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Serena Bianca De Matteis

For the Love of all Creatures

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Creatività

Quando la poesia si fa vivere e toccare

23 Aprile 2019 by Serena 8 commenti

Ah, Shakespeare.

Credo che a noi italiani dia quasi fastidio, tutta questa festa. Noi abbiamo Dante, giusto? Abbiamo la Commedia, perché non si fa un Dante’s Day, mormora stizzito il nostro orgoglio nazional popolare. Che ci facciamo con Shakespeare noi che abbiamo Dante, Leopardi e Foscolo?

Io non sono esterofila, eh, e in più non posso vantare chissà quale conoscenza del Bardo; ho studiato praticamente sempre e solo letteratura francese, a Shakespeare ci sono arrivata in università per un esame, e non ho mai nutrito una passione particolare per lui o le sue opere.

Perciò devo ringraziare Viking Italia se, con la meravigliosa Poetry Box che mi hanno inviato, mi hanno costretta a ripensarci. A ricordare. A prendere coscienza. Lo sapete che noi siamo praticamente immersi, nuotiamo in un mare shakespeariano di citazioni e atmosfere, anche se non ce ne accorgiamo? E non voglio fare il verso al bel post di Silvia, che ci ricorda quanti modi di dire dobbiamo a Mr. William: io mi riferisco a circostanze molto meno elevate.

Per esempio, correva l’anno… lasciamo perdere che è meglio, e io mi dilettavo di musical. Non solo come spettatrice: ho avuto l’enorme fortuna, come vi ho già raccontato da qualche parte, di cantare e ballare su un palcoscenico. Lo spettacolo del quale ho fatto parte includeva pezzi di altri musical, tra cui Hair. Vi ricordate “Let the Sunshine”, o meglio “The Flesh Failures”? Indovinate un po’ da dove viene la seconda voce che accompagna il lamento accorato di George Berger:

Manchester, England, England

Eyes, look your last;

Manchester, England, England

Arms, take your last embrace;

Across the Atlantic Sea

and lips, O you, the doors of breath

And I’m a genius, genius

I believe in God

Seal with a righteous kiss

Seal with a righteous kiss

And I believe that God believes in Claude

That’s me, that’s me, that’s me

The rest is silence.

Ecco come si infilano Romeo e Giulietta in un film pacifista del 1979: guardate e piangete con me, George che prende il posto del suo amico Bukowski e va a morire in Vietnam.

Io cantavo e versavo lacrime a fiumi, e il pubblico si alzava ad applaudire. Bei tempi! Al minuto 2:15 il controcanto di cui vi parlavo; e tra l’altro, mentre riguardavo la clip, mi sono resa conto di quanto sia shakespeariana l’atmosfera della storia. Perché poi, se si parla di amore e morte, è di umanità che stiamo parlando, e di Shakespeare che l’ha cantata in tutti i suoi colori. Forse sono la gioia e la passione che mancano alla tavolozza di certi nostri grandi, che così sono grandi sì, universali anche, ma gli manca qualcosina per essere dappertutto (e adesso non picchiatemi!).

Se non avete visto Hair colmate la lacuna al più presto, e poi guardate la prossima clip per consolarvi: Shakespeare in estiva con due protagonisti molto particolari, i primi 20 secondi.

E anche qui ci abbiamo infilato Shakespeare! Quindi fate attenzione, il Bardo è tutt’attorno a voi, ma non fa male e non è contagioso.

Ieri vi ho promesso di mostrarvi cosa avrei realizzato con i materiali della Poetry Box di Viking.

Per prima cosa, un Junk Journal ispirato alla poesia, con una bella piuma shakespeariana che ricorda quella – bellissima – inviatami in omaggio. Ci ho lavorato tutto ieri, in quello stato di grazia conosciuto come flow, il flusso in cui si è immersi, nel quale entriamo quando siamo totalmente in ciò che facciamo, come i bambini quando giocano. Preparavo quello che diventerà un supporto fisico per delle parole, e la mente era libera di essere allo stesso tempo presente e creativa. Ecco qualche immagine.

