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Serena Bianca De Matteis

For the Love of all Creatures

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Unire i puntini

22 Settembre 2015 by Serena 8 commenti

Unire i puntini
Ho iniziato la settimana con gli occhiali da sole anche se era un po’ nuvolo.
Al primo cliente-interlocutore della giornata ho raccontato di avere un’allergia mai scoperta prima. Che avevo appena starnutito, ed era per quello che avevo gli occhi a palla.
In realtà in macchina frignavo perché sono una madre orripilante, e nello scorso weekend credo di aver dato il meglio dell’orripilitudine.
Perdo la pazienza, urlo, sbraito e poi vado ad abbracciare mio figlio chiedendo scusa di essere impaziente, urlante e sbraitona. Cerco di spiegargli che la vita è dura, che i grandi non giocano a sufficienza e quindi molto spesso sono nervosi e sbraitoni con i piccoli, ma che i piccoli non c’entrano niente. Chiedergli scusa non mi fa stare meglio. Vorrei essere una madre migliore e non dover chiedere scusa. Vorrei essere una madre punto, non una pentola a pressione con la valvola difettosa.
Comunque.
Tra i fumi nebulosi della Tragedia (“Meglio se muoio, così il mondo sarà un posto migliore”), in mattinata qualche lucina si è accesa. La razionalità, assunte le sembianze di mia sorella, mi telefona e mi dice “Rassegnati, sei una madre che lavora. Sapessi quante ne sento, che esplodono. Sapessi cosa combino io.” Son tutte balle perché lei è la dolcezza fatta sorella, ma quelle parole mi hanno fatto bene lo stesso.
Comunque.

Alla fine parlavamo delle cose belle che uno fa, alle quali si dovrebbe pensare quando ci si sente una cacchetta fumante. Anche l’orologio rotto segna l’ora esatta due volte al giorno, giusto? E chiacchiera che ti chiacchiera, chilometro dopo chilometro – sì, ero in Tangenziale – alla fine mi è tornata in mente la faccenda dei puntini.

