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Serena Bianca De Matteis

For the Love of all Creatures

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frammenti di me

Sostiene il Limone e altre storie così

15 Agosto 2018 by Serena 6 commenti

Era già da un po’ che pensavo di pubblicare una raccolta di racconti. Anche se mi vergogno quasi a chiamarli racconti; sono storie piccole. Comunque eccolo qua, il volumetto, per ora solo in ebook ma presto anche in formato cartaceo, con i caratteri 16 pt per farlo leggere anche agli zii anziani XD. Come tutti i miei testi contiene speranza e coccole, quindi spero che vi faccia bene, almeno quanto ha fatto bene a me scriverlo e metterlo insieme.

L’avrei regalato, ma ottenere di avere un libro gratis su Amazon non è una faccenda così semplice. Quindi è a 99 cent. Lo spirito è questo: offrirvi svago e pensieri dolci sotto l’ombrellone o davanti alle montagne, o anche nel caldo della Città.

Se leggete, fatemi sapere cosa ne pensate. Una recensione è sempre gradita, come sapete. Vi abbraccio.

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Ipotesi 1 – colpa del DNA

28 Giugno 2018 by Serena 8 commenti

Per chi non lo conoscesse, Sante Marie è un paese di 1 156 abitanti della provincia dell’Aquila, e si trova non molto lontano dalla riserva naturale del Monte Velino.

Quando mio padre era bambino, attorno ai dieci anni, passava diverse settimane all’anno a Sante Marie perché la sua mamma faceva l’ostetrica condotta proprio lì. Un giorno venne mandato a raccogliere porcini per fare il sugo, in un posto vicino alle case ma già un po’ fuori dal paese, nel bosco.

Papà era chinato a terra in questo spiazzo un po’ rialzato, per raccogliere i funghi tagliandoli rasente al terreno, la lama parallela alla terra per intenderci. Si fa così perché continuino a crescere in quel posto, voi lo sapevate? Io non lo sapevo.

Mentre era chinato a terra, con un mucchietto di funghi tagliati che gli cresceva accanto, si è sentito osservato. Ha alzato gli occhi e si è accorto che di fianco a lui, a un tre metri di distanza dice, c’era un animale. Un grosso cane snello con il pelo scuro, colore della terra, e la faccia da lupo.

In effetti, era proprio un lupo.

Immagine di lupo appenninico italiano
Canis Lupus Italicus

Papà – forse perché i bambini sono un po’ incoscienti – non si è scomposto più di tanto. Ha pensato “se mi attacca gli taglio la gola con il coltello”, perché i bambini si sentono anche tanto eroi, e a Sante Marie tutti hanno sentito parlare di lupi, o ne hanno visto uno, e il cane di mia nonna andava in giro con un collare pieno di punte, affinché i lupi non gli si attaccassero alla gola. Così il Carletto ha continuato a occuparsi dei suoi funghi, un occhio alla terra e un altro al lupo seduto a pochi metri da lui.

Dopo qualche minuto, alle spalle del lupo che osservava papà, ne è sbucato dagli alberi un altro, più piccolo. Gli è passato dietro e si è rinfilato nel bosco dalla parte opposta. Dietro, in fila indiana, due piccoli spelacchiati con le orecchie grandi, e gli occhi come bottoni del cappotto scuro.

Solo a questo punto il primo lupo si è alzato, ha chiuso la fila dietro al resto della famiglia e se ne è andato. E papà è tornato tranquillamente in paese con i suoi porcini per il sugo della pasta, e il coltellaccio sporco di terra.

Papà racconta questa storia da sempre. Solo di recente  ho pensato che, forse, la mia fissa per i lupi potrebbe avere un’origine genetica.