Lo strato finale della cover è fatto con la velina rossa che era nella box. Anche i petali sono un omaggio di Viking!
Interni realizzati con le carte di Viking (carta colorata e pergamena)
Lavorazione del fregio
Costa cucita a mano.
…e guardate quanto è bella la piuma!
Quarta di copertina
Prima di copertina

Mi sono divertita a farlo e concordo con quanto viene detto in merito nel blog di Viking, in questo post: c’è qualcosa di sano e salutare nel gesto fisico della scrittura. Abbiamo ancora bisogno di creare con le mani oltre che con il cervello, perché questo coinvolge il nostro intero essere. Così è per me in questo momento, e così mi sono sentita di creare un libro prima ancora che un post.

Di creare però non ho ancora finito, quindi vi tedierò di nuovo con questo tema nei prossimi giorni. Passata la festa gabbato lo santo, dicono; non è così per me. Ho promesso – mi sono promessa – che avrei utilizzato tutti gli oggetti della Poetry Box, nessuno escluso, quindi aspettatevi qualche altro esperimento. Poi c’è chi dice che il miglior stimolo per la creatività sono i limiti; verissimo. Ho questo a disposizione, questo devo fare, e lo farò. Ci leggiamo presto.

#VikingWorldPoetryDay

Archiviato in:Blog, Passione Contrassegnato con: #MakeArt, #VikingWorldPoetryDay, Creatività, JunkJournal, ScritturaFisica, Shakespeare, Viking

Ci volevano loro…

22 Aprile 2019 by Serena 12 commenti

…per obbligarmi a pubblicare dopo tanto tempo, costringendomi a mettere in pratica i buoni propositi: adesso riprendo, faccio un aggiornamento, racconto qualcosa, faccio vedere che il blog è vivo… Seh, come no. In questo momento mi sento molto poco social, e se riappaio è solo perché Viking Italia mi ha coinvolta nella sua iniziativa promozionale inviandomi il Pacco delle Meraviglie di cui vi ha già parlato Barbara qui. Poi andate a leggervi l’articolo, che è davvero interessante e ben fatto.

Potevo non ricambiare impegnandomi un po’?

Quindi, dicevamo, i signori di Viking hanno inviato ad alcuni blogger del materiale di cancelleria, di loro produzione e non, in una bellissima Poetry Box, con l’invito a creare qualcosa e a pubblicare sui propri canali il risultato dello sforzo in due giornate selezionate: il 21 marzo – Poetry Day –  e il 23 aprile, Shakespeare Day. Ho creato un piccolo video (col telefono, senza nessuna pretesa) per mostrarvi ciò che c’era nella scatola, e nei prossimi giorni vi farò vedere cosa ho realizzato.

Qui da queste parti tutto bene. Si scrive poco o nulla, ma creare si crea: mi è venuta la fissa dei Junk Journal (googlate, selezionate Immagini e divertitevi) e quindi in casa non si butta via più nulla. I cartoni della pizza si accumulano in un angolo in attesa di essere trasformati in cose di questo genere:

Ultimamente preferisco usare mani, cartone e colori invece che picchiare sulla tastiera. Ma nel pacco di Viking c’era anche una penna calligrafica e della carta, una buona mediazione tra parola fisica e parola-concetto. Inchiostro, suoni, immagini e carta. Tutto assieme. Vediamo cosa ne viene fuori; domani vi aggiorno.

Non vi ho raccontato i miei buoni propositi per il 2019. Ma non avete perso nulla, perché hanno poco a che fare con la scrittura, e molto con il modo in cui vorrei passare i prossimi anni della mia vita. Però nelle buone intenzioni è inclusa quella di finire la serie di Janice Hardy, arrivata al giorno 29, e fa capolino anche una certa voglia di continuare la storia di Anna e Heath, arrivata ad un punto interessante in Notte.

In ogni caso, a parte me: sappiate che vi seguo, vi leggo e faccio sempre il tifo per voi e per i vostri progetti di scrittura.

Ci leggiamo prestissimo, anche domani forse, per raccontarvi cosa ho combinato con i materiali di Viking.