Me l’ha ricordata Marco* la scorsa settimana. Mi lagnavo perché la presentazione del Laboratorio è andata molto bene, e quindi ho sbagliato tutto nella vita, me tapina e bla bla. Sono forte, eh? Comunque Marco* diceva: se è successo adesso e non prima, va bene così. E mi parlava di Steve Jobs e dell’unire i puntini. Ve lo ricordate? C’è un punto nel famoso discorso ai neolaureati di Stanford dove lui, in breve, dice che per capire le cose bisogna guardare indietro.
 Again, you can’t connect the dots looking forward; you can only connect them looking backward. So you have to trust that the dots will somehow connect in your future. You have to trust in something — your gut, destiny, life, karma, whatever. This approach has never let me down, and it has made all the difference in my life.
(E ancora: non potete unire i puntini guardando avanti. Potete unirli solo guardando indietro. Così, dovete avere fiducia che i puntini in qualche modo, in futuro, si uniranno. Dovete credere in qualcosa – le vostre budella, il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa. Questo approccio non mi ha mai deluso, e nella mia vita ha sempre fatto tutta la differenza.)
Il 27 dicembre di tre anni fa, due persone molto importanti della mia vita hanno compiuto cinquant’anni insieme.
Cinquant'anni fa
Non c’è stata nessuna festa particolare; da quando ne ho memoria hanno sempre celebrato loro due da soli, senza spatussi di alcun genere. Mio papà a Natale regala alla mamma un torrone travestito da collier, in un pacchetto scintillante, e poi il 27 dicembre arriva il regalo vero. Qualche anno il collier è arrivato sul serio, ma non sempre. Ci son stati anche tanti anni di vacche magre. Niente cene, pochi fiori e cioccolatini, solo loro due a tavola insieme, come tutte le sere.
Così non hanno festeggiato nemmeno tre anni fa, nonostante quel numero così tondo e bello.
Cinquantesimo mamma e papàSono tutti e due un po’ vecchietti e un po’ ritrosi, non sono nemmeno andati in comune a prendere la pergamena dal sindaco.
Non potevo lasciare che finisse così.
Abbiamo tutti quanti vite caotiche, siamo sparpagliati per l’Italia; ci voleva solo la mia testa dura per riuscire a organizzare la festa. L’abbiamo fatta a luglio dell’anno dopo, quando loro ormai non se l’aspettavano più, ed è per questo forse che è riuscita così bene.
C’era un video, naturalmente. Con le foto della loro storia, da quel primo 27 dicembre del 1962 fino a quello di cinquant’anni dopo. Cinquant’anni di fotografie, tantissime in bianco e nero, anche tante foto di volti amati di gente che non c’è più. Mi sono infilata in casa di mamma e papà di nascosto per procurarmele, frugando in vecchie scatole e nei cassetti del comò. Roba che Arsenio Lupin, a me, mi fa un baffo.
La torta di mamma e papà
Volete farvi dieci anni di psicanalisi in tre giorni? Mettete insieme, da una montagna di vecchie foto, la storia dei vostri genitori. Unite tutte quelle immagini in un video con sotto delle musiche che sono la colonna sonora della vostra vita… Provate,  provate. Poi fatemi sapere.
I miei vecchi quel video lo guardano tutti i giorni. Essendo un po’ stagionati, cominciano a comportarsi, dicevo, da vecchietti, tipo ripetere mille volte le stesse cose. Ogni giorno mentre guardano il video e le fotografie ripetono: siamo stati fortunati. Oh, sì, siamo stati fortunati (e se passano di qui e scoprono che li chiamo vecchietti, mi spelano viva).
Lo sapevano anche prima che avevano… quello che hanno, insomma.
Però avevano bisogno che qualcuno glielo mostrasse. Che venisse celebrato. Che qualcuno unisse i puntini, tracciasse il disegno e mostrasse loro cosa ne era venuto fuori. Ci voleva che qualcuno gli raccontasse la storia. Perché nelle vite di tutti ci sono i giorni in cui ti guardi come in uno specchio in frantumi, e ti senti tipo un quadro di Picasso, con tutti i pezzi sbagliati e fuori posto. Solo che non è Guernica, è solo un bagno di sangue e frammenti scomposti ed esposti. Se guardi da troppo vicino, giorno dopo giorno, non ti ricordi più the big picture, il quadro d’insieme.
Organizzare quella festa, girare quel video, credo sia stata una cosa buona. In ogni caso, sì, ne vado piuttosto fiera. Quando ci penso mi dà un senso di caldo all’altezza del cuore, e non sono mica poi tante, alla fine, le cose che mi fanno sentire così. Insomma, quando mia sorella – tentando di rianimare la mia autostima boccheggiante – mi ha ordinato di pensare alle cose buone che ho fatto (“‘rena, cavolo, ce ne sarà almeno una, no?”) mi è venuta in mente questa. Tutte quelle foto messe insieme, con delle parole, legate da un filo di musica per raccontare una storia.

Papà e mamma che ascoltano la storia

Quando raccontiamo una storia, uniamo i puntini. Tracciamo un disegno: partiamo da un inizio e avanziamo lungo un percorso, poi chiudiamo il viaggio con un senso e un significato. Se abbiamo lavorato bene, il disegno è ben visibile, non è più uno scarabocchio ma una mappa. E siccome tutte le storie sono vere, e tutte le storie sono già state raccontate, ogni storia che raccontiamo rappresenta il viaggio di un essere umano, e la mappa del suo tesoro.
Chi legge una buona storia quasi sempre (ci) ritrova se stesso, a volte un se stesso ancora più vero dell’essere che si muove, cammina e respira in carne e ossa in giro per il mondo. Quando scriviamo una storia, una buona storia, regaliamo a qualcuno – che a volte non conosciamo e non conosceremo mai – la luce di una scoperta. Il dono di un significato. E, nel conto dei significati, valgono anche le vite solo sognate.
(Quanto a me, stasera chiederò scusa di nuovo**, e via così. Tiro avanti, sperando di unire prima o poi anche i miei, di puntini. Prima o poi. Per ora sono solo linee di scarruffata quotidianità.)
Note a pie’ di pagina
* Marco non ha un sito, quindi non posso darvi un link. Tie’, così impari a non darmi retta.
** Sono stata perdonata (“Mamma, quante menate che ti fai. A me piaci così”).

