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Serena Bianca De Matteis

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Ipotesi 1 – colpa del DNA

28 Giugno 2018 by Serena 8 commenti

Per chi non lo conoscesse, Sante Marie è un paese di 1 156 abitanti della provincia dell’Aquila, e si trova non molto lontano dalla riserva naturale del Monte Velino.

Quando mio padre era bambino, attorno ai dieci anni, passava diverse settimane all’anno a Sante Marie perché la sua mamma faceva l’ostetrica condotta proprio lì. Un giorno venne mandato a raccogliere porcini per fare il sugo, in un posto vicino alle case ma già un po’ fuori dal paese, nel bosco.

Papà era chinato a terra in questo spiazzo un po’ rialzato, per raccogliere i funghi tagliandoli rasente al terreno, la lama parallela alla terra per intenderci. Si fa così perché continuino a crescere in quel posto, voi lo sapevate? Io non lo sapevo.

Mentre era chinato a terra, con un mucchietto di funghi tagliati che gli cresceva accanto, si è sentito osservato. Ha alzato gli occhi e si è accorto che di fianco a lui, a un tre metri di distanza dice, c’era un animale. Un grosso cane snello con il pelo scuro, colore della terra, e la faccia da lupo.

In effetti, era proprio un lupo.

Immagine di lupo appenninico italiano
Canis Lupus Italicus

Papà – forse perché i bambini sono un po’ incoscienti – non si è scomposto più di tanto. Ha pensato “se mi attacca gli taglio la gola con il coltello”, perché i bambini si sentono anche tanto eroi, e a Sante Marie tutti hanno sentito parlare di lupi, o ne hanno visto uno, e il cane di mia nonna andava in giro con un collare pieno di punte, affinché i lupi non gli si attaccassero alla gola. Così il Carletto ha continuato a occuparsi dei suoi funghi, un occhio alla terra e un altro al lupo seduto a pochi metri da lui.

Dopo qualche minuto, alle spalle del lupo che osservava papà, ne è sbucato dagli alberi un altro, più piccolo. Gli è passato dietro e si è rinfilato nel bosco dalla parte opposta. Dietro, in fila indiana, due piccoli spelacchiati con le orecchie grandi, e gli occhi come bottoni del cappotto scuro.

Solo a questo punto il primo lupo si è alzato, ha chiuso la fila dietro al resto della famiglia e se ne è andato. E papà è tornato tranquillamente in paese con i suoi porcini per il sugo della pasta, e il coltellaccio sporco di terra.

Papà racconta questa storia da sempre. Solo di recente  ho pensato che, forse, la mia fissa per i lupi potrebbe avere un’origine genetica.

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Come ho costruito la trama del romanzo

1 Giugno 2018 by Serena 14 commenti

 Ciao e benvenuta, Maria Teresa Steri.

Sono certa che i lettori di questo blog apprezzeranno quello che hai da raccontarci sulla genesi del tuo romanzo, e sono certa che daranno una possibilità a quella che si presenta come una storia davvero intrigante.

A te la parola!

Quando cominciai a scrivere questo romanzo, non avevo un’idea precisa della trama. Tutto nacque da un sogno, uno di quei sogni in cui non sei protagonista bensì ti ritrovi a essere testimone di una storia.

Quando mi svegliai, la maggior parte delle immagini oniriche erano sfumate ma era rimasta impressa la raffigurazione di un luogo sperduto tra le montagne, dove un gruppo di persone viveva in totale isolamento. Di loro sapevo che erano stati radunati per un progetto spirituale, niente di più. Ricordavo bene anche una sorta di incipit che la mia mente aveva tracciato in dormiveglia:

Il villaggio si svegliò sotto la neve. Se tale poteva definirsi il sottile strato di nevischio che durante la notte si era depositato sull’agglomerato di case, facendolo assomigliare a un surgelato coperto di brina dimenticato in un angolo del freezer.

Eppure, se qualcuno si fosse arrampicato su per la stradina sterrata che costeggiava la zona, dopo un giro tortuoso e vano sarebbe tornato al punto di partenza senza raggiungere mai la comunità tra le colline e senza mai scorgere altro che ammassi di rocce grigiastre simili a pietre lunari imbiancate.