 

 

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7 cose interessanti da fare quest’estate

22 Luglio 2018 by Serena 14 commenti

1. Scrivere la tua pagina Now.

Io l’ho appena fatto, se vuoi andare a leggere la mia la trovi qui. L’estate può essere anche un momento di introspezione: se vuoi fare il punto sulla tua vita senza che la cosa diventi pesante, questo è un buon modo. Se sei  uno scrittore (e se mi stai leggendo ci sono buone probabilità che tu lo sia) sappi che questa pagina tiene al corrente i tuoi lettori su ciò che bolle in pentola. Se sei un mio lettore, ehi, ciao! 😀 Nella mia pagina Now trovi lo stato dell’arte sui miei libri passati e futuri.

2. Plottare un romanzo

Sarebbe a dire, sviluppare l’idea. Per farlo non devi portarti dietro per forza il PC: un quaderno e qualche penna colorata sono più che sufficienti. Ti consiglio di aggiungere dei post-it ma sei già a posto con carta e penna, puoi metterti a progettare il prossimo libro senza bisogno d’altro. Costruire una trama, delineare un personaggio, fare qualche ricerca, sono tra gli aspetti più creativi della scrittura narrativa. E cosa c’è di meglio per rilassarsi facendo correre la mente, finalmente, dove vuole? Abbi solo cura di scrivere tutto, per non perdere nessuno spunto. Pasticcia, fai mappe mentali, disegna, abbozza uno schema. Lo puoi fare sotto un ombrellone o un bell’albero frondoso. Rilassati e sogna. A settembre – che è un buon mese per cominciare un libro – ti troverai una bella fetta di lavoro fatto.

3. Provare gli audiolibri

Non l’hai ancora fatto? Non mi venire ad ammorbare con la solita storia dell’odore della carta, dai. Gli scrittori tendono ad avere il *ulo di piombo, ma tu che stai attento alla tua salute dovresti muoverti di più. Allora scaricati sullo smartphone qualche audiolibro e vai a fare una passeggiata sulla battigia, in un bosco, su per un sentiero di montagna. Non hai bisogno di iscriverti a niente, anche se potresti provare Audible. Vai su Youtube, fai qualche ricerca e ti si apre un mondo. Io personalmente ti consiglio di ascoltare questo losco figuro qui.

4. Mollare la scrittura e fare qualcos’altro

Sei una persona creativa, giusto? Allora perché non sperimenti nuovi modi di creare? La cosa più facile del mondo è comprare un blocco di carta da disegno e dei colori o delle penne. Anche una matita morbida e una gomma possono andare bene. Non hai bisogno di materiali costosi: se vuoi qualche consiglio su cosa comprare per iniziare, dimmelo nei commenti e sarai accontentato. Se non vuoi disegnare, scatta fotografie col telefono e creati un album. Prova a cucinare. Impara l’uncinetto. Ma sperimenta. Hai delle possibilità infinite e ne conosci ancora troppo poche, fidati.

5. Cominciare un diario

Scrivere fa bene all’anima (e alla tecnica, pure). Procurati un quaderno che ti piaccia, con una bella carta liscia dove la penna scorra senza affaticarti la mano. Certo, perché un diario si scrive a mano! Non devi per forza scrivere tutti i giorni e non devi per forza raccontare quello che hai fatto per filo e per segno. Ti suggerisco di cercare un filo conduttore: potresti provare con le Morning Pages, se hai voglia di impegnarti un po’, oppure usare dei prompt – delle parole di riferimento – come punto di partenza. Va bene anche aprire un libro che ami e scegliere come prompt la prima frase di una pagina a caso. Oppure prova a tenere un diario della gratitudine: ogni sera della tua vacanza, prima di andare a dormire, scrivi almeno cinque cose per cui sei grato. Questo è un esercizio che potresti proseguire tutto l’anno, perché fa straordinariamente bene e crea anche dipendenza. Magari ci scriverò su un post dedicato.