Archiviato in:Blog Contrassegnato con: Autostima, Cinquanta, Figli, frammenti di me, Mamma e papà, Mamme, Puntini, Storie belle, Tangenziale, Viaggio

Gli autori e il marketing editoriale

16 Settembre 2015 by Serena 53 commenti

Un autore Indie che cerca di vendere i suoi libri
Un autore Indie che cerca di vendere i suoi libri?
Nei giorni scorsi un blogger che apprezzo e seguo regolarmente ha (finalmente!) pubblicato un libro sulla sua materia, il blogging. Il ragazzo è tutto tranne che uno spammer e sono sicura che il libro, conoscendo l’autore, sarà concreto e utile. Eppure, sapete cosa? Questo autore ha esordito, nel suo annuncio, con
le sue scuse.
Più o meno si scusava di pubblicare un post “promozionale” e, diceva ai  lettori, per questa volta potete sopportarlo. Un post in cui semplicemente annunciava di aver pubblicato un libro sulla materia che è il suo forte.
Non è mica l’unico, eh. Ne sento praticamente tutti i giorni, di cose del genere. Non mi va di parlare di me, del mio libro eccetera. Daniele, scusami ma l’esempio era troppo sugoso e recente per non utilizzarlo 😛 .

Pare che promuoversi sia il nuovo peccato capitale.

La cosa non mi stupisce più di tanto. Veniamo martellati fin da piccini con concetti come l’umiltà, ci insegnano a stare zitti e metterci in coda, gli ultimi saranno i primi eccetera eccetera. Ho due notizie per te, caro autore Indie e/o pubblicato tradizionalmente: vuoi prima la buona o prima la cattiva?
Cominciamo con la buona notizia: ego te absolvo, autore. Alzati e va’, e non ti dirò non peccare più: promuovere i tuoi libri non è un peccato. Anzi, sappi che fai bene, fai cosa buona e giusta e in più – e questa è la notizia cattiva – se non ti promuovi non ti troverà né leggerà nessuno.
Ma io ho la mia casa editrice che mi promuove!
Ahahahahahahahah! …Oddio, soffoco. Qualcuno ha un Kleenex? Ok, scusa, mi sono ripresa. Dicevamo?
Ah, sì. Che il problema, ai nostri giorni, non è – come continuo a leggere in giro – che
c’è in giro tanta merda dei self publishers, quindi il mio capolavoro scompare in mezzo a quelli e non lo trova nessuno.
Il problema, lo dice Mark Coker in questa intervista (ma lo sapevamo già) è ben diverso. E’ proprio il contrario. Il problema è che il mercato editoriale è invaso da testi di qualità sempre migliore a prezzi sempre più bassi. Aumentano anche da noi i testi che hanno già i requisiti minimi – chiamali minimi! – per giocare, l’editing professionale e la copertina almeno decente, e vanno sempre meglio in termini di performance commerciale. Perfino tra i romance, tra i quali ho visto i peggio orrori del self, il livello qualitativo si alza.
Quindi: la competizione esiste, è feroce e promuoversi in qualche modo è necessario. Perché se non lo fai tu, non lo fa nessuno.
Ma io ho la mia casa editrice che mi promuove!
Ancora? Sì, sì, va bene. Dopo ne parliamo. Anzi, ne parliamo in modo approfondito in uno dei prossimi articoli. Ti anticipo solo che domenica scorsa ho passato una mezz’oretta a chiacchierare con la mia libraia di riferimento. Ti racconterò.
Che si diceva?
Che dovresti promuoverti in qualche modo, se vuoi che qualcuno oltre alla mamma e a pochi intimi ti legga.
E potrebbero essere problemi, per te, soprattutto se rientri nella classica descrizione dello scrittore introverso. Quasi tutti coloro che passano lunghe ore a scrivere sono persone orientate più all’interno di sé che verso gli altri, e non ha caso hanno scelto, per esprimersi, il medium della scrittura. Andare a dire a una persona del genere che deve fare promozione è come tirargli/le un calcio sugli stinchi; nella migliore delle ipotesi si contorcerà nella sofferenza di abbozzare una scusa plausibile per tirarsi indietro. Nella peggiore ti guarderà sdegnato/a, perché tu sei una squallida sanguisuga attaccata al soldo e lui/lei invece no, è dedito all’Arte e basta.
La parola “marketing” se ne va in giro a braccetto con la parola “vendita”. Nei paesi anglosassoni quelle due parole assieme, nella testa degli scrittori, si associano automaticamente alla figura del venditore di auto usate. Qui da noi, forse, più all’agente immobiliare e all’assicuratore. Poveri, che c’entrano loro?

