• Passa alla navigazione primaria
  • Passa al contenuto principale
  • Passa alla barra laterale primaria
  • Passa al piè di pagina

Serena Bianca De Matteis

For the Love of all Creatures

  • Chi sono
  • Cosa sto facendo
  • Blog
  • Risorse per scrittori
    • Il metodo del Fiocco di Neve
    • Dall’Idea al Romanzo in 31 giorni
    • Storyboard
    • La struttura narrativa
    • Sviluppare la trama: modelli di struttura narrativa
  • Contatti

Writing Life

Buon Natale!

25 Dicembre 2015 by Serena 27 commenti

È un sacco di tempo che non pubblico nulla, però vi penso 🙂 Vi ho perfino preparato del pane fresco fatto in casa!

Buone Feste da Serena
Buone Feste!

Non so dove siete, spero in buona compagnia, di voi stessi o di qualcuno che vi vuole bene. Non so se siete tristi o felici, e proprio per questo vi penso, così magari il mio pensiero vi arriva e vi fa sorridere. Non so se festeggiate Natale, Hanukkah, il Ramadan o la Festa del Pacchetto Scintillante. Probabilmente nemmeno io so con esattezza cosa festeggio. Ma in questo periodo dell’anno riesco a fermarmi un attimo e a pensare alle cose importanti, e tra queste ci siete Voi.

Buone Feste!

(sul pane mettete un po’ d’olio e sale, è uno spettacolo. E meglio mangiarlo tiepido.)

Archiviato in:Blog Contrassegnato con: Natale 2015, Writing Life

La tua definizione di successo

1 Dicembre 2015 by Serena 43 commenti

Indie Author Manifesto
Grazie a storiacontinua.com per l’immagine

Pubblico, non pubblico, come pubblico, quando pubblico. Faccio marketing o non lo faccio, e come lo faccio? È meglio il self publishing, è meglio un editore, lo metto su Internet, lo metto sul blog.

Qual è la tua definizione di successo? Perché la chiave sta tutta lì.

Fermi un attimo e ragioniamo.

La prima cosa che serve è un buona storia. Se non hai una buona storia, tutte queste domande hanno poco senso. E come fai a sapere se hai una buona storia? Prima di tutto ne devi finire una.

Il buon marketing editoriale comincia molto prima di avere pubblicato, è vero, ma intanto questa benedetta storia va finita. In quanti siete che cominciate, cominciate e non finite mai?

Io credevo che avrei finito per ottobre, poi per dicembre. Invece non ho ancora finito, perché il mio editor mi ha sacagnato così duramente che lei – la storia – ed io ci stiamo curando i lividi. Mi dicono dalla regia che il primo editing è parecchio doloroso, ma mi si dice anche che si impara moltissimo – per fortuna – e che vale la pena spenderci i soldi che spenderesti per un corso di scrittura. Addirittura. E io ci credo, oh se ci credo. Ciò non toglie che faccia male, ve lo assicuro. Forse avete notato che ci sono meno in giro, non solo sul blog ma in generale; è perché ho l’ego dolente. In questo momento mi sento incapace di insegnare la qualunque a chiunque; sono in piena sindrome dell’impostore, e hai voglia tu, amico premuroso, a ripetermi che sono brava e che ho fatto questo e quell’altro: mi sento comunque una cacchetta. Passerà. Spero.

Che si diceva? Ah, sì: prima di tutto finire.

Subito dopo aver finito, bisogna vedere se la storia è abbastanza buona. Oddio, puoi anche pubblicare una ciofeca sgrammaticata; io sono la prima a difendere il tuo diritto di pubblicare dove, come e quando ti pare. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo, ma lo dico, visti i rant contro il self publishing – alcuni al limite dello psicopatico – che continuo a leggere in giro.

Mettiamo però che t’interessi raccontare delle belle storie, magari anche in un italiano corretto e con uno stile accettabile. In questo caso, quando la storia è finita non devi farla leggere solo alla mamma e alle tre amiche che ti seguono su EFP, e che saranno sempre incoraggianti con te. Ti serve come minimo un paio di occhi diversi dai tuoi, ma meglio se sono di più, e questo è un punto fondamentale. Troppe volte ho sentito dire “ma io devo essere in grado di sistemare la mia storia”. No, ciccio. Se la pensi così, un po’ pecchi di presunzione e un po’ pare tu viva su Marte. Non hai mai sentito dire “Ogni scarrafone è bell’a mamma soia”? Senza contare la nausea. Perché se hai preso in mano il tuo romanzo dall’inizio alla fine almeno un paio di volte, che è il minimo sindacale, la nausea ce l’hai. Così forte che il Plasil ti fa un baffo.