Pagina di Diario

 

6. Imparare una cosa nuova

Vai in biblioteca e cerca un manuale di qualcosa. Oppure segui un corso online, lo puoi fare anche dal tuo smartphone. Ci sono corsi per tutti i gusti, io l’anno scorso me ne sono fatto uno di acquerello, questo qui. Vai su Google e fai una ricerca, sia in italiano che in inglese, se lo parli. Le possibilità sono infinite.

7. Scrivere delle lettere

Vuoi stupire qualcuno a cui vuoi bene? Scrivigli una lettera a mano e spediscila per posta tradizionale. Anche in questo caso le possibilità sono infinite e i limiti sono quelli che decidi tu. Puoi strappare un foglio da un quaderno e spedirlo usando la busta bianca del tabaccaio, o decorare un foglio ad acquerello e scriverci una poesia. Puoi inserire nella busta una foto, dei fiori secchi, uno schizzo, un piccolo regalo… Divertiti mentre prepari la tua lettera. Il godimento più grande è immaginare la faccia di chi aprirà la busta.

Per quanto riguarda me, io quest’estate farò tutto quanto. Tranne scrivere la pagina Now: quello l’ho già fatto! E tu? Raccontami cosa farai di diverso dal solito in queste vacanze.

P.S.: questo blog non va in vacanza. Sarei un po’ scema a chiuderlo proprio quando ho più tempo per scriverci, giusto?

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Di ghiaccio, libri e Scrittori con la Z maiuscola

16 Dicembre 2017 by Serena 12 commenti

Fiera del Libro

Vendere narrativa – o anche solo farsi leggere – non è un lavoro facile.

Non è come vendere il ghiaccio agli esquimesi: è molto peggio. È più, tipo, come andare al Polo Nord, mettere giù un banchetto e proporre il ghiaccio a pochissimo, anzi due spiccioli, anzi lo si regali pure. Nel mentre, alzi gli occhi e ti accorgi che di banchetti ce ne sono a centinaia, anzi a migliaia, e tutti offrono ghiaccio. Ci sono anche degli Aspiranti Venditori che non hanno voglia – giustamente – di aprire il proprio banchetto e arrangiarsi come possono, e quindi si rivolgono al Grande Venditore di Ghiaccio. Tutti si chiedono come faccia costui a sopravvivere, visto che ormai gli esquimesi si sono Non devi pagare per pubblicare un libro.aggiustati, vivono in case prefabbricate e il ghiaccio gli serve solo per il Martini. Di fatto però il GVdG è ancora lì e allora gli AV si mettono in fila e gli chiedono se per favore non vorrebbe fare lui da tramite con gli esquimesi. Se il GVdG risponde “OK, il tuo ghiaccio lo prendo io, forse ci posso guadagnare qualcosa”, L’AV ha un orgasmo.  Multiplo.

Poi ci sono altri tizi che dicono all’Aspirante Venditore “dammi un po’ dei tuoi soldi – possibilmente tanti – e in cambio ti insegno come vendere il tuo ghiaccio da solo! Migliaia e migliaia di cubetti!” Ma se perdi tre minuti a fare un controllino, scopri che ‘sti qua che vogliono insegnare hanno, al loro attivo, solo la vendita di una granita. Che attualmente si trova al trecentomillesimo posto nella Grande  Classifica Generale dei Venditori di Ghiaccio.

Il panorama qui al Polo è, appunto, coperto di ghiaccio. Abbastanza desolante.

Sono iscritta a un’associazione americana di scrittrici  e ricevo una volta la settimana una newsletter, sempre molto interessante. Di solito devo accontentarmi di scorrere i titoli – perché non ho tempo di andare in bagno, figurarsi di leggere le newsletter – ma una delle ultime edizioni mi ha costretta a fermarmi e a prestare attenzione alla segnalazione di questo articolo, del quale vi consiglio la lettura. Il pezzo viene introdotto così:

Doomed To Fail.

“Here’s the sad truth: most people who write a book will never get it published, half the writers who are published won’t see a second book in print, and most books published are never reprinted. What’s more, half the titles in any given bookshop won’t sell a single copy there, and most published writers won’t earn anything from their book apart from the advance,” Ian Irvine writes in his article, “The Truth about Publishing”. Before you quit, remember why you began to write. No one ever succeeded by stopping. Don’t go to the dark side, stay passionate.