Eppure è necessario cambiare atteggiamento.

Se non lo si fa, nessuno ci leggerà, è molto semplice. Oppure ci leggeranno molte meno persone rispetto quelle a cui il nostro libro potrebbe piacere.

E può non interessarci nulla guadagnare dalla nostra scrittura, certo, ma essere letti credo interessi a tutti. Cerchiamo quindi di sostituire alle immagini viscide di cui sopra qualche visione positiva che ci aiuti ad affrontare questa bestia nera della promozione: esiste qualcosa che potremmo definire una promozione etica che dovrebbe essere accettabile anche al venditore/autore più negato che esista sulla faccia della terra.

La promozione etica, in sintesi, è questo: se hai una buona idea, scrivi un buon libro, inventi una cosa utile agli altri esseri umani, è tuo preciso dovere diffonderla, per il bene di tutti.

Una bella storia è una carezza per l’anima, nello stesso modo in cui lo sono una parola gentile, un buon consiglio, un complimento fatto al momento giusto. Una bella storia è una magia potentissima perché va a modificare le emozioni delle persone, e può cambiare il mondo. Se credete sinceramente di avere scritto una buona storia, dovreste farlo sapere a chi potrebbe essere interessato. Di queste persone, ne dovreste raggiungere il più possibile. O potreste perdere un’occasione di fare del bene. E anche aiutare qualcuno a dimenticare per un attimo i propri guai, o trasportarlo/la in un mondo dove il bene trionfa (per fare un esempio) è fare del bene.
Chi spamma il suo romanzo su Twitter 15 volte al giorno non agisce nell’ottica di servire altri esseri umani, perché se no sarebbe rispettoso. Una promozione rispettosa consiste nel far sapere del vostro lavoro a coloro cui potrebbe fare del bene; una promozione non rispettosa ha la sola ed unica finalità di riempire il portafoglio dell’autore, e la puzza si sente a chilometri e chilometri. Anche quando la finalità è nascosta bene; se siamo lettori attenti, ce ne accorgiamo.
Quindi l’esortazione è: smettete di chiedere scusa per una promozione fatta in modo etico. Se non ne fate, cominciate. Riflettete sulle vostre motivazioni.
Sto per cominciare una serie sul marketing o, più semplicemente, vorrei condividere con voi alcune cose interessanti che ho scoperto quest’estate. Stay tuned 🙂
Hugh Howey, tanto per cambiare
Un autore Indie tenta(va) di vendere i suoi libri. Poi li ha venduti.

Parliamo di come fate – o come NON fate – marketing, vi va?

