’immagine.

Diana Athill

  1. Cut (perhaps that should be CUT): only by having no ­inessential words can every essential word be made to count.

(Taglia (forse si dovrebbe scrivere TAGLIA): si possono far risaltare le parole importanti solo se non ci sono parole inutili)

Esther Freud

  1. Cut out the metaphors and similes. In my first book I promised myself I wouldn’t use any and I slipped up ­during a sunset in chapter 11. I still blush when I come across it.

(Taglia metafore e cose del genere. Nel mio primo libro mi ero ripromessa di non usarne, ma ci cascai in pieno durante un tramonto nel capitolo 11. Ancora arrossisco quando mi capita di rileggerlo.)

3 Editing is everything. Cut until you can cut no more. What is left often springs into life.

(L’editing è tutto. Taglia fino a quando non puoi tagliare più niente. Quello che resta spesso prende vita)

Sarah Waters

  1. Cut like crazy. Less is more. I’ve ­often read manuscripts – including my own – where I’ve got to the beginning of, say, chapter two and have thought: “This is where the novel should actually start.” A huge amount of information about character and backstory can be conveyed through a small detail. The emotional attachment you feel to a scene or a chapter will fade as you move on to other stories. Be business-like about it.

(Tagliate come matti. Meno è meglio. Mi è capitato spesso di leggere manoscritti – compresi i miei – dove ho dovuto tornare, tipo, al capito due e ho pensato: “Qui è dove la storia comincia davvero.” Un sacco di informazioni importanti su personaggio e trama possono essere trasmessi utilizzando solo un piccolo dettaglio. L’attaccamento che si prova per un capitolo o una scena si indebolisce man mano che procedete verso altre storie. Siate manageriali in questo. )

Il lavoro vero è l’Editing

Il verbo “cut” pulito pulito non ricorre poi tanto nella raccolta delle dieci regole del Guardian, e quelle poche volte ve le ho riportate qui sopra insieme alle frasi cui appartengono. Ma i suoi equivalenti, parenti, cugini di secondo grado e dirimpettai li incontrate ad ogni angolo, e quello che incontrate più spesso si chiama editing. Prendiamo per esempio (ma non è l’unico) il signor

Will Self, che dice:

  1. Don’t look back until you’ve written an entire draft, just begin each day from the last sentence you wrote the preceeding day. This prevents those cringing feelings, and means that you have a substantial body of work before you get down to the real work which is all in . . .

(Non guardate indietro fino a quando non avete scritto una bozza completa, semplicemente cominciate ogni giorno con l’ultima frase del giorno prima. Questo vi evita attacchi d’ansia e significa che avete un bel po’ di materiale prima di cominciare il lavoro vero, che è tutto nell’…)

2. …the editing.

…nell’editing.

ed è chiaro che intenda l’editing (anche) come un poderoso lavoro d’accetta. Addirittura lo presenta come “il lavoro vero”, e ci trova decisamente d’accordo. Perché? Perché la scrittura è selezione. Il nostro cervello immagina, non scrive, ed è abbondante, rigoglioso, ridondante. Provate a chiedere a chi pratica meditazione: far tacere la mente, o anche semplicemente concentrarsi su una sola immagine, tra le migliaia che si presentano spontaneamente quando il pensiero lavora in modo naturale, è un grandissimo casino. Ci si riesce solo dopo anni di pratica e una forte motivazione.

Ora, quando scrivete, voi fate prima un lavoro di immaginazione e lo fate a vari livelli: la storia intera, l’evento, le scene. Immaginate una scena e l’avete davanti ai vostri occhi, tanto che vedete tutto, sentite anche odori e sapori e probabilmente, se siete davvero dentro alla storia, provate anche sentimenti e sensazioni del vostro protagonista di quel momento. Se scrivete dal punto di vista del vostro personaggio preferito, siete probabilmente in una sorta di trance creativa: semplicemente non siete più nel vostro corpo ma lì, nell’Universo dove si sta svolgendo la vostra storia, e state vivendo un’esperienza multisensoriale. Se Mr. Protagonista mangia qualcosa di delizioso, a voi viene fisicamente l’acquolina in bocca.

Ora abbassate gli occhi.