Condannati al fallimento.

“Ecco la triste verità: molti tra quelli che scrivono un libro non lo vedranno mai pubblicato, la metà degli scrittori che vengono pubblicati non vedrà un proprio secondo libro in stampa e la maggior parte dei libri pubblicati non sarà mai ristampata. Oltre a questo, metà dei titoli esposti in una libreria non venderanno nemmeno una copia in quella libreria, e la maggior parte degli scrittori pubblicati non guadagnerà nulla dalla vendita del proprio libro, a parte l’anticipo” scrive Ian Irvine nel suo articolo “La verità sulla pubblicazione”. Prima di mollare tutto, ricordate perché avete cominciato a scrivere. Nessuno ha successo arrendendosi. Non passate al Lato Oscuro, rimanete appassionati.

Questo per quanto riguarda un bel bagnetto nella realtà.

Ho cominciato questo blog tre anni fa,

credo che il terzo compleanno si collochi dalle parti dei primi di novembre, ma non credo di avere mai avuto grandi illusioni, e le poche che avevo si sono sciolte. Come ghiaccio (again!). Le cose si muovono velocemente, ai tempi nostri, e anche se sono passati solo tre anni il mondo dell’editoria è cambiato molto. E non in meglio.

Tuttavia alcune cose resistono; io per esempio ho sempre creduto e ripetuto fin da allora che la scrittura appartiene a tutti.

La scrittura non è come essere visitati dall’arcangelo Gabriele che ti annuncia che sei uno Scrittore e partorirai un Libro. Ho scoperto che è più come lavorare all’uncinetto!Serena Bianca de Matteis Se proprio non posso leggere o scrivere

  • Lo fanno molte più donne che uomini (anche se gli uomini vengono pubblicati più facilmente, lo sappiamo tutti… magari ne parleremo anche qui prima o poi)
  • C’è chi crea finissimi capolavori simili a cristalli di neve, che finiranno in un museo delle Arti e saranno ammirati dalle generazioni future
  • Però si possono creare lavori piuttosto rustici, fatti con lana grossa e uncinetto da 8 mm, con minimo sforzo e massimo (si fa per dire) rendimento
  • Si possono anche creare delle ciofeche inguardabili, però magari divertendosi moltissimo
  • Ormai lo si fa più per piacere che per necessità
  • Rispetto a un tempo, un sacco di gente in più sa farlo. Poi su Youtube ci sono anche i tutorial, no?
  • Qualcuno lo sa fare davvero, qualcuno crede di saperlo fare ma non è così, e se gli vai a dire che quel punto lì è sbagliato e sarebbe il caso di disfare e ricominciare, ti risponde “sei mica matta, con tutto il tempo che ci ho messo!” oppure “eh, però a me piace così!”
  • Chi lo sa fare non è nato imparato, ha impiegato ore, giorni e anni per saperlo fare. E adesso crea cose che tu guardi a bocca aperta e dici “io non ce la farò mai”.
  • Qualcuno ha proprio un problema ad impugnare l’uncinetto e sarebbe meglio si dedicasse, che ne so, al lavoro a maglia o al giardinaggio, ma chi ha il coraggio di dirglielo?

E poi la diatriba sulla parola Autore e la parola Scrittore. Chi può usare per sé il termine Scrittore? No, è meglio Autore.  Ma un Autore/autrice di presine e un Autore/Autrice di testi narrativi sempre Autori sono. O no? E anch’io sono un’Autrice. Per esempio sono indiscutibilmente l’Autrice di mio figlio e anche di un sacco di biscotti di pastafrolla, ma non è che questo mi trasformi in una creatura straordinaria. Ah, e poi sono incidentalmente anche Autrice di molti lavori all’uncinetto.

E quindi?