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Il Manifesto del Self-Publishing

14 Settembre 2015 by Serena 26 commenti

Dovevo pubblicare mercoledì (e infatti pubblicherò mercoledì, comincerò una serie sul marketing). Ma poi non ho resistito a questa piccola “edizione straordinaria”. Perché finalmente la signora Orna Ross, presidente dell’ ALLi, ha pubblicato quattro interessanti parole che ogni autore autopubblicato dovrebbe almeno leggersi. Per rifletterci su. Mettersi al lavoro. E tirare su la testa

Trovate qui di seguito la traduzione in italiano. Buon lunedì 🙂

Self-Publishing

Un manifesto per gli autori in self-publishing

Io  sottoscritto dichiaro:
Che mai rinuncerò alle migliori opportunità di pubblicazione per gli autori e non permetterò l’industria editoriale di rinnegare le proprie responsabilità verso scrittori e lettori.
Pubblico i migliori libri di cui sono capace. Prima di farlo, ho imparato a soddisfare gli standard della pubblicazione industriale nella progettazione, formattazione, produzione, marketing e promozione del mio libro, e in seguito ho pensato a come spingermi in modo creativo oltre questi limiti. Nel fare del mio meglio, mi do anche il permesso di commettere errori, fallire, riprovare e «fallire meglio».
Pubblico in tutti i formati e sul maggior numero di piattaforme in cui mi sia possibile, a mio vantaggio e a vantaggio della salute economica del settore nel suo complesso.
Riconosco che il successo dell’autore e della pubblicazione dipende dal digitale, e che la tecnologia POD (Print On Demand, n.d.r.) e la distribuzione nelle librerie fisiche non consente ancora ai self-publisher vendite profittevoli nel cartaceo (tranne forse nelle edizioni Premium, vendute direttamente on-line). Rivolgo, pertanto, la mia attenzione in primo luogo agli ebooks e subito dopo agli audiolibri, fino al momento in cui la tecnologia della stampa e le possibilità di distribuzione serviranno al meglio gli autori autopubblicati. Ritengo che la stampa potrebbe, per il momento, essere più utilmente trattata come un diritto secondario (da cedere a un editore tradizionale, modello Howey, n.d.r. )
Non chiedo a nessuno il permesso di pubblicare, né una pacca sulla spalla, né un contratto che offende le mie competenze e il pubblico dei lettori. Invece, pongo domande sul modo in cui i servizi editoriali a pagamento e gli editori commerciali potrebbero meglio sostenere gli autori e servire i lettori.
Riconosco che sono più agile e più vicino al lettore di ogni altro operatore del settore. Comprendo che ciò mi dà più potere di qualsiasi altra parte in causa individuale nel mercato editoriale (anche se solo nel caso in cui io questo potere me lo prenda). Posso permettermi di essere tollerante verso coloro che si sentono minacciati dal self-publishing. Posso permettermi, più di chiunque altro, di ripensare il “libro”, e che cosa significhi “pubblicare” e “essere un editore”.

Sono orgoglioso del mio status di autore auto-pubblicato.

Porto questo orgoglio in tutti i miei rapporti con gli altri professionisti dell’editoria, per il mio vantaggio e quella di altri autori e lettori.

I grassetti sono miei. E ora, a voi la parola.

Archiviato in:Blog, Per chi scrive, Self Publishing Contrassegnato con: Autore2.0, Hugh Howey, Joanna Penn, Motivazione, Orna Ross, Porter Anderson, Self Publishing. Pubblicare un libro

Un Laboratorio per lettori & scrittori: C’era una volta una storia 2015

9 Settembre 2015 by Serena 9 commenti

Laboratorio di Scrittura Creativa, in Biblioteca
Il gruppo 2014-2015

Tra le attività che contribuiscono a (farmi venire l’esaurimento) tenermi allegramente impegnata diciotto ore al giorno, c’è quella che svolgo come volontaria dell’Associazione Amici della Biblioteca “Carlo Emilio Gadda” di Melegnano. Tengo un laboratorio di scrittura creativa – anche se mi piace di più tecniche della narrazione – che si rivolge a scrittori e lettori appassionati, e ha come focus l’amore per le belle storie. L’anno scorso è andato piuttosto bene, tant’è vero la Biblioteca ha deciso di riproporlo.