Almeno un paio di quegli occhi in più, poi, deve essere professionale. Deve appartenere a qualcuno che ti sappia dire, in linea di massima, se la storia funziona. Per storia funzionante intendiamo una storia con un conflitto centrale interessante, ben costruito, ben svolto, ben risolto; e questo è – ancora – proprio il minimo sindacale. Poi c’è tutto il resto ma fermiamoci qui, per il momento.

Fatti i primi due passaggi? Ecco, allora adesso puoi decidere la cosa più importante: che cosa vuoi per la tua storia. E, prima ancora, che cosa vuoi per te stesso.

Prenditi un pomeriggio tranquillo, se te lo puoi permettere. O se no prenditi un’ora di libertà. Poi un quaderno e una biro, o apri una mappa mentale sul PC. Attenzione che quel che ti sto per dire è pericoloso: se non sei abituato a un po’ d’introspezione, potresti finire a scrivere I Massimi Sistemi Secondo Me, volume I. Non farlo, cerca di concentrarti su, diciamo, i prossimi cinque anni.

Cosa vuoi dalla tua scrittura nei prossimi cinque anni?

Le risposte possibili sono molteplici.

“Scrivo per divertirmi e voglio continuare così”

“Voglio essere letto e non m’importa d’altro”

“Voglio vivere di scrittura e mollare il mio lavoro di raddrizzatore di gambe dei cani”

“Voglio diventare uno scrittore professionista”

“Voglio fare soldi con i miei libri”

“Voglio che qualcuno mi chieda di poter fare un film con la mia storia”.

Che cosa è il successo, per te?

Scriviti una risposta onesta e fai attenzione: deve essere una risposta concreta. Dopodiché hai un ottimo punto di partenza per farti un piano per il futuro. Piano che dovrebbe tenere conto dei dati di realtà; mi puoi anche venire a dire che “è meglio la pubblicazione tradizionale”, ma se poi non trovi un cane che ti pubblichi, la tua preferenza te la puoi mettere in tasca. E, attenzione: non è detto che se non trovi un cane che ti pubblichi la tua storia faccia schifo, né che le tue storie tradizionalmente pubblicate non mi facciano sbadigliare fino a slogarmi la mascella. Il bello dell’editoria tradizionale è anche questo: che due professionisti ben pagati possano darti due pareri diametralmente opposti. Sulla stessa storia. Successo davvero, non me lo sono inventato. Può anche darsi, poi, che la tua Storia Tradizionalmente Pubblicata mi costringa a impugnare la penna rossa per segnarti tutte le cazzate, grammaticali e non, che sono sfuggite al tuo Grande Editore Tradizionale.

Ciò che vogliamo davvero deve guidare le nostre scelte; si tratta in primo luogo di assumersi delle responsabilità. Se siamo disposti a fare ciò che è necessario per tutto il tempo che ci vuole, non c’è (quasi) nulla che non possiamo fare.

(Eh ma l’editing costa. Comincia a smettere di fumare: vedi quanti soldi in più che ti ritrovi in tasca, e cuore e polmoni ringraziano, pure. Poi invece di comprarti la borsetta firmata cucita in India dai bambini, mettiti via quei quattrocento euro; ti fai almeno la scheda lettura, senza problemi.)

La scrittura rientra tra le cose mediamente possibili, per fortuna. Io non credo di avere molte possibilità di diventare prima ballerina alla Scala, ma di essere una scrittrice sì. In un certo senso, lo sono già.

Questo post è il mio commento a questo articolo di Daniele, e in  parte risponde anche al post pubblicato oggi, sempre su Penna Blu. Non avevo un cavolo di voglia di ripetere sempre le solite cose, ma poi ho promesso che sarei passata di là o che almeno avrei scritto una risposta, quindi eccomi.

Ancora una cosa: mi rendo conto di quanto sia importante smettere di chiamare self publishing il self publishing. Bisogna chiamarlo pubblicazione indipendente. Bisogna definirsi autori indipendenti, o Indie se vi piace di più. E cambiare mentalità. Ma di questo parleremo ancora.