Quindi avevo voglia di dissacrare un po’. Di smontare. Di dirvi che litigare non serve a niente, che tanto stiamo tutti quanti legati per le zampe come i capponi di Renzo, in senso sia editoriale che esistenziale. Forse per una grama volta volevo svuotare la scarpa dai sassolini, e lasciare qui nuda e cruda la sola verità in ragione della quale questo blog – anche se un po’ abbandonato – è ancora aperto.

Perché mi piace scrivere. Perché qualcuno mi legge; e me ne basta uno solo che si emozioni sul serio, e ho benzina sufficiente per altri dieci anni, sia per scrivere la mia roba da ragazzini, sia per continuare a utilizzare la mia porzione di bytes. Senza pretendere di cambiare la vita di nessuno, perché per cambiare una vita ci devi stare dentro con tutte le scarpe, se no è meglio star zitti che si fa più bella figura. Perché non ci sono piedistalli, non ci sono guadagni, non ci sono orgogli e allori e riconoscimenti: c’è solo la volontà feroce di trovare, in ogni giornata da delirio, qualche minuto per picchiare sulla tastiera. È solo questo, non c’è altro. La scrittura è mia, guai a chi me la tocca.

Buon weekend 🙂

Piatto natalizio con biscotti fatti in casa
e biscotti per fami perdonare!

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Che cosa significa “passione”?

31 Ottobre 2017 by Serena 18 commenti

Il consiglio di seguire la tua passione

Il pezzo che segue è una libera traduzione di questo articolo di Jane Friedman.

Ecco una parola che ho eliminato più che potevo dal lessico che utilizzo per dare consigli e informazioni agli scrittori. Esistono infiniti libri e corsi che consigliano alla gente come trasformare la propria passione in un lavoro a tempo pieno e incontro molti scrittori che dicono di tornare alla loro “passione per la scrittura” (finalmente) dopo lunghe carriere in affari, finanza, immobiliari, legge e altre professioni comunemente scelte per la stabilità finanziaria. Eppure, allo stesso tempo, questi scrittori mi chiedono se valga la pena di continuare a perseguire questa passione. Cercano una sorta di validazione esterna che non stanno perdendo il loro tempo.

Se chiamiamo questa cosa passione, il termine è corretto?

Ho anche incontrato molti che non sembravano in grado di fare altro che scrivere, a scapito della loro salute, delle loro famiglie e/o della stabilità finanziaria a lungo termine. Prendono cattive decisioni in cambio di poco o niente, per “diventare uno scrittore” o essere riconosciuti come tali. Questi non riesco a scoraggiarli. Se chiamiamo questa cosa passione, il termine è corretto?

Ci sono anche persone che si presentano alla loro scrivania ogni giorno e trattano la scrittura come una professione, che sono disposti a piegarsi alle esigenze del mercato, a essere imprenditoriali e accertarsi di guadagnare x dollari all’ora. Se chiamiamo questa cosa passione, il termine è corretto?

Nello studio della filosofia Zen, agli studenti vengono assegnati dei koan– un puzzle o un problema da risolvere – che ha lo scopo di portare consapevolezza o letteralmente svegliarvi alla vera natura della vita. Probabilmente hai già sentito un koan anche se non riconosci la parola. Un koan famoso: “Qual è il suono di una mano che applaude?” Un koan mio, che è rimasto nella mia mente nell’ultimo decennio: “Che cos’è la passione?” E anche: “Qual è la mia passione?” Sono giunta alla conclusione che non ho una passione. Avendo probabilmente ascoltato troppo Alan Watts, non sono stata sorpresa della risposta, forse perché Watt ti incoraggia a rimuovere ogni strato del tuo essere per trovare te stesso, per aiutarti a capire che non c’è nessun “altro” – la convinzione buddhista che non c’è un “sé” da trovare.

Ecco in parte perché evito la parola “passione”. È un ottimo modo per alimentare l’ansia: cosa succede se non sto perseguendo la mia passione? Non dovrei perseguirla? Ma questa è davvero la mia passione? Che cosa succede se fallisco nella mia passione? E nell’attuale momento culturale, la parola è diventata sempre più pregna di significato: ha la sfumatura di un giudizio di valore, che ci sia qualcosa di sbagliato se non hai scoperto la tua passione e non hai trovato il modo di farne un lavoro. La ricerca capitalista della passione è la nuova forma orribile dell’illuminazione che ci viene chiesto di perseguire.