Il 17 settembre alle 20.30, presso la Biblioteca di Melegnano, ci sarà la serata di presentazione in cui illustrerò in modo approfondito i temi e il funzionamento del Laboratorio.Verrà riproposta la formula dell’anno scorso, con qualche ora di attività in più e una sorpresa speciale per chi ha un progetto di narrativa già avviato.

A chi può interessare “C’era una volta una storia”?

A scrittori e lettori appassionati (tipo me, insomma).
Che cosa li accomuna? Semplice: l’amore per le belle storie. Che poi, lo sappiamo bene, non è un riempitivo per ore vuote, ma afferisce ad un bisogno profondo degli esseri umani. La narrazione è nata con l’uomo: i nostri bis-bis-bis-bisnonni nella loro caverna, stravolti dopo aver trascorso la giornata a inseguire mammut, non si accontentavano di andare a dormire con la pancia (non sempre) piena, ma sedevano attorno al fuoco per ascoltare e raccontare storie. Era il loro modo – l’unico che conoscevano – per dare un senso al buio spaventoso che li terrorizzava, oltre alle pareti anguste del loro rifugio.

Un uomo primitivo racconta la sua giornata

La scorsa settimana Grazia ha pubblicato sul suo blog questa frase di Diane Setterfield:

Non ce l’ho con gli amanti della realtà, quanto con la realtà stessa. Quale aiuto, quale consolazione viene dalla realtà, paragonata a una storia? Cosa te ne fai della realtà a mezzanotte, nel buio, quando nel camino il vento ruggisce come un orso? Quello che ti serve è il caldo conforto di una storia.

Quando facciamo  narrazione, quindi, siamo in contatto con una parte molto primordiale del nostro essere umani. Ma tornando a C’era una volta una storia 2015: qui trovate un breve articolo di presentazione e qui potete scaricare il volantino in formato pdf. Sul “retro” ci sono anche le date degli incontri, che si tengono al giovedì sera, ogni quindici giorni. Diffondete la notizia ma, soprattutto, se abitate a Milano e dintorni fate un salto, che salvo imprevisti magari dopo si beve qualcosa insieme.

Per ulteriori informazioni, varie ed eventuali potete:

lasciare un commento qui sotto, scrivere a ceraunavoltaunastoria@gmail.com, scrivere a me, visitare il blog del laboratorio o…

Ma insomma, venite alla presentazione, no? 😀

Volantino Laboratorio di Scrittura Creativa

Archiviato in:Blog Contrassegnato con: 2015, Biblioteca di Melegnano, C'era una volta una storia, Cose che faccio, Passioni, Scrittura Creativa

Elogio del nostro lavoro (sì, il “day job”)

2 Settembre 2015 by Serena 21 commenti

È pratica comune tra gli scrittori non professionisti (ma gli “scrittori professionisti” esistono ancora?) lamentarsi del proprio lavoro “vero”. Quel lavoro

frustrante, che non soddisfa le mie aspirazioni, che mi mortifica, che mi toglie il tempo per scrivere.

Chi non c’è cascato almeno una volta, inclusa la sottoscritta? Siamo in tanti a sognare di vivere di scrittura, ma è il caso di tornare con i piedi per terra. Le superstar sono una percentuale ridicola, rispetto a tutti coloro che scrivono, e mettere insieme anche solo un modesto stipendio da impiegato esclusivamente vendendo la propria produzione letteraria è un’impresa tra il titanico e l’impossibile.

(Non dico che non si possa vivere con la scrittura, ma non può essere esclusivamente quella. Ne parleremo meglio in un altro post.)

Ma ammesso  e non concesso che fosse possibile, in un mercato ristretto e saturo come quello italiano, vivere di sola scrittura, sei proprio sicuro che vorresti scrivere tutto il giorno? Perché un conto è scrivere per il piacere di farlo; tutt’altra cosa è esserci costretti per portare a casa la pagnotta. Vorresti essere, che ne so, Camilleri o Eco o uno dei pochi scrittori italiani che han già venduto il loro ultimo libro ancora prima di pubblicarlo? Beh, anch’io vorrei essere Claudia Schiffer. Come diceva un mio amico toscano, “Sognare l’è bello e ‘un hosta nulla”.