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The Artist’s Way – La via dell’Artista

7 Agosto 2017 by Serena 8 commenti

Consigli di marketing

Non mi ricordo di preciso come ci sono arrivata. Il sottotitolo di questo libro recita “un sentiero spirituale verso una creatività più elevata”. Non è, questo, un aspetto particolarmente interessante per me: la mia spiritualità è una faccenda complicata e molto personale. E poi comunque il percorso illustrato nel libro è rivolto a chi si rende conto di essere bloccato nella propria creatività e vuole fare seriamente qualcosa in proposito. E io non mi sento una creativa bloccata, anzi, per un sacco di tempo non mi sono neanche sentita una creativa, semplicemente una tizia a cui piace scrivere. Solo di recente ho cominciato a pensare a me come a una creativa. E più che una creativa bloccata sono in fase di esplosione, anzi, implosione; non è la stessa cosa.

L’ultimo periodo è stato orrendo, creativamente parlando. Una stanchezza devastante. I neuroni in pricisiùn, come si dice in Piemonte. Il caldo che non aiuta. E un solo stupido desiderio: scrivere, direte voi. Scrivere in pace, scrivere liberamente. Succede a tanti. Avere voglia di scrivere quando devi per forza PER FORZA fare altro e non c’è niente da fare, non hai scampo. E invece no: io volevo dipingere (non se la prendano con me, vi prego, i tre lettori che stanno aspettando il seguito di Buck. Mi farò perdonare). Volevo colorare, se possibile roba mia e non roba disegnata da altri. Disegnare. Ho speso un sacco di soldi in colori di diversi tipi, inchiostri, penne calligrafiche, pennini, penne e basta, carte da acquerello, da marker, da layout, da disegno e decorative. Ho speso una cifra che per me non è normale. E poi, a posteriori, mi rendo conto di questo: che tutto quel comprare altro non era che una valvola di sfogo, una compensazione puerile. Non ho bisogno di comprare, da un pezzo ho tanto di quel materiale, in casa, che potrei aprire io stessa una rivendita di… Boh? Una succursale di Tiger? Una megacartoleria? Un colorificio? Un negozio di hobbystica o come cavolo si scrive? Una merceria fornita di TUTTI i colori di TUTTI i filati e tessuti mai comparsi sulla faccia della terra?

Non ho bisogno di comprare, ho voglia, bisogno di fare. Fare fare fare. Sporcarmi le mani. Metterci la faccia dentro, se necessario. E allora mi ha incuriosito quel libro, per via degli Appuntamenti con l’Artista (traduco così “Artist’s Dates”, mi sembra l’interpretazione migliore) in cui uno teoricamente si ritaglia a qualsiasi costo, una volta alla settimana, un appuntamento con se stesso per esercitare la propria creatività. Sto banalizzando moltissimo, eh. Comunque, quella è stata l’esca cui ho abboccato io. Che Julia Cameron avesse la chiave nascosta, il segreto per vivere una vita in cui non ti senti scoppiare perché non puoi prendere in mano… la tastiera? Il PC? Carta e penna? Nel mio caso colori e pennelli, o anche semplici pennarelli oppure gli attrezzi della calligrafia tradizionale, cannuccia pennini e inchiostro.

Ho letto prima una breve raccolta di scritti sulle Morning Pages, dopo vi spiego cosa sono, e poi ho acquistato il libro completo. L’ho letto e apprezzato e mi sono trovata molto spesso a sottolineare, assentire, scoppiare a ridere e ripetere “cavolo, anch’io!”. Lo consiglio? Non lo so. Però posso dirvi che io l’ho regalato, quel libro. L’ho mandato di recente a una persona il cui romanzo è stato oggetto di una feroce stroncatura (anonima, tu guarda che caso…), certa che le parole di Julia Cameron avrebbero aiutato.

Le Morning Pages, dicevo. Le pagine del mattino. Sono uno dei due pilastri del “metodo”, forse meglio chiamarlo “percorso”, proposto in La via dell’Artista. Si tratta di tre pagine scritte ogni mattina, il più vicino possibile al risveglio, senza preoccupazioni estetiche e senza censure. Il secondo pilastro sono appunto gli appuntamenti settimanali con l’artista: Artist’s Dates.