Non è necessario essere buddhisti per apprezzare quella saggezza e mettere da parte questa particolare ansia. Se non hai una passione, potresti essere più vicino di chiunque altro alla verità di chi e cosa sei.

Tuttavia, mi sono sempre sentita piuttosto noiosa mentre affrontavo le domande quintessenziali di un intervistatore che cercava la storia d’origine, ad esempio: quando hai scoperto di essere uno scrittore? Hai sempre voluto lavorare nell’editoria? La verità è questa: non ne ho idea. Ci sono stati fatti ricorrenti. Le circostanze e le coincidenze fortunate determinano gran parte dei primi anni di vita. Ho riconosciuto i miei punti di forza e su quelli ho costruito. Quando ho fallito, il fallimento non è stato così importante quanto i passi successivi che ho fatto.

Lasciate perdere la passione e puntate invece sulla consapevolezza.

Chiedetevi:

  • Che cosa stai evitando? (C’è una ragione, e non sentirti colpevole per questo)
  • Quale attività o interazioni aspetti con gioia e anticipi quando puoi? Di quali vorresti di più?
  • Quali attività o interazioni tratti come prioritari su base giornaliera?
  • In quali attività potresti perderti? (perché il tempo si ferma e sei nel “flusso”) Queste domande mi hanno spianato la strada verso una vita più felice e più soddisfacente.

(per qualche altro pensiero sul rapporto tra creatività e vita lavorativa, potete leggere questo articolo: Come fare quello che ami e fare anche soldi.)

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The Artist’s Way – La via dell’Artista

7 Agosto 2017 by Serena 8 commenti

Consigli di marketing

Non mi ricordo di preciso come ci sono arrivata. Il sottotitolo di questo libro recita “un sentiero spirituale verso una creatività più elevata”. Non è, questo, un aspetto particolarmente interessante per me: la mia spiritualità è una faccenda complicata e molto personale. E poi comunque il percorso illustrato nel libro è rivolto a chi si rende conto di essere bloccato nella propria creatività e vuole fare seriamente qualcosa in proposito. E io non mi sento una creativa bloccata, anzi, per un sacco di tempo non mi sono neanche sentita una creativa, semplicemente una tizia a cui piace scrivere. Solo di recente ho cominciato a pensare a me come a una creativa. E più che una creativa bloccata sono in fase di esplosione, anzi, implosione; non è la stessa cosa.

L’ultimo periodo è stato orrendo, creativamente parlando. Una stanchezza devastante. I neuroni in pricisiùn, come si dice in Piemonte. Il caldo che non aiuta. E un solo stupido desiderio: scrivere, direte voi. Scrivere in pace, scrivere liberamente. Succede a tanti. Avere voglia di scrivere quando devi per forza PER FORZA fare altro e non c’è niente da fare, non hai scampo. E invece no: io volevo dipingere (non se la prendano con me, vi prego, i tre lettori che stanno aspettando il seguito di Buck. Mi farò perdonare). Volevo colorare, se possibile roba mia e non roba disegnata da altri. Disegnare. Ho speso un sacco di soldi in colori di diversi tipi, inchiostri, penne calligrafiche, pennini, penne e basta, carte da acquerello, da marker, da layout, da disegno e decorative. Ho speso una cifra che per me non è normale. E poi, a posteriori, mi rendo conto di questo: che tutto quel comprare altro non era che una valvola di sfogo, una compensazione puerile. Non ho bisogno di comprare, da un pezzo ho tanto di quel materiale, in casa, che potrei aprire io stessa una rivendita di… Boh? Una succursale di Tiger? Una megacartoleria? Un colorificio? Un negozio di hobbystica o come cavolo si scrive? Una merceria fornita di TUTTI i colori di TUTTI i filati e tessuti mai comparsi sulla faccia della terra?