Sono appena rientrata dopo le ferie, e le mie vacanze sono state molto belle, lo ammetto. Prima che la beatitudine svanisca e il delirio ricominci per davvero, permettetemi di fare ammenda di certi mugugni passati e di pubblicare, come è giusto che sia, un

Elogio del “day job”, e cioè il lavoro che ti paga i conti

(se sei J.K. Rowling o Stephen King o John Grisham o Hugh Howey o Amanda Hocking, non serve che continui a leggere)

  • Il mio lavoro mi permette di scrivere.

Sembra un controsenso, vero? Sto fuori di casa almeno dieci ore al giorno (ho una pausa pranzo lunga). Sono dieci ore che, sommate a quelle per dormire, mangiare, occuparsi della famiglia, dell’igiene personale e delle incombenze domestiche, di spazio per la scrittura ne lasciano ben poco. Eppure, queste dieci ore di lavoro che c’entrano poco con le mie passioni mi regalano una certa tranquillità economica, e quindi una predisposizione mentale favorevole alla creatività. Mi dicono dalla regia che con la pancia vuota non si ha molta voglia né di scrivere storie, né di leggerle né di usare il cervello: prima si deve mangiare. Lo so, con ‘sti chiari di luna nessuno può dirsi veramente tranquillo. Ma per adesso è così, e speriamo che duri.

Un altro modo in cui il mio lavoro mi permette di scrivere è che mi regala la pausa pranzo. Sono certa che se fossi a casa mi metterei a stirare, riordinare le bollette o togliere il ciarpame dalla cantina o *inserire lavoro palloso che continuate a rimandare, cosa che vi fa sentire in colpa da morire*.

  • Il mio lavoro mi aiuta a mantenere la salute fisica.

Questa ve la devo spiegare. Lo sapete che sono in macchina varie ore al giorno, e che quando non sono in macchina sono al PC. Eppure c’è di peggio. Recentemente ho letto un articolo sul sito di Joanna Penn che descriveva una serie di problematiche cui vanno incontro le persone che scrivono molto. Alcuni autori sono stati costretti a ridurre le ore di scrittura a un paio al giorno a causa di tendiniti, sindrome del tunnel carpale, problemi cervicali, disturbi causati dalla postura… Considerato quanto io sia incapace di autoregolarmi quando scrivo, sarei ridotta ad uno straccio!

  • Il mio lavoro mi aiuta a mantenere l’equilibrio.

Più di uno studio – vedi per esempio questo qui – dimostra che gli scrittori sono una categoria ad altissimo rischio di depressione e altri disturbi dell’umore. Vi risparmio la lista degli scrittori morti suicidi, l’intento era quello di consolare! Pare che l’area del cervello che viene sollecitata quando si scrive in modo creativo sia la stessa che si attiva quando si elaborano pensieri complessi. La vita già di per sé fornisce abbondanti motivi per deprimersi, anche senza scrivere,e se in più si passano troppe ore al giorno soli con i propri personaggi… Ahia. Siamo dei geni, sì 😛 ma ad alto rischio di scoppiare.

Come si cura la depressione? Prima di tutto con un serio aiuto professionale. E poi uscendo, facendo movimento, esponendosi alla luce, praticando attività manuali e interagendo socialmente. In altre parole, lavorando!

(N.B.: mai sofferto di depressione, che io ricordi. Ma non sono nemmeno mai stata tutto il giorno chiusa in casa a scrivere per lunghi periodi).

  • Il mio lavoro accresce le mie competenze.