Appena sveglia, mi affrettai a riportare sulla carta queste righe, che avevano acceso la mia fantasia. Un luogo nascosto alla vista, magico e non rintracciabile dalle persone comuni. Mi sembrava un ottimo inizio!

In preda all’entusiasmo cominciai subito a scrivere pagine a pagine, creando una moltitudine di personaggi e definendo l’ambientazione con numerosi dettagli.

Sotto la spinta dell’entusiasmo portai a termine la prima stesura nell’arco di alcuni mesi. Avevo scritto moltissimo, ma ben presto mi resi conto che ero andata avanti senza un progetto o una meta precisa. Avevo imbastito una trama inconsistente e confusa. Persino il genere era poco definito. Un fantasy? Un mystery? Non era chiaro neppure a me.

Feci diversi tentativi per revisionare quella prima versione, consapevole che non potesse funzionare, ma ogni volta incontravo mille difficoltà, fino a quando non decisi di mettere tutto da parte per dedicarmi ad altro.

Solo diversi anni dopo, a mente più lucida e con il dovuto distacco, ho realizzato che qualsiasi tentativo di revisione si sarebbe scontrato con un problema insormontabile: non avevo costruito una trama solida. Come si può restaurare una casa se le fondamenta sono fragili? È impossibile e anche inutile.

Grazie all’esperienza fatta con la costruzione di altri romanzi, ho ripreso il mano quella bozza e sono ripartita da zero, o quasi.

Mi sono chiesta: quali sono i punti fermi di questa storia? Quali gli elementi identificativi e irrinunciabili?

Ho messo a fuoco che la trama doveva ruotare intorno al gruppo rifugiato tra le colline, ma non era da lì che dovevo partire. Un lettore infatti non avrebbe compreso subito il senso di quel progetto. Non si sarebbe identificato con i personaggi, senza saperne abbastanza. Dovevo partire da un terreno più comprensibile e andare più indietro nel tempo. Perché il gruppo aveva accettato di isolarsi? Chi aveva ideato il piano? Come erano stati avvicinati?

Da quelle domande è nato un personaggio, Tommaso, l’uomo che aveva messo insieme il gruppo. Ho cominciato a vederlo con gli occhi di un lettore qualunque, con un alone di mistero e ambiguità, perché i gruppi spirituali spesso sono guardati con diffidenza, si assimilano alle sette e come tali scatenano molta paura.

Mentre ricostruivo la trama, ho fatto anche una selezione spietata dei personaggi, scartando quelli che non erano di alcun rilievo. E ho cominciato a ragionare sul protagonista. La prima stesura, infatti, era un romanzo corale dove più voci si alternavano, ognuna con il suo peculiare punto di vista. Ma ho capito che anche sotto questo aspetto la trama doveva essere ristrutturata a fondo. Serviva un vero protagonista, un personaggio che portasse avanti la storia, con il quale un lettore potesse identificarsi. Gli altri dovevano restare in secondo piano. Come “portavoce” ho scelto il personaggio di Flavio, che nella prima stesura era solo uno dei tanti. Mi è sembrato il più adatto in quanto figura che meglio incarnava il disagio esistenziale. Inoltre, la sua storia è sempre stata quella che più mi stava a cuore: che c’è di più romantico di un uomo che mette in discussione tutta la sua vita per una donna? E che per lei è disposto a qualsiasi cosa?

Questo aspetto “rosa” del romanzo mi sembrava da mettere in risalto. E così ho cominciato a dare più rilevanza anche a Lyra, la donna che appunto aveva sconvolto Flavio.

Tuttavia, occorreva anche un nemico, un antagonista. Cos’è una storia senza un vero conflitto? E dunque è nato l’Olimpo.

Armata di questi nuovi punti fermi, ho creato una seconda stesura. Durante questa riscrittura ho scoperto la grande importanza della pianificazione in un romanzo. Dopo aver individuato i nodi cruciali e i personaggi, è stato fondamentale per me lavorare con un piano ben preciso. Ogni scena doveva avere un suo perché (non come la prima volta, quando c’erano scene completamente inutili) e contribuire in modo significativo al viaggio verso la meta finale.

Creare uno storyboard mi ha anche aiutata a gestire l’intreccio, che si snodava su due piani temporali differenti, uno dedicato al passato e ai subplot, e l’altro al presente e al plot principale.