Il libro può risultare irritante per i non credenti, perché la Cameron nomina Dio ogni due per tre. Ma, come spiega lei stessa, se a “Dio” si sostituisce un qualsiasi termine che rappresenti l’energia vitale, ciò che per noi è sacro, la forza della vita, la forza di gravità o come diavolo volete chiamarla voi, il tutto funziona lo stesso. Quando il discepolo è pronto il maestro arriva, si dice, quindi se non siete pronti – il che può significare anche stravolti, distrutti, cotti a puntino – lasciate perdere. Se no fate come me, che ci sono arrivata per vie traverse ma trovo che ‘sto libro mi possa fare bene lo stesso e mi sia piovuto in mano al momento giusto.

Ho deciso quindi di provare il percorso di dodici settimane tracciato dalla Cameron nel libro. Ho finito la prima lettura completa ieri sera, e questa mattina ho deciso di cominciare, il che vuol dire che rileggerò il primo capitolo. Oggi la famiglia è fuori, sono andati tutti alle cascate di Lillaz e poi a fare un picnic a Valnontey. Io sono qui che mi guardo il prato, il campanile lontano e scrivo. Considero questo giorno il mio primo “appuntamento con l’artista”. Vediamo un po’ che succede?

Questo sarà un periodo di blogging spettinato. Niente roba utile, niente contenuti rilevanti né SEO né cazzi né mazzi. Solo cose che ho voglia di raccontare. E cose che avrete voglia di raccontarmi voi, se vi va. Per esempio, conoscete il libro della Cameron? Avete mai fatto il percorso di dodici settimane? Oppure: avete anche voi una succursale di Tiger in casa?

P.S. Volevo parlarvi di tutt’altro, ma il tutt’altro di cui volevo parlarvi me lo sono dimenticato a Milano, e senza immagini non ha molto senso. Sono un’idiota. Anticipazione: si tratta di organizzazione (tanto per cambiare).

P.P.S. Qui la connessione Internet fa schifo. No, peggio, è inesistente. No, peggio, c’è a singhiozzo e quindi fa incazzare ancora di più. Per blogging spettinato intendo anche poche o nessuna immagine, che sono pesanti da caricare, e pezzi formattati come viene viene. I apologize. Chiedo scusa. Vi amo!

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Sostiene il Limone, parte II

21 Gennaio 2016 by Serena 4 commenti

Sì, ma come finisce poi la storia del Limone?

Un momento che te la racconto. Sono un po’ in ritardo ma mi sono accorta, anche, di non avere una foto decente del Protagonista, e allora ho aspettato di essere a casa – una buona volta – in orario diurno, per poterla scattare.

Che si diceva? Ah, sì: che la tragedia scoppiò quando la famiglia, ormai cresciuta, decise di trasferirsi in una nuova casa.

Il Limone aveva ormai un vaso imperiale, e questa fu la ragione per la quale, durante il trasloco, venne lasciato indietro. Mica per sempre, s’intende, e mica da solo: c’erano con lui altre piante troppo grosse per l’auto di famiglia. “Vengo a prenderti presto”, gli disse la donna dolcemente, e il Limone fece fremere le foglie.

Passarono i giorni e poi le settimane e, tra uno scatolone e l’altro, un giorno la donna tornò nella vecchia casa per delle faccende. Scese a controllare le piante rimaste indietro e…

Quasi ci restò secca (pure lei).

L’amato Limone.

Completamente.

Rinsecchito.