Tutto il resto è sbadiglio.

Archiviato in:Blog, Marketing, Self Publishing Contrassegnato con: Autore2.0, Indie Author, Indie Publishing, Motivazione, Pubblicare un libro, Writing Life

Ritorno alla Scrittura

11 Novembre 2015 by Serena 25 commenti

Cari,

Non ricordo dove eravamo rimasti l’ultima volta che ci siamo parlati. Ah, sì: si parlava di piano marketing, credo. E probabilmente vi ho anche detto che a novembre ci sarei stata poco, per via del National Novel Writing Month.

Però non immaginatemi drogata di caffeina a scrivere come una pazza le mie 1667 parole giornaliere: per fare quello ci vuole una bella dose di energia, entusiasmo, determinazione. Il NaNo è un’esperienza galvanizzante che va ben oltre la quota di parole, un tanto al chilo come al mercato. Ha a che fare con lo sfidare se stessi in compagnia di molti altri che vivono della stessa passione. È… euforizzante. E io non mi sento mica tanto euforica, anzi, me la sto prendendo straordinariamente calma. È la cosa di cui ho più bisogno in questo momento.

Calma e continua a scrivere

Da qualche parte dopo la metà di ottobre ho inviato alla mia editor e ad una lettrice beta la mia Cristallo. Il piano era che, se fosse andato tutto bene, avrei avuto tutto il tempo necessario per occuparmi della pubblicazione (vi rimando per questo al piano marketing di cui sopra) che avevo già previsto da tempo di far slittare a febbraio 2016. Questo perché a febbraio cade il mio compleanno, e nel 2016 la mia età è una bella cifra tonda tonda. Festeggiarla con la pubblicazione della prima storia con il mio vero nome sarebbe stata una gran bella soddisfazione.

Purtroppo la storia è tornata dall’editor ferita, ammaccata e lacerocontusa. Anzi, laceroconfusa.

Due di picche

Con la lettrice beta è andata un po’ meglio, ma non c’è stato l’entusiasmo che speravo. Da Lettrice Beta voglio lo sclero totale, se no non ci siamo: non mi accontento di niente di meno, da lei.

Non ci sono rimasta nemmeno troppo male: in sostanza me l’aspettavo. Diciamo pure che ci ho provato, via. Che non ne potevo più di avere tra le mani questa mia creatura deforme. Che, nel momento in cui l’ho dichiarata finita, invece di essere entusiasta di lei e pronta a difenderla a spada tratta da chiunque, mi accontentavo di una speranza. La speranza che fosse ad un livello di decenza sufficiente a non dovermene vergognare. Invece così non è stato.

Probabilmente è una storia ancora decente, lo dico senza falsa modestia, ma non è una bella storia, non secondo i miei standard. La seconda parte, dice la beta, è tra le cose più belle che io abbia scritto. La prima…

Meh.

Così imparo ad accontentarmi. Non è etico accontentarsi e, soprattutto, non è etico arrendersi ad un prodotto mediocre per una che va sostenendo a spada tratta la pubblicazione Indie.

Comunque sia, io sono stanca morta. Ho tirato, tirato e tirato perfino in agosto. Essendo in ferie ho recuperato del tempo per scrivere, ma sono stata molto attenta a non sottrarne alla mia famiglia, e mi sono ritrovata a scrivere la sera da mezzanotte alle due. O ad infilare la scrittura, come diceva una ragazza nel Gruppo Facebook del NaNoWriMo, negli interstizi di tempo, perché parlare di spazi sembra troppo.

Morale della favola? Due cose: una bella e una brutta.

Prima la brutta: sono esausta. Dicono di me che sono un mastino, un carrarmato, ma giuro che sono umana. Sotto la pelle non ho l’acciaio come Terminator, ho la cervicale e qualche altro osso dolorante. Sono stufa di dover inserire in agenda anche la pausa pipì e di cascare in coma la sera, tanto da non riuscire nemmeno più a leggere delle belle storie, che poi è la faccenda da cui per me è nato tutto.

Poi la cosa bella.