Ma anche questa seconda stesura non sarebbe stata quella definitiva. Grazie all’aiuto di vari beta reader ho potuto mettere a fuoco alcune debolezze della trama. E qui c’è stata un’altra svolta fondamentale. Un’amica lettrice mi ha fatto notare infatti che il finale era una fastidiosa “scivolata” fantasy. Un’altra lettrice invece osservò che gli antagonisti non avevano abbastanza peso nella vicenda e dunque la suspense veniva spesso a cadere. Queste due affermazioni mi hanno fatto capire che fino a quel momento non avevo definito abbastanza il genere nel quale ascrivere il romanzo. Per me è stata una svolta essenziale capire che volevo scrivere un thriller soprannaturale più che un fantasy. E in quanto tale doveva contenere una forte componente di mistero, il villain doveva essere più presente, più spaventoso, meno impersonale. Un gruppo di nemici fa paura, ma non tanto quanto una donna come Marcella, con un valido motivo per combattere…

Un altro passo importante è stato definire il climax. Affrontare i nemici sì, era importante, ma secondo me non era sufficiente. Dopo molto riflettere, ho capito che Flavio doveva affrontare anche se stesso… Ma qui mi fermo perché non voglio fare spoiler.

Da tutto questo è venuta fuori la versione definiva del romanzo.

Come potete vedere, “Come un dio immortale” non ha avuto una costruzione facile, né lineare. Di certo però queste traversie mi hanno trasmesso la consapevolezza che una trama non si improvvisa né tanto meno si costruisce mettendo un mattone sull’altro. Occorre un disegno, altrimenti si paga un prezzo molto alto, quello di impiegare quindici anni per scrivere un romanzo.

Ho imparato moltissimo da questo lavoro. E ne sono felice. Spero che potranno apprezzarlo anche i lettori.

La trama del romanzo

Aggredito in un parco cittadino, Flavio si risveglia nella baracca di una giovane senzatetto, Lyra. Dopo essersi presa cura di lui per tre giorni, la donna lo manda via in modo brusco.

Tornato a casa, per Flavio nulla è più come prima. Il rapporto con la fidanzata va a rotoli, mentre crescono la passione e l’ossessione per la misteriosa Lyra. Indagando, Flavio apprende che a sei anni è scomparsa da casa senza lasciare tracce. Il suo caso però non è l’unico in città. Negli ultimi vent’anni, altre sei persone sono sparite nel nulla, e tutte erano collegate a un noto scrittore dell’occulto.

Convinto che Lyra sia scappata da una setta, Flavio è deciso a liberarla dal suo oscuro passato. Ma quando scopre che dietro la sua storia si cela una verità del tutto diversa, comincia a capire di essere anche lui una pedina di un gioco più grande, iniziato cinquant’anni prima. Un gioco che si fa sempre più pericoloso e che lo costringerà a mettere in dubbio tutto ciò che sa della sua vita e della realtà che lo circonda.

 

Disponibile su Amazon in versione cartacea o ebook: https://www.amazon.it/dp/B076VXT4J1/

GRATIS con Kindle Unlimited

I primi capitoli sono liberamente scaricabili da qui: http://bit.ly/2yEF0Z9

 

Tappe precedenti:

– 10 aprile Myrtilla’s house di Patricia Moll – Presentazione del romanzo https://hermioneat.blogspot.it/2018/04/il-blog-tour-di-maria-teresa-steri.html

– 15 aprile Liberamente Giulia di Giulia Mancini – I personaggi del romanzo http://liberamentegiulia.blogspot.it/2018/04/blog-tour-come-un-dio-immortale-i.html

– 20 aprile Mite Ink di Renato Mite – Dialogo sul romanzo http://www.miteink.it/2018/04/20/dialogo-come-dio-immortale/

– 24 aprile Storie e fantasia di Gabriele Pavan – Intervista http://storieefantasia.blogspot.it/2018/04/blog-tour-come-un-dio-immortale.html

– 27 aprile Drama Queen di Elisa Elena Carollo – Lettura del capitolo 3 http://www.dramaqueen.it/2018/04/come-un-dio-immortale-maria-teresa-steri.html