La donna non credeva ai suoi occhi. Piangeva e piangeva – la coccodrilla! – e chiedeva a gran voce “Ma come è possibile?” Pensava addirittura di aver sbagliato pianta, ma non era così: quello era proprio il Limone e il fattaccio era successo davvero. Un po’ di disorganizzazione, un malinteso, il generale rincoglionimento da trasloco. Fuori dalla grazia di dio, la donna accusò il giovanotto gentile di non essere più gentile, di averglielo fatto apposta, di essere geloso perché lei aveva da badare al piccolo. Lui aveva detto che avrebbe pensato alle piante, non lo aveva detto forse? Come aveva potuto farle questo? Come aveva potuto smettere di occuparsi di loro, creatura e gatte e Limone e lei stessa? Forse non li amava più? Questa era la spiegazione, ovvio, non li amava più!

La donna lacrimava in ginocchio davanti al vaso; accarezzava i rametti secchi e controllava se erano secchi per davvero, se per caso non ci fosse ancora una goccia di vita da qualche parte, un po’ di verde, un ramoscello flessibile che denunciasse una traccia d’umidità. Il giovanotto diceva che le avrebbe comprato un altro limone e la donna rispondeva delle cose brutte (dopo aver chiuso le orecchie alla creatura, s’intende). Il mondo era un posto più brutto, e un po’ più triste, perché il Limone non c’era più.

Non c’era proprio più  niente da fare.

La donna smise di piangere e d’insultare il giovanotto. China sul caro Estinto, staccò ramo secco dopo ramo secco fino a quando, di quel povero Limone, rimase solo un tronchetto spinoso. Poi si sedette a terra e dichiarò “Non ce la faccio a buttarti via, Limone”. Con il cuore pesante spinse il vaso in un angolo della terrazza e giurò che non avrebbe mai più avuto un Limone.

Nessuno sa cosa spinse la donna, giorno dopo giorno, a versare una tazza d’acqua nel vaso divenuto tomba. Ma la spiegazione è banale: è cosa risaputa, infatti, che la testa della donna sia più dura di un ciocco di rovere.

E una sera successe qualcosa.

La donna si recava in terrazza alla fine di ogni giornata per bagnare le piante superstiti, e anche quella sera riempì gli annaffiatoi e fece il giro di tutte. C’erano pomodori, zucchine, erbe aromatiche, insalate e anche fragole, e poi i gerani e i trifogli ereditati dalla nonna. Si era portata nella nuova casa un pezzo d’orto e ne ricavava ancora una certa felicità. Il suo sorriso si spegneva solo davanti al vaso-tomba del povero Limone; ma quella sera, versando il suo tributo d’acqua, la donna notò qualcosa di diverso.

Qualcosa di verde.

Qualcosa di molto, molto piccolo, ma inequivocabilmente verde.

Tipo un bitorzolino, e non uno solo.

Sul tronco secco erano sparse, come da una mano delicata, una serie di piccole protuberanze verdi. La donna cacciò un urlo. Il giovanotto gentile si precipitò in terrazza, seguito dalla creatura. Pensarono ad una muffa o ai  pidocchi verdi ma, inforcati gli occhiali, scoprirono che non si trattava di niente del genere. Oh Gesù Salvatore dei Tronchi Secchi, Oh Nostra Signora dei Limoni Miracolati: quelli erano proprio dei germogli.

La donna abbracciò il giovanotto. La creatura si infilò tra loro due, come al solito. Le gatte fecero le fusa. E qui viene la parte in cui voi, fedeli lettori, dubiterete di ciò che sostiene il Limone, e della verità di tutta questa storia.

Avrete già capito che i germogli divennero rametti, e poi spuntarono le foglie, e un paio d’anni dopo tornarono perfino, contro ogni previsione, dei piccoli  frutti verdi.

Sono passati altri mesi e sostiene il Limone di essere sempre se stesso: il Limone più amato e fortunato del mondo, nonostante tutto, anche se gli è toccato in sorte di vivere con una disgraziata. Solo che ormai, quando sostiene qualcosa, non gli crede più nessuno: ha perso credibilità, se non per la parte che riguarda la Fortuna e l’Amore. E il profumo d’agrume che sprigiona dalle sue foglie.