Allora, ho la sensazione – per ora solo una sensazione, eh – che questo stop sia un po’ il rogo della Fenice. I commenti dell’editor sono stati il punto di partenza per un’analisi fredda della storia dal punto di vista della struttura, che è la mia fissa. Si sa che quando si tratta del tuo bambino prediletto essere obiettivi è impossibile: ci vuole prima la doccia fredda, poi forse ce la si fa. La doccia fredda – anzi, Polare Artica – ce l’ha messa l’editor, ma io ci ho messo una disamina dei problemi a livello strutturale, della quale sono piuttosto fiera. Per farvela breve – poi magari se volete vi racconto – la storia cominciava nel punto sbagliato. E questa scoperta è stata illuminante, ha cambiato tutto. Mi sono ritrovata con delle potenzialità molto più grandi di quel che pensavo. Un sacco di frammenti del puzzle sono andati finalmente al loro posto. Adesso, devo solo sopravvivere per finire QUESTA BIP di storia. E un’altra cosa bella: basta col marketing, per un po’, perlomeno col mio marketing personale. Devo tornare a studiare un po’ la scrittura. E anche questo, credetemi, lo sto vivendo come una specie di regalo: mi mancava molto. Ogni tanto una bella spazzolata sul groppone fa bene: distrugge l’ego, ma fa tornare alle radici.

Vi copio queste parole pubblicate qualche giorno fa da Alessia su Facebook, prese da un articolo di Judy Blackmore che citava:

“The biggest barrier to releasing quality material is probably impatience. You have a work that feels pretty good; you’re exhausted; you want to move on; you might be a bit delusional about how good it really is; so you hit “publish”. Nobody steps in and tells you to make it better, to do another pass, to get a better cover, to write a better blurb, to hire or trade for some editing, to beg or trade for some beta reading. You simply jump the gun.”

~ Hugh Howey

(La più grande barriera alla pubblicazione di materiale di qualità è probabilmente l’impazienza. Hai creato un’opera che sembra abbastanza buona; sei esausto; vuoi andare oltre; potresti essere un po’ illuso su quanto sia effettivamente buona; e così premi “Pubblica”. Nessuno si fa avanti per dirti di migliorarla, di fare un altro passo, di farti fare una copertina migliore, di scrivere una quarta migliore, di pagare dell’editing o scambiarlo con qualcuno, di supplicare qualcuno perché ti faccia da Beta o scambiare il favore. Semplicemente fai il salto.)

Tempo, pazienza, dedizione, coraggio: sono gli ingredienti per la riuscita di un progetto. Dicono che la fretta sia cattiva consigliera. Non corriamo in cerca del traguardo; non scappiamo dalle tappe intermedie che – come dice Paola Fantini – sono necessarie e devono essere previste nel nostro percorso; non dimentichiamo che quello stesso percorso è la chiave che ci permette di crescere.

Judy Blackmore dice ancora: “Quello che sto dicendo è che devi creare una situazione in cui il fallimento non è contemplato.”
Capito Serena?

Capito. Fa male, ma capito. Io qualcuno che mi ha detto di aspettare l’ho avuto, e probabilmente non finirò mai di ringraziarlo, anzi, ringraziarla.

Spero stiate tutti bene. Ci leggiamo qui in giro, in modo sicuramente piuttosto casuale fino alla fine del mese di novembre.

Vi abbraccio

Serena

Archiviato in:Blog Contrassegnato con: a writer's journey, Blog amici, Delusioni, Diario di Cristallo, Editing, Hugh Howey, Illusioni, NaNoWriMo, Ritorno alla Scrittura, Roba da Scrittori, Speranze, Writing Life

Elogio del nostro lavoro (sì, il “day job”)

2 Settembre 2015 by Serena 21 commenti

È pratica comune tra gli scrittori non professionisti (ma gli “scrittori professionisti” esistono ancora?) lamentarsi del proprio lavoro “vero”. Quel lavoro

frustrante, che non soddisfa le mie aspirazioni, che mi mortifica, che mi toglie il tempo per scrivere.

Chi non c’è cascato almeno una volta, inclusa la sottoscritta? Siamo in tanti a sognare di vivere di scrittura, ma è il caso di tornare con i piedi per terra. Le superstar sono una percentuale ridicola, rispetto a tutti coloro che scrivono, e mettere insieme anche solo un modesto stipendio da impiegato esclusivamente vendendo la propria produzione letteraria è un’impresa tra il titanico e l’impossibile.

(Non dico che non si possa vivere con la scrittura, ma non può essere esclusivamente quella. Ne parleremo meglio in un altro post.)