– 3 maggio Marco Freccero – I luoghi del romanzo: la città anonima https://marcofreccero.wordpress.com/2018/05/03/blog-tour-come-un-dio-immortale-i-luoghi-del-romanzo/

– 9 maggio Svolazzi e Scritture di Nadia Banaudi – I luoghi del romanzo: Valdiluna http://www.nadiabanaudi.it/blog-tour-come-un-dio-immortale-i-luoghi-del-romanzo-valdiluna/

– 15 maggio Io, la letteratura e Chaplin – Lyra https://iolaletteraturaechaplin.blogspot.it/2018/05/blog-tour-come-un-dio-immortale-lyra.html

– 25 maggio Lettore Creativo di Silvia Algerino – Curiosità sul romanzo (1)

http://www.silviaalgerino.com/blog/

 

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storie brutte che piacciono a tutti

29 Maggio 2018 by Serena 17 commenti

Io e i cartoni animati, seconda puntata. Stupita dalle mie stesse reazioni a Sword Art Online, ho cominciato a curiosare in giro e mi si è aperto un mondo. Ho scoperto che SAO è considerato da molti l’anime più importante degli ultimi anni e soprattutto… POF! Ecco un meraviglioso déja vu: la storia ha milioni di fan appassionati E altrettanti haters, e le due fazioni litigano furiosamente tra loro. Come accade a ogni bestseller che si rispetti.

Uno youtuber stanco vuole fare millemila visualizzazioni in un lampo? Basta che pubblichi un video dove spiega perché Sword Art Online è una cacca. Non lo dico io, lo ammettono senza vergogna proprio loro, gli youtuber specializzati in anime. Che hanno in catalogo sempre almeno cinque video su SAO, più un paio pronti da girare.

Comunque, non ho molto tempo per scrivere e quindi vado al punto, anzi ai punti.

Punto primo. Questo non è un articolo in difesa di SAO. Tanto per cominciare non ho bisogno di difendere niente, se una storia mi piace la consumo indipendentemente dal fatto che altri dicano che è una ca*ata. Piuttosto, è una mia personale riflessione – stupefatta – sulla potenza di certe storie. Perché se una storia accende discussioni e fa incavolare, ridere e/o piangere milioni di persone quella storia, brutta o bella che sia, ha qualcosa da dirci. Sempre che ci interessi il fatto di essere umani qui, proprio su questo pianeta e in questa epoca, e ci incuriosiscano le modalità di questa nostra presenza.

Punto secondo. Ho una domanda. Che cosa è (appunto) che fa discutere, accendere, incavolare e piangere milioni di persone? Mi duole ammetterlo, ma anche quel pornetto da strapazzo che mi rifiuto di nominare, scritto da un’esperta di marketing e tratto da una fanfiction (tanto avete già capito di cosa parlo) ha emozionato in qualche modo milioni di persone. Devo considerarlo in questa riflessione anche se mi fa vomitare? Temo di sì.

Punto terzo. Sto parlando di storie, indipendentemente dal medium utilizzato. Per restare nel mio caso, ho incontrato SAO come anime in prima battuta, poi sono passata ai libri. Ora apprendo che Netflix ha comprato i diritti per una serie live action, alla quale certamente darò una possibilità (anche se le trasposizioni cinematografiche di qualunque cosa raramente mi lasciano soddisfatta). Una storia è una storia. Come consumatrice di storie posso essere anche una lettrice, ma di base sono una consumatrice di storie. In che forma vengano, per me è secondario.

Punto quarto. Arriviamo al punto che, oggi, mi interessa di più: se ciò che conta è la storia, e per me è così, quanto è importante la costruzione della medesima rispetto al linguaggio? Sarò onesta: se la storia è bella, a me basta che sia scritta decentemente. Che non mi faccia cascare le braccia mentre leggo. E le braccia cascano non quando vengono violati i Sacri Canoni Della Letteratura ma – almeno, nel mio caso – quando si interrompe il sogno narrativo. Una bella storia scritta anche bene? Wow, è il massimo. Ma per me, anche come lettrice, prima di tutto la storia.