Anche se tutti continuano a chiamarlo Limone.

Sostiene il Limone

E se qualcosa si può imparare dalla storia di questo Limone, è che non c’è mai niente di sicuro nella vita: a volte credi che qualcosa sia morto, e invece non lo è. Oppure credi di amare un Limone, e ti ritrovi con un Arancio Amaro.

I soliti bene informati dicono che c’è una spiegazione scientifica, che ha a vedere con innesti e trapianti. La donna fa spallucce, in fondo non gliene frega niente. Dice che le sembrava una bella storia, e che voleva solo augurarvi, nel freddo di gennaio, che ogni nuovo anno sia profumato e dolce e succoso.

Come un inaspettato frutto dell’inverno.

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Sostiene il Limone

1 Gennaio 2016 by Serena 9 commenti

Fotografia alberello di limone
Ritratto di Limone

Sostiene il Limone di averla conosciuta un’estate di una dozzina d’anni fa, in una magnifica giornata che scaldava il cuore perfino nella pianura padana. Il cielo non sfavillava come accade in montagna o al mare ma almeno era blu, decisamente blu; cosa che, in quelle zone, non è affatto da darsi per scontata. Pare che la giovane donna fosse appena emersa da un uragano sentimentale di classe 5 (“Estremamente pericoloso con distruzione molto estesa”) e possedesse un appartamento piano terra con giardino, con una cucina nuova di zecca e varie decine di scatoloni da svuotare. Lui, il Limone, era giusto in cerca di una sistemazione definitiva, perché cominciavano a stargli stretti i piedi in quel vaso così angusto. Sarà perché, quando la vide arrivare, fece in modo che le sue foglie lucide sfavillassero ben bene sotto il sole, sarà che i quattro cinque limoni dei quali era carico – troppi per un alberello così piccino – facevano, come si suol dire, la loro porca figura; sta di fatto che la donna, che girava per il vivaio trascinando un carretto già carico di terriccio e piantine, si voltò verso di lui. Il Limone, sostiene, fece fremere le foglie e le inviò un richiamo di profumo con tutta la forza del suo cuore di Limone; lei lo sentì.

Fu amore a prima vista.

Sostiene il Limone che la donna gli sostituì il vaso, subito, con uno più grande, e che lui fece “aahhhhh” e poté finalmente allargare le sue radici indolenzite, esplodendo per la felicità in un diluvio di fiori e foglie e limoncini piccoli e verdi. Fu anche subito chiaro, sostiene, che la donna lo preferiva in modo sfacciato a tutte le altre piante del giardino. Non importava che le tappezzanti tappezzassero, che i rincospermi si affannassero fin dai primi tempi per costruire una belle siepe fitta, che i pomodori e le zucchine dessero frutto come dovessero sfamare una famiglia di otto persone; lui, il Limone, non faceva altro che starsene lì a splendere nel sole, ma restava sempre e comunque e inequivocabilmente il preferito della giovane donna, sostiene.

Passarono gli anni. Il Limone prosperava, la giovane donna regalava pomodori a tutto il parentado. Arrivarono due gatti, anzi due signore gatte, che sorvegliavano il giardino come due pittbull incazzati, e infine arrivò un signore gentile che, il giorno stesso in cui si presentò, si mise a tagliare l’erba, potare la siepe e strappare le erbacce. “Devi essere gentile con te stessa come lo sei con il tuo limone”, diceva quel giovanotto, e questo, cari lettori, vi dà la misura di quanto fosse saggio il giovanotto e principesca la vita del Limone; e questo è esattamente quanto lui sostiene.

L’idillio volse tristemente alla fine verso il mese di settembre di tre anni dopo.