Ma ammesso  e non concesso che fosse possibile, in un mercato ristretto e saturo come quello italiano, vivere di sola scrittura, sei proprio sicuro che vorresti scrivere tutto il giorno? Perché un conto è scrivere per il piacere di farlo; tutt’altra cosa è esserci costretti per portare a casa la pagnotta. Vorresti essere, che ne so, Camilleri o Eco o uno dei pochi scrittori italiani che han già venduto il loro ultimo libro ancora prima di pubblicarlo? Beh, anch’io vorrei essere Claudia Schiffer. Come diceva un mio amico toscano, “Sognare l’è bello e ‘un hosta nulla”.

Sono appena rientrata dopo le ferie, e le mie vacanze sono state molto belle, lo ammetto. Prima che la beatitudine svanisca e il delirio ricominci per davvero, permettetemi di fare ammenda di certi mugugni passati e di pubblicare, come è giusto che sia, un

Elogio del “day job”, e cioè il lavoro che ti paga i conti

(se sei J.K. Rowling o Stephen King o John Grisham o Hugh Howey o Amanda Hocking, non serve che continui a leggere)

  • Il mio lavoro mi permette di scrivere.

Sembra un controsenso, vero? Sto fuori di casa almeno dieci ore al giorno (ho una pausa pranzo lunga). Sono dieci ore che, sommate a quelle per dormire, mangiare, occuparsi della famiglia, dell’igiene personale e delle incombenze domestiche, di spazio per la scrittura ne lasciano ben poco. Eppure, queste dieci ore di lavoro che c’entrano poco con le mie passioni mi regalano una certa tranquillità economica, e quindi una predisposizione mentale favorevole alla creatività. Mi dicono dalla regia che con la pancia vuota non si ha molta voglia né di scrivere storie, né di leggerle né di usare il cervello: prima si deve mangiare. Lo so, con ‘sti chiari di luna nessuno può dirsi veramente tranquillo. Ma per adesso è così, e speriamo che duri.

Un altro modo in cui il mio lavoro mi permette di scrivere è che mi regala la pausa pranzo. Sono certa che se fossi a casa mi metterei a stirare, riordinare le bollette o togliere il ciarpame dalla cantina o *inserire lavoro palloso che continuate a rimandare, cosa che vi fa sentire in colpa da morire*.

  • Il mio lavoro mi aiuta a mantenere la salute fisica.

Questa ve la devo spiegare. Lo sapete che sono in macchina varie ore al giorno, e che quando non sono in macchina sono al PC. Eppure c’è di peggio. Recentemente ho letto un articolo sul sito di Joanna Penn che descriveva una serie di problematiche cui vanno incontro le persone che scrivono molto. Alcuni autori sono stati costretti a ridurre le ore di scrittura a un paio al giorno a causa di tendiniti, sindrome del tunnel carpale, problemi cervicali, disturbi causati dalla postura… Considerato quanto io sia incapace di autoregolarmi quando scrivo, sarei ridotta ad uno straccio!

  • Il mio lavoro mi aiuta a mantenere l’equilibrio.

Più di uno studio – vedi per esempio questo qui – dimostra che gli scrittori sono una categoria ad altissimo rischio di depressione e altri disturbi dell’umore. Vi risparmio la lista degli scrittori morti suicidi, l’intento era quello di consolare! Pare che l’area del cervello che viene sollecitata quando si scrive in modo creativo sia la stessa che si attiva quando si elaborano pensieri complessi. La vita già di per sé fornisce abbondanti motivi per deprimersi, anche senza scrivere,e se in più si passano troppe ore al giorno soli con i propri personaggi… Ahia. Siamo dei geni, sì 😛 ma ad alto rischio di scoppiare.

Come si cura la depressione? Prima di tutto con un serio aiuto professionale. E poi uscendo, facendo movimento, esponendosi alla luce, praticando attività manuali e interagendo socialmente. In altre parole, lavorando!

(N.B.: mai sofferto di depressione, che io ricordi. Ma non sono nemmeno mai stata tutto il giorno chiusa in casa a scrivere per lunghi periodi).

  • Il mio lavoro accresce le mie competenze.