Punto quinto. Sapere come funziona una storia, o almeno averne una pallida idea è fondamentale. Purtroppo anche studiando e facendo pratica il successo non è garantito. Una struttura di base non è che un punto di partenza, e conoscerla serve per scrivere qualcosa che abbia un capo e una coda (scaricatevi questo bigino se ancora non lo avete fatto). A fare le analisi dopo che la storia ha fatto il botto son buoni tutti. Progettare il botto prima è impossibile, alla faccia di tutti i manuali di storytelling del mondo.

Lasciatemi usare ancora l’esempio di Sword Art Online. Ho trovato in rete più di un’analisi di SAO, alcune fatte veramente bene, da gente che sa cos’è una storia, cos’è l’intrattenimento di massa, cos’è un archetipo eccetera eccetera. Eppure sempre, in tutti i casi, sia che l’analisi esaltasse SAO sia che lo demolisse, mi sono ritrovata prima o poi a pensare “ma che cavolo sta dicendo questo?”. Perché alla fine quello che piace a te magari a me fa schifo. Quello che emoziona me a te sembra dozzinale, e quello che emoziona te a me sembra insignificante e non mi ero nemmeno accorta che esistesse; un tema che a me sembra fondamentale è stato ignorato da te, e uno di cui io non mi ero accorta per te è la chiave di lettura.

Una cosa mi ha stupita. In nessuna delle analisi del successo di SAO lette finora ho trovato questa risposta semplicissima a una domanda semplicissima:

“Perché ti piace tanto Sword Art Online?”

“Perché è come la vita vera. Sono imprigionati in un gioco tremendo da cui si esce solo quando si muore e dove l’unica consolazione è l’amore”.

Kirito e Asuna, End of Game
La fine del mondo – End of Game (episodio 14)

Ho un paio di domande per voi.

La prima: preferireste essere letti da milioni di persone ma essere demoliti da critici professionisti, o scrivere un’opera di alta qualità letteraria ed essere letti da una trentina di persone? Non è una domanda retorica e non sto prendendo in giro nessuno, sono proprio curiosa e basta. Siate sinceri, però.

La seconda: mi dite una storia nazional-popolare che vi ha trasformati in fan? Se esiste, ovviamente.

 

Bollettino dello scrittore e del lettore: nulla di nuovo da segnalare.

Bollettino della blogger:

  1. Venerdì preparatevi a salutare Maria Teresa Steri che ci viene a trovare. Parlerà del suo romanzo Come un dio immortale e di costruzione della trama. Direi che cade proprio a fagiolo!
  2. Ho avuto da una scrittrice/blogger americana che stimo molto il permesso di tradurre una sua serie. Si tratta ancora di progettazione, la proposta di un metodo un po’ diverso dal Fiocco di Neve… ma non così tanto. Potrebbe piacervi, quindi stay tuned!

Archiviato in:Blog Contrassegnato con: Costruzione di una storia, Storytelling, Successo, Successo commerciale, Sword Art Online

che cosa conta in una storia

19 Maggio 2018 by Serena 4 commenti

Siamo nel 2022, cioè proprio dietro l’angolo. I videogames ormai non hanno neanche più bisogno di una consolle: ci si mette in testa un elmetto e si entra in infiniti mondi senza alzare un dito. Viene finalmente pubblicato un attesissimo MMORPG, che sta per Massive Multiplayer Online Role Playing Game, cioè “gioco di ruolo in rete multigiocatore di massa” (mi  ci sto facendo una cultura; uno famoso, in giro da parecchi anni,  è World of Warcraft). Comunque: dopo aver passato la notte in coda davanti ai negozi, 10.000 fortunati giocatori online riescono a mettere le mani sulle prime copie del gioco, impazienti di entrare con il proprio intero corpo nella nuova realtà virtuale. Si ficcano in testa il caschetto, si loggano e si preparano ad iniziare la conquista di Aincrad, un gigantesco castello fluttuante di pietra e acciaio, suddiviso in cento piani, ognuno governato da un mostro che va battuto a colpi di spada per accedere al piano successivo.

Peccato che ad un certo punto scompaia dal menù dei giocatori il tasto di logout. Peccato che il tutorial del gioco, lanciato dal cielo nella piazza centrale della Città d’Inizio, spieghi che ci sono state un paio di variazioni alle regole, cosucce da nulla. La prima: l’unico modo di fare logout è battere il gioco sconfiggendo tutti i boss fino al centesimo piano. La seconda: se muori nel gioco, muori anche nella vita reale. Ah, e non puoi neanche toglierti il maledetto caschetto: se qualcuno cerca di farlo, quello ti frigge il cervello.