Non ho bisogno di comprare, ho voglia, bisogno di fare. Fare fare fare. Sporcarmi le mani. Metterci la faccia dentro, se necessario. E allora mi ha incuriosito quel libro, per via degli Appuntamenti con l’Artista (traduco così “Artist’s Dates”, mi sembra l’interpretazione migliore) in cui uno teoricamente si ritaglia a qualsiasi costo, una volta alla settimana, un appuntamento con se stesso per esercitare la propria creatività. Sto banalizzando moltissimo, eh. Comunque, quella è stata l’esca cui ho abboccato io. Che Julia Cameron avesse la chiave nascosta, il segreto per vivere una vita in cui non ti senti scoppiare perché non puoi prendere in mano… la tastiera? Il PC? Carta e penna? Nel mio caso colori e pennelli, o anche semplici pennarelli oppure gli attrezzi della calligrafia tradizionale, cannuccia pennini e inchiostro.

Ho letto prima una breve raccolta di scritti sulle Morning Pages, dopo vi spiego cosa sono, e poi ho acquistato il libro completo. L’ho letto e apprezzato e mi sono trovata molto spesso a sottolineare, assentire, scoppiare a ridere e ripetere “cavolo, anch’io!”. Lo consiglio? Non lo so. Però posso dirvi che io l’ho regalato, quel libro. L’ho mandato di recente a una persona il cui romanzo è stato oggetto di una feroce stroncatura (anonima, tu guarda che caso…), certa che le parole di Julia Cameron avrebbero aiutato.

Le Morning Pages, dicevo. Le pagine del mattino. Sono uno dei due pilastri del “metodo”, forse meglio chiamarlo “percorso”, proposto in La via dell’Artista. Si tratta di tre pagine scritte ogni mattina, il più vicino possibile al risveglio, senza preoccupazioni estetiche e senza censure. Il secondo pilastro sono appunto gli appuntamenti settimanali con l’artista: Artist’s Dates.

Il libro può risultare irritante per i non credenti, perché la Cameron nomina Dio ogni due per tre. Ma, come spiega lei stessa, se a “Dio” si sostituisce un qualsiasi termine che rappresenti l’energia vitale, ciò che per noi è sacro, la forza della vita, la forza di gravità o come diavolo volete chiamarla voi, il tutto funziona lo stesso. Quando il discepolo è pronto il maestro arriva, si dice, quindi se non siete pronti – il che può significare anche stravolti, distrutti, cotti a puntino – lasciate perdere. Se no fate come me, che ci sono arrivata per vie traverse ma trovo che ‘sto libro mi possa fare bene lo stesso e mi sia piovuto in mano al momento giusto.

Ho deciso quindi di provare il percorso di dodici settimane tracciato dalla Cameron nel libro. Ho finito la prima lettura completa ieri sera, e questa mattina ho deciso di cominciare, il che vuol dire che rileggerò il primo capitolo. Oggi la famiglia è fuori, sono andati tutti alle cascate di Lillaz e poi a fare un picnic a Valnontey. Io sono qui che mi guardo il prato, il campanile lontano e scrivo. Considero questo giorno il mio primo “appuntamento con l’artista”. Vediamo un po’ che succede?

Questo sarà un periodo di blogging spettinato. Niente roba utile, niente contenuti rilevanti né SEO né cazzi né mazzi. Solo cose che ho voglia di raccontare. E cose che avrete voglia di raccontarmi voi, se vi va. Per esempio, conoscete il libro della Cameron? Avete mai fatto il percorso di dodici settimane? Oppure: avete anche voi una succursale di Tiger in casa?

P.S. Volevo parlarvi di tutt’altro, ma il tutt’altro di cui volevo parlarvi me lo sono dimenticato a Milano, e senza immagini non ha molto senso. Sono un’idiota. Anticipazione: si tratta di organizzazione (tanto per cambiare).

P.P.S. Qui la connessione Internet fa schifo. No, peggio, è inesistente. No, peggio, c’è a singhiozzo e quindi fa incazzare ancora di più. Per blogging spettinato intendo anche poche o nessuna immagine, che sono pesanti da caricare, e pezzi formattati come viene viene. I apologize. Chiedo scusa. Vi amo!

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