Sono nel settore marketing/commerciale da diversi anni. Grazie a questo ruolo ho frequentato corsi, sviluppato abilità, appreso tecniche e mi sono tenuta, volente o nolente, al passo con la tecnologia. Se non facessi il lavoro che faccio, sarei molto più indifesa nell’affrontare la pubblicazione Indie, e me ne rendo conto in modo particolare quando mi confronto con altri autori che hanno meno anni di attività alle spalle, oppure non hanno idea della… jungla che c’è là fuori. Comunque altri lavori e altre attività portano altre competenze, che non avremmo se passassimo le giornate in casa attaccati a un PC. Ogni attività è una finestra sul mondo, che porta nuovo materiale per le nostre storie.

  • Il mio lavoro mi ha regalato, e mi regala, innumerevoli occasioni di incontro.

Questa è proprio una peculiarità della mia attività. Vedo almeno quattro clienti ogni giorno, e in più ci sono i colleghi, il cameriere del ristorante, il benzinaio… Non mi posso certo lamentare che mi manchi il contatto con le persone. E voi sapete quanto questo sia fondamentale per nutrire la nostra scrittura, in particolare la capacità di creare personaggi “vivi”. A me una volta è addirittura successo di incontrare una mia personaggiA in carne ed ossa… e sono quasi cascata a terra quando, poco dopo, ho conosciuto il marito, che assomigliava in modo impressionante al compagno che le avevo dato nella mia storia!

  • In conclusione…

Nonostante gli inevitabili incazzi, qualche frustrazione, le giornate no, la pressione verso gli obiettivi, ho imparato a essere grata per il mio lavoro. Cerco di onorarlo, di svolgerlo bene, al meglio delle mie possibilità. Quando riesco, ci ficco dentro qualche competenza acquisita grazie alla mia passione per la lettura e la scrittura. Quando è proprio impossibile, non importa: il bicchiere è molto più che mezzo pieno. Speriamo che duri.

Non significa che non mi piacerebbe fare il colpaccio, eh. E non significa nemmeno che dalle mie parti sia tutto rose e fiori. Proprio per niente. Ma cerco di essere equilibrata e positiva, finché è possibile.

E voi? Che rapporto avete con il vostro “day job”?

Archiviato in:Blog, Per chi scrive Contrassegnato con: Autore2.0, Writing Life

La prima stesura, la revisione e l’ago nel pagliaio

26 Agosto 2015 by Serena 28 commenti

Prima stesura Cristallo
…e lì rimase

Il 12 giugno mia madre ha ritirato in copisteria la stampa rilegata della prima versione di «Cristallo». Mi credete se vi dico che da quel giorno non sono più riuscita a riprenderla in mano? Sorge un sospetto. Forse inconsciamente sapevo che…

«Il mio romanzo è ‘na palla.»

Così esordisco nella mia telefonata alla Erica, la mia amica/editor/compagna di merende, santa donna, che come ogni santo che si rispetti dovrebbe avere una chiesa dedicata e una casella nel calendario. O almeno una via. Via Santa Erica degli Autori Disperati. La chiamo dal baretto in spiaggia nel quale mi sono rifugiata, sfuggendo alla famiglia e all’appiccicume della crema solare, per lavorare una mezz’ora alla mia prima stesura.
«’na palla in che senso?» replica senza scomporsi.
«Boh, ‘na palla. E se mi rompo le scatole io, a leggerlo, figurati un lettore…»
Pausa di silenzio.
«Non è che hai scritto una storia drammatica?»
Ci penso un momento. Non saprei. I temi sono spessi, questo sì, e la storia non è comica. Ma si piange già abbastanza, nella vita, e io nella mia storia voglio un raggio di sole. La voglio seria, sì. Drammatica, no. Menosa, meno che meno.Quindi mmmgnò, diciamo di no. Non voglio scrivere una storia drammatica, e se l’ho scritta non era mia intenzione. Sigh.

Non sono disperata, però. Ho in mente uno straccio di soluzione. Devo alleggerire, ma come? Una nuova linea narrativa? Inserire un nuovo tema? Uso i personaggi secondari?
Il problema, spiego a Erica, è che non ce la faccio più a sopportare le menate di Anna. Per i non-milanesi: la menata sarebbe, tipo, una pippa mentale. Anna, poverina, ha preso una scuffia ossessiva per un tizio non esattamente raccomandabile. Poi ha qualche altro problemino, il che le dà tutto il diritto di farsi qualche menata. Ma ragazzi, se io che sono la sua mamma sono stufa di sentirla…
«Ti serve un comic relief!»
Eggià.

E perché non ci ho pensato io?

Perchè?
Pecchè? Eh?

Avete presente «Il Re Leone» di Disney? È una storia piuttosto spessa. Un giovane leone si auto-esilia dal suo branco, convinto di essere colpevole della morte del padre. Una storia di crescita, vendetta e riscatto.
…in un film per bambini?
Certo. Intanto, i bambini sono bambini, non stupidi in miniatura. E poi basta infilarci Timon, Pumba e anche Rafiki, che cura le menate di Simba a mazzate in testa,

Rafiki e Simba
Il passato è passato!

e la storia diventa subito digeribile. Non solo digeribile, ma bella, pure (anche se sticavoli, io non mi sono ancora ripresa dalla morte di Mufasa).
Forse anche le mia Anna ha bisogno di qualche mazzata terapeutica?
Erica improvvisa, butta lì una scena che mi provoca nel cervello uno spettacolo di fuochi d’artificio che neanche il 4 luglio. Nel pomeriggio, appena riesco a rimettere le mani sul mio PC, apro Scapple, faccio doppio click proprio nel centro dello schermo e scrivo un nome. E nel pieno del suo fulgore, signore e signori, mi si presenta…

Non ve lo dico.

Mica vi posso raccontare proprio tutto, no? Però posso dirvi che ho riempito un’altra mappa mentale con vita, morte e miracoli di questo nuovo personaggio, che ha cominciato a parlare e pare non abbia alcuna intenzione di tacere. Almeno per il momento. Quanto a me, ho sperimentato quella sorta di beatitudine scrittoria che ti prende quando, come per magia, tutti i pezzi vanno al loro posto e l’immagine da frammentaria diventa chiara, unica. Una volta tanto.
Pochi giorni dopo ho terminato  la rilettura in questa nuova ottica e adesso vi posso dire che no, il romanzo non è una palla.

O magari lo è. Ma se non altro adesso posso dire con certezza che esiste, sulla faccia della terra, almeno un lettore a cui piace da morire.
Io.

Che cosa ho imparato da questa faccenda

  • La revisione può essere dolorosa. Non è bello scoprire che nella tua creatura c’è qualcosa che non va. Vale anche per i romanzi.
  • La revisione può essere dolorosa, ma non è una tragedia. Anne Lamott, nel suo «Bird by Bird», dice che bisogna accettare di scrivere «shitty first drafts». Prime stesure che, ehm, puzzano un po’. Poi bisogna mettersi i guanti, infilarci le mani e cominciare a pulire. Se siete sicuri che la vostra prima bozza va bene così e non siete Lee Child, potreste avere un problema.
    Esiste la possibilità che la storia sia irrecuperabile? Ovvio che sì. Ma per stavolta non ne parliamo.
  • Serve un altro paio d’occhi per guardare la propria storia. E devono appartenere a qualcun altro. Lo abbiamo già detto quelle dieci-dodicimila volte che l’editing professionale è necessario, vero? Lo ripetiamo. Soprattutto se pubblicate in self, non potete farne a meno, rassegnatevi. Se non potete permettervelo, trovate almeno dei lettori beta, una professoressa di italiano in pensione, la zia secchiona, quello che volete. Ma chiedete a qualcuno di guardare la vostra storia e di dirvi onestamente cosa ne pensa.
    In una fase precedente all’editing, oltre al paio d’occhi aiuta molto anche una spalla su cui piangere. Io la telefonata con Erica ve l’ho sintetizzata, ma è stata più lunga di così. Quando abbiamo messo giù ho incominciato a scrivere la causa di beatificazione.
  • Non si finisce mai di imparare. Anzi, credo si impari veramente solo facendo, e in particolare quando sbatti il muso in un ostacolo e cerchi il modo di andare avanti. Bisogna continuare a studiare, perché tendiamo a fermare lo sguardo su certi aspetti e ci perdiamo il resto. Ma ogni volta che si puntano i riflettori su un aspetto della scrittura, si scopre che le sfaccettature sono molteplici, gli esempi innumerevoli, gli usi variegati. Bisogna ricordarlo e non smettere mai di studiare. E scrivere, tanto.