Che cosa succede quando diecimila persone restano imprigionate in una VR?

Quella che vi ho raccontato sopra è la premessa di Sword Art Online, una storia che ho scoperto guardando i cartoni animati assieme a mio figlio. Giuro. Questa cavolata da ragazzini, scritta per scherzo da un signore giapponese che probabilmente passava troppo tempo al PC, ha venduto circa venti milioni di libri in giro per il mondo (dati aggiornati ad aprile 2017).

La cosa più preoccupante, dal mio punto di vista, sono io: che non riesco a mollarli. Nell’ultimo paio di mesi ne ho letti 6.

E pensare che l’idea di base è stata gestita malissimo. Se il signor Kawahara avesse avuto un editor con gli attributi, questi gli avrebbe detto “No, scusa, Reki, non puoi ficcare un’idea così in un libercolo da 50.000 parole. Qua ci possiamo fare i soldi!” Invece l’editor non c’era, e poi magari gli avrebbe detto che una storia del genere non poteva interessare a nessuno, l’equivalente giappo-tecnologico del famoso “a chi vuoi che interessi la storia di un maghetto con gli occhiali”. L’editor non c’era perché Kawahara in prima battuta ha pubblicato la storia sul suo sito, per il piacere suo e dei suoi fan e colleghi online gamer.

E dopo il successo è arrivato lo stesso, direi. Con la storia gestita male. L’autore ha perfino avuto modo di rimediare alla cavolata iniziale perché sta riscrivendo la vicenda in una nuova serie, narrando la conquista di ogni singolo piano di Aincrad. A volte gli viene bene, a volte meno, ma c’è materiale a sufficienza: la storia d’amore che cresce, la psicologia dei giocatori che si vivono la prigionia virtuale ognuno a suo modo, la nascita delle gilde e i rapporti di potere tra esse, i PK (Player Killer) e le loro motivazioni, le battaglie epiche con i mostri…

Duello tra Kirito e Heathcliff

Cosa voglio dire con questo? Non so, ditemi voi, soprattutto se pensate che io debba farmi curare. La trovo una parabola interessante, molto istruttiva per chi se la mena tantissimo per raggiungere il successo editoriale. Se i lettori sono (svitati) come me – e non credo di essere così unica – sospetto che i seri-aspiranti-seri-scrittori, quelli seri insomma, stiano sprecando tempo ed energie. Nel Kindle avevo milleduecento e dispari libri, ma mi sono comprata senza battere ciglio sei volumi nuovi, per poterli leggere solo dieci minuti alla sera prima di dormire. Ho cominciato ad andare a letto più presto. E sono anche incazzata nera perché, per il prossimo libro, devo aspettare la fine del 2018 e no, non ho intenzione di imparare il giapponese per anticipare.

Le vie delle storie sono infinite.

 

Bollettino del lettore, copiato da Grazia: ho appena finito Sword Art Online Progressive vol. 4 e sto aspettando il 5. Ho letto finalmente la prima pagina di Cercando Goran e ne sono rimasta incantata: quel “nel sogno, nevicava” mi è sembrato musica. Bollettino dello scrittore: ho incominciato a progettare il terzo volume della serie dei miei lupacchiotti. Con mooooolta calma. Stavolta ho intenzione di divertirmi mentre ci lavoro e di evitare le scadenze come la peste. Tanto, se questa storia ha le ali, volerà da sola in qualche modo, e se no ciccia.

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Studio per Notte

21 Dicembre 2017 by Serena 16 commenti

Disegni per la copertina di Notte

Che cos’è? Scrivetemelo nei commenti.

Buonanotte, con amore

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Che cosa significa “passione”?

31 Ottobre 2017 by Serena 18 commenti

Il consiglio di seguire la tua passione

Il pezzo che segue è una libera traduzione di questo articolo di Jane Friedman.