Sono nel settore marketing/commerciale da diversi anni. Grazie a questo ruolo ho frequentato corsi, sviluppato abilità, appreso tecniche e mi sono tenuta, volente o nolente, al passo con la tecnologia. Se non facessi il lavoro che faccio, sarei molto più indifesa nell’affrontare la pubblicazione Indie, e me ne rendo conto in modo particolare quando mi confronto con altri autori che hanno meno anni di attività alle spalle, oppure non hanno idea della… jungla che c’è là fuori. Comunque altri lavori e altre attività portano altre competenze, che non avremmo se passassimo le giornate in casa attaccati a un PC. Ogni attività è una finestra sul mondo, che porta nuovo materiale per le nostre storie.

  • Il mio lavoro mi ha regalato, e mi regala, innumerevoli occasioni di incontro.

Questa è proprio una peculiarità della mia attività. Vedo almeno quattro clienti ogni giorno, e in più ci sono i colleghi, il cameriere del ristorante, il benzinaio… Non mi posso certo lamentare che mi manchi il contatto con le persone. E voi sapete quanto questo sia fondamentale per nutrire la nostra scrittura, in particolare la capacità di creare personaggi “vivi”. A me una volta è addirittura successo di incontrare una mia personaggiA in carne ed ossa… e sono quasi cascata a terra quando, poco dopo, ho conosciuto il marito, che assomigliava in modo impressionante al compagno che le avevo dato nella mia storia!

  • In conclusione…

Nonostante gli inevitabili incazzi, qualche frustrazione, le giornate no, la pressione verso gli obiettivi, ho imparato a essere grata per il mio lavoro. Cerco di onorarlo, di svolgerlo bene, al meglio delle mie possibilità. Quando riesco, ci ficco dentro qualche competenza acquisita grazie alla mia passione per la lettura e la scrittura. Quando è proprio impossibile, non importa: il bicchiere è molto più che mezzo pieno. Speriamo che duri.

Non significa che non mi piacerebbe fare il colpaccio, eh. E non significa nemmeno che dalle mie parti sia tutto rose e fiori. Proprio per niente. Ma cerco di essere equilibrata e positiva, finché è possibile.

E voi? Che rapporto avete con il vostro “day job”?

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È settembre, felice Anno Nuovo!

1 Settembre 2015 by Serena 20 commenti

Cari,

come state?  Io ho lasciato la Sardegna sabato sera (tardi) e lunedì mattina (presto) ero al lavoro. Quindi in circa 36 ore sono passata

da qui

WP_20150822_004

a qui

Tangenziale Ovest

senza passare dal Via. Ho ancora qualche crisi di identità che curo con pane carasau e Nutella, ma nel complesso sto bene. Soprattutto sono contenta di ritrovare una connessione decente, la Furia Buia (che è rimasta a casa, a fare la guardia alla tastiera), e soprattutto voi :D.

Come sono state le vostre vacanze? Io ho tenuto le dita incrociate fino alla fine, ma ora posso dirlo: dio, che bella vacanza. Da tutti i punti di vista. Era un po’ che non capitava! Mi sono riempita gli occhi di bellezza fino a scoppiare, e adesso spero di riuscire a tenerla dentro per un po’ e a metterla nella cose che scrivo. È quello che cerco di fare sempre.

(A dire la verità, però, i paesaggi di Anna e compagni sono un po’ diversi. Assomigliano di più a questo qui sotto:)

I paesaggi di
Lake Forest, Oregon

Poco importa, sempre di bellezza si tratta. Sono stata fortunata. E non posso non pensare che per qualcuno l’estate, forse, non è stata altrettanto piacevole. La sfiga non va in vacanza, purtroppo, e i disastri del mondo nemmeno; è anche per questo che leggiamo e scriviamo storie. La settimana scorsa la mia amica Grazia  ha pubblicato questa citazione di Diane Setterfield: 

Non ce l’ho con gli amanti della realtà, quanto con la realtà stessa. Quale aiuto, quale consolazione viene dalla realtà, paragonata a una storia? Cosa te ne fai della realtà a mezzanotte, nel buio, quando nel camino il vento ruggisce come un orso? Quello che ti serve è il caldo conforto