Eccolo lì: lo schermo di Word. Il foglio bianco. Con cosa cominciate? Pensate una frase.  Come scegliete la prima parola? Come ci mettete, su quel foglio, tutte le sensazioni e le emozioni che state provando? Dire che vi trovate davanti ad un collo di bottiglia è poco. Un imbuto, ancora meno. Un tritacarne? Già ci si avvicina di più: non volete perdere niente, dovete solo stringere e condensare in un medium bidimensionale il mondo che state vivendo in quel momento. È qualcosa di denso, ma ricco: è più che naturale che eccediate. Volete dire tutto, volete che il vostro lettore senta esattamente quello che avete sentito voi, senza perdersi niente. Il massimo sarebbe che riuscisse a vestire i panni del vostro Personaggio, ma temete che non ci riesca. Temete, scrivendo, di dimenticare qualcosa di fondamentale, e così spesso esagerate e dite troppo.

Il problema è che non sarà la quantità delle parole a rendere vero, per chi vi legge, il mondo che volete raccontare, ma la qualità, ovvero la parola giusta. Perché il vostro lettore farà il lavoro inverso: raccoglierà quella parola, o quelle parole messe proprio così, in quella particolare sequenza, e si lascerà suggerire il vostro mondo. Che ricostruirà grazie alla propria immaginazione, che è sua e solo sua. Rassegnatevi: difficile che senta esattamente quello che avete sentito voi, ma ci andrà molto vicino, tanto vicino quanto voi sarete andati vicino alla parola giusta.

Perciò opererete una o più selezioni, e lavorerete di taglio, perché nel pezzo ci saranno parole il cui peso non corrisponde a ciò che volete dire; ciò che avete “rigurgitato” lì per lì ha altissime probabilità di essere “troppo” e di fuorviare chi vi legge, invece di accompagnarlo sulla strada per il vostro mondo.

Tutto chiaro? Tagliate, quindi. Lavorate di cesello. Affinate. Cancellate la parola che sembrava giusta e riscrivetene una migliore. È qualcosa che sconfina nella poesia: c’è chi confonde la poesia con le sbrodolate, chi mette sullo stesso piano un M’illumino d’immenso e tre pagine di fiori rosa, bambini e fatine di primavera. Le parole sono pietre, diceva qualcuno. È vero: sono densissime, un concentrato d’immaginazione e se le usate bene non ve ne servono tante.

L’editing altro non è che il processo di “taglio” nella sua veste più raffinata. Ma può essere difficile e sgradevole. Fa parte del processo della creazione di una storia, ma molti lo odiano: è completamente diverso dalla fase creativa. Durante la prima stesura aggiungete, unite, sommate, espandete; mentre editate, invece, cercate ciò che non va per eliminarlo. Nella prima stesura si conosce l’estasi, the flow; durante l’editing, si cambia emisfero cerebrale. Si usa lo stesso emisfero, tanto per capirci, della dichiarazione dei redditi (sì, ho passato la domenica a fare il 730 e sono di pessimo umore). Nella prima stesura si insegue la bellezza, durante l’editing si va a caccia di schifezze. Le schifezze sono il vostro obiettivo. E se magari siete felici di averle trovate e sistemate, nello stesso momento andate in crisi. “No, ca**o. L’ho scritta davvero io, ‘sta roba?”

Ciò che si ha in mano dopo la prima stesura è grezzo, ed è solo dopo l’editing che diventa davvero una storia con la speranza di tenere un lettore incollato alla pagina.  A meno che non siate dei geni  e scriviate tutto perfetto al primo colpo; ma allora, che ci fate qua?

Coco Chanel consigliava alla signora elegante: quando sei completamente vestita e pronta per uscire, togli ancora cinque cose. Se ti addobbi come un albero di Natale non vedranno te, vedranno gli addobbi. Se hai scelto bene, vedranno una donna elegante. Qualcosa di bello, anche se non sei Miss Universo (ok, questo non so se lo diceva Coco ma il concetto è quello). Scommettiamo che Mademoiselle ne sapeva anche di scrittura creativa?

Note

  • Gli altri articoli della serie sulle Regole della Scrittura li trovate qui (che è l’Introduzione, si spiega da dove vengono tutte queste regole) e anche qui, qui e qui.
  • Io sarò pure fissata con gli autori americani, ma secondo me i libri da leggere prima di tutti gli altri per imparare a fare editing sono questi due: Self-Editing for Fiction Writers, di Renni Browne e Dave King, e Revision and Self Editing for Publication di James Scott Bell, che è una seconda edizione di un suo precedente bestseller sull’editing.
  • Le traduzioni di servizio, senza pretese, sono mie.
  • Questo articolo è apparso per la prima volta qui.

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