La donna aveva messo su una pancia così grossa, ma così grossa che non solo si doveva sedere per terra per riuscire ad allacciarsi le scarpe, ma non lavorava più in giardino come prima. Certo, c’era il giovanotto che raccoglieva i pomodori e domava la siepe selvaggia, ma sostiene il Limone che non era la stessa cosa; la donna non lo bagnava più spesso come prima e non gli lucidava le foglie col panno, e lui sentiva crescere nell’aria una terribile puzza di guai.

Quello stesso inverno ebbe la prova che non si sbagliava.

Venne il freddo, e la donna non aveva più la pancia, ma in casa c’era un essere piccolo e gnaulante che assorbiva tutte le sue attenzioni. Il Limone, sostiene, venne posto, come ogni inverno, al riparo sotto una piccola serra, ma accadde che nessuno gli dava più da bere.

Sostiene il Limone che si erano dimenticati di lui, perché da quando c’era quell’essere piccolo non s’interessavano di nient’altro al mondo, e che la donna non lo amava più; ma i soliti bene informati riferiscono che ci fu uno stupido equivoco sull’umidità dell’aria, il riposo invernale delle piante, nonché un certo rincoglionimento generale di tutti quanti.  E fu così che nonostante l’umido e il freddo il Limone seccò e perse le foglie e quando la donna, un giorno, si degnò di scendere in giardino per dargli un’occhiata, scoprì cosa gli era capitato e si mise a piangere come una fontana. Abbracciò l’alberello e gli giurò e spergiurò che se si fosse ripreso avrebbe avuto più cura di lui, e così il Limone, impietosito, la perdonò. E quell’anno fece perfino un paio di limoni grandi abbastanza da farne una spremuta.

Sostiene il Limone che passarono alcuni anni felici, durante i quali crebbe così tanto che gli dovettero cambiare il vaso un paio di volte. Fece pace con l’essere gnaulante, nel senso che concordarono tra loro una quota equa di attenzioni della donna, e per il resto si ignorarono con reciproca soddisfazione.

La tragedia accadde quando la famiglia decise di trasferirsi in una nuova casa.

(fine della prima parte)

( e qui c’è la seconda parte)

Cari, come state? Comincio l’anno con una storia che sembra non averci niente a che fare con la vita e i Capodanni, ma fidatevi che non è così, ve l’ho scritta apposta. In attesa della seconda parte prendetevi un abbraccio d’auguri, fatti con tutti il cuore. Che sia un anno di dolcezza, parole gentili, amici, persone che vi amano. Qui da me gli anni scorrono fin troppo veloci, e io spero di avere più tempo per fermarli sulla carta.

Grazie di cuore. All’anno che verrà!