La morale della favola

Lavorando a «Cristallo» ho l’impressione di cercare un ago in un pagliaio. È una faticaccia, un lavoro improbo che qualche volta comporta lo spostamento di una pagliuzza alla volta. Ci sono momenti in cui un raggio di sole colpisce l’ago, che scintilla e si fa vedere. Qualche volta sembra perfino d’oro. Allora riparto alla ricerca, con entusiasmo, con l’illusione di essere vicina alla meta, più certa e innamorata di prima.

Il mio prossimo romanzo, Cristallo

Vi è mai successo di trovare un problema in una vostra storia, e risolverlo in un modo di cui siete piuttosto fieri?

Post Scriptum. A proposito di scuffie ossessive, ma raccontate da dio, non potete perdervi questo libro qui.

Archiviato in:Blog, Per chi scrive Contrassegnato con: a writer's journey, Comic Relief, Cristallo, Diario di Cristallo, Editing, Editor, Erica, Revisione, Scrivere un romanzo, Writing Life

Gli obiettivi S.M.A.R.T. di uno scrittore

29 Luglio 2015 by Serena 29 commenti

Loro sì che centrano l’obiettivo.

Tra le cose imparate in tanti anni di marketing e azienda, ce n’è una che mi piace in modo particolare, perché la trovo utile e applicabile a tutti gli aspetti della mia vita. E perché non alla scrittura? Sto parlando del concetto di obiettivi SMART, anzi, S.M.A.R.T., che sicuramente avete già incontrato in mille e un articolo in giro per il Web. Perché lo tiro fuori qui, in un blog per scrittori, all’alba del 29 luglio, in una Milano sopravvissuta a Caronte ma ancora boccheggiante per il caldo?

Ve lo spiego tra un attimo. Prima facciamo un piccolo ripasso del significato dell’acronimo S.M.A.R.T. .

Come sapete, smart in inglese significa intelligente, brillante, però anche [Leggi di più…] infoGli obiettivi S.M.A.R.T. di uno scrittore

Archiviato in:Blog, Per chi scrive Contrassegnato con: Autore2.0, Cose belle, Libertà, NaNoWriMo, Obiettivi, S.M.A.R.T., Vacanze, Writing Life

  • « Vai alla pagina precedente
  • Pagina 1
  • Pagina 2
  • Pagina 3
  • Pagina 4
  • Vai alla pagina successiva »

Barra laterale primaria

Restiamo in contatto?

Clicca qui, ci vuole meno di un minuto!

Archivio

Buck e il Terremoto a Bookcity

Storie di Gatti

Racconti a quattrozampe le per le vittime del sisma

Footer

  • Chi sono
  • Cosa sto facendo
  • Blog
  • Risorse per scrittori
    • Il metodo del Fiocco di Neve
    • Dall’Idea al Romanzo in 31 giorni
    • Storyboard
    • La struttura narrativa
    • Sviluppare la trama: modelli di struttura narrativa
  • Contatti
  • Ultimi articoli
  • Scrivi allo staff
  • Resta in contatto
  • Privacy & Cookie Policy

Serena Bianca De Matteis

Serena Bianca De Matteis b/n

Copyright © 2026 · Serena Bianca De Matteis · Accedi

Uso i cookie per garantirti una buona navigazione sul mio sito. Se vuoi, puoi comunque eliminarli. .

Powered by  GDPR Cookie Compliance
Panoramica sulla privacy

Questo sito Web utilizza i cookie per consentirci di offrire la migliore esperienza utente possibile. Le informazioni sui cookie sono memorizzate nel tuo browser ed eseguono funzioni come riconoscerti quando ritorni sul nostro sito web e aiutando il nostro team a capire quali sezioni del sito web trovi più interessanti e utili.

È possibile regolare tutte le impostazioni dei cookie navigando le schede sul lato sinistro.

Cookie strettamente necessari alla navigazione

Per poter salvare le tue preferenze, è necessario che siano attivi.

Se disabiliti questo cookie, non saremo in grado di salvare le tue preferenze. Ciò significa che ogni volta che visiti questo sito web dovrai abilitare o disabilitare nuovamente i cookie.

Cookie di terze parti

Questo sito Web utilizza Google Analytics per raccogliere informazioni anonime come il numero di visitatori del sito e le pagine più popolari.

Mantenere abilitato questo cookie ci aiuta a migliorare il nostro sito web.

Per prima cosa abilita i cookie strettamente necessari in modo che possiamo salvare le tue preferenze!

Cookie Policy

Ulteriori informazioni sulla Cookie Policy