Ecco una parola che ho eliminato più che potevo dal lessico che utilizzo per dare consigli e informazioni agli scrittori. Esistono infiniti libri e corsi che consigliano alla gente come trasformare la propria passione in un lavoro a tempo pieno e incontro molti scrittori che dicono di tornare alla loro “passione per la scrittura” (finalmente) dopo lunghe carriere in affari, finanza, immobiliari, legge e altre professioni comunemente scelte per la stabilità finanziaria. Eppure, allo stesso tempo, questi scrittori mi chiedono se valga la pena di continuare a perseguire questa passione. Cercano una sorta di validazione esterna che non stanno perdendo il loro tempo.

Se chiamiamo questa cosa passione, il termine è corretto?

Ho anche incontrato molti che non sembravano in grado di fare altro che scrivere, a scapito della loro salute, delle loro famiglie e/o della stabilità finanziaria a lungo termine. Prendono cattive decisioni in cambio di poco o niente, per “diventare uno scrittore” o essere riconosciuti come tali. Questi non riesco a scoraggiarli. Se chiamiamo questa cosa passione, il termine è corretto?

Ci sono anche persone che si presentano alla loro scrivania ogni giorno e trattano la scrittura come una professione, che sono disposti a piegarsi alle esigenze del mercato, a essere imprenditoriali e accertarsi di guadagnare x dollari all’ora. Se chiamiamo questa cosa passione, il termine è corretto?

Nello studio della filosofia Zen, agli studenti vengono assegnati dei koan– un puzzle o un problema da risolvere – che ha lo scopo di portare consapevolezza o letteralmente svegliarvi alla vera natura della vita. Probabilmente hai già sentito un koan anche se non riconosci la parola. Un koan famoso: “Qual è il suono di una mano che applaude?” Un koan mio, che è rimasto nella mia mente nell’ultimo decennio: “Che cos’è la passione?” E anche: “Qual è la mia passione?” Sono giunta alla conclusione che non ho una passione. Avendo probabilmente ascoltato troppo Alan Watts, non sono stata sorpresa della risposta, forse perché Watt ti incoraggia a rimuovere ogni strato del tuo essere per trovare te stesso, per aiutarti a capire che non c’è nessun “altro” – la convinzione buddhista che non c’è un “sé” da trovare.

Ecco in parte perché evito la parola “passione”. È un ottimo modo per alimentare l’ansia: cosa succede se non sto perseguendo la mia passione? Non dovrei perseguirla? Ma questa è davvero la mia passione? Che cosa succede se fallisco nella mia passione? E nell’attuale momento culturale, la parola è diventata sempre più pregna di significato: ha la sfumatura di un giudizio di valore, che ci sia qualcosa di sbagliato se non hai scoperto la tua passione e non hai trovato il modo di farne un lavoro. La ricerca capitalista della passione è la nuova forma orribile dell’illuminazione che ci viene chiesto di perseguire.

Non è necessario essere buddhisti per apprezzare quella saggezza e mettere da parte questa particolare ansia. Se non hai una passione, potresti essere più vicino di chiunque altro alla verità di chi e cosa sei.

Tuttavia, mi sono sempre sentita piuttosto noiosa mentre affrontavo le domande quintessenziali di un intervistatore che cercava la storia d’origine, ad esempio: quando hai scoperto di essere uno scrittore? Hai sempre voluto lavorare nell’editoria? La verità è questa: non ne ho idea. Ci sono stati fatti ricorrenti. Le circostanze e le coincidenze fortunate determinano gran parte dei primi anni di vita. Ho riconosciuto i miei punti di forza e su quelli ho costruito. Quando ho fallito, il fallimento non è stato così importante quanto i passi successivi che ho fatto.

Lasciate perdere la passione e puntate invece sulla consapevolezza.

Chiedetevi:

  • Che cosa stai evitando? (C’è una ragione, e non sentirti colpevole per questo)
  • Quale attività o interazioni aspetti con gioia e anticipi quando puoi? Di quali vorresti di più?
  • Quali attività o interazioni tratti come prioritari su base giornaliera?
  • In quali attività potresti perderti? (perché il tempo si ferma e sei nel “flusso”) Queste domande mi hanno spianato la strada verso una vita più felice e più soddisfacente.

(per qualche altro pensiero sul rapporto tra creatività e vita lavorativa, potete leggere questo articolo: Come fare quello che ami e fare anche soldi.)

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