Felice 2016

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Alle sei della sera

5 Ottobre 2015 by Serena 14 commenti

– Me lo racconti ancora?
– Ancora? Sei sicuro?
– Sisì, ancora.
Una volta era “ancoLa”. Poi col tempo è diventato “ancoRa”, con buona pace delle maestre e dei gruppi consonantici instabili. Una cosa non è cambiata: tra le mie storie, questa è quella di maggior successo. Ha un pubblico fedelissimo che non ne ha mai abbastanza, la ripeto anche tre quattro volte al mese.
– Dunque, quella mattina io e papà ci siamo alzati prestissimo, tipo alle cinque, perché io dovevo andare in clinica a fare degli esami. Mi ha accompagnato e poi è andato a lavorare, io sono rimasta lì ad aspettare che mi facessero tutti questi esami. Poi mi è venuta una fame, ma una fame e tu ridi così ho telefonato alla nonna e le ho detto mina per favore quando vieni mi porti un panino al prosciutto?
– Non mi piace il prosciutto. Non potevi prendere pane e Nutella?
– …
– E la nonna te l’ha portato, il panino?
– Certo che sì. Mi ha portato un panino enorme con un sacco di prosciutto e anche un succo di frutta e una merendina.
La nonna corre sempre quando qualcuno ha bisogno di lei. Treno, auto, aereo, a piedi, piccola e secca e magra con le sue borse sottobraccio, il passo più svelto del mio. Se l’amore si misurasse a chilometri, la nonna potrebbe fare il giro del mondo e pure all’altezza dell’equatore, dove il mondo è più largo. Anche tre volte, secondo me.
– Poi ti è venuta la febbre e hai telefonato a papà.
– Sì. Gli ho telefonato al lavoro e gli ho detto guarda che nasce, lo fanno nascere, corri.
– E lui è arrivato subito?
– Un paio di… No, non subito.
“Dove cazzo sei? Guarda che nasce!”
Sto arrivando, mi dice, serafico. Non perde mai la sua calma olimpica e io delle volte lo strangolerei. Altre volte, invece, penso che qualcuno lassù ci ha visto lungo. Di fianco a una che sclera, si terrorizza, parte in quarta, accelera e poi frena di colpo, ci vuole uno che quando gli dicono che sta per nascere suo figlio fa due telefonate, finisce una pratica e poi, calmo calmo, attraversa Milano per le strade secondarie. E arriva puntuale e fresco come una rosa.
– E tu avevi voglia di vedermi?
Se avevo voglia di vederti, mi chiedi. Più che altro avevo voglia di riavere indietro i miei polmoni. Avevo una pancia che faceva provincia e tu coi piedini mi schiacciavi il diaframma e mi impedivi di respirare.
Vederti.
Vederti.
Ti ho aspettato quindici anni, giorno più, giorno meno, e ho perso il conto dei muri che ho buttato giù a testate, per vederti.
Per vederti.
– E poi la dottoressa ti ha tirato fuori e ha detto ” Oh mio Dio quanto è bello” e io volevo vederti, ma mi hanno detto aspetti un secondo che è ancora attaccato. E dopo ti ho visto e tu hai visto me, e avevi gli occhi aperti. E ti ho detto benvenuto.
– Ma papà poi è arrivato?
“Dove. Cazzo. Sei? E se se lo perdono? Se lo scambiano? Gli mettono la fascetta sbagliata e lo danno a qualcun altro? Se…”
“Arrivo. Ti porto un panino al salame?”
– Certo che è arrivato, papà. Ti ha fatto lui  il bagno, e poi ti ha portato da me in un fagotto bianco, con le manine che spuntavano. Ci hanno lasciato un pochino lì insieme tutti e tre, e fuori c’erano tutti, i nonni, la zia Sam, lo zio, tutti, e ti hanno fatto un sacco di festa.
Sei nato alle sei della sera, quando sarebbe ora di staccare, di andare a casa, di rinunciare. E invece sei arrivato, hai fatto impazzire l’orologio, il tempo,  la mia bussola, i meridiani del mondo.
Pensavo di andare a casa, fine della partita, tanti saluti allo stadio vuoto. E invece no, si fa lo straordinario.
Il miracolo.
Le storie hanno una trama, la vita no.
– E poi?
– E poi papà aveva portato pane e salame, che me lo sono sognato ogni notte per nove mesi, e abbiamo fatto festa
e la faccio ogni giorno e ancora non ci credo.
“Non sei mai stanca, non ti pesa niente”
No che non mi pesa. Quanto pesa la felicità?
Una volta mi chiedevo perché io no, ora mi chiedo
perché io sì?
– Eri contenta, vero? Vero?
– Come te quando arriva Babbo Natale. Non scherzo, davvero.
Però, se me l’avessero detto.
Se mi avessero detto che avere un figlio è come avere il torace aperto e gli organi interni esposti
un pezzo di te cuore polmone fegato, che se ne va a spasso per il mondo
sempre più lontano
senza corazza senza cintura di sicurezza
e tu devi lasciarlo andare.
Certo che ti avrei voluto, ma l’avrei messo sul piatto della bilancia.
Mi sarei chiesta “sei abbastanza forte?” Mi sarei risposta di no.
Ma avrei continuato a cercarti.
.
Buon compleanno, mamma.
.
Alle sei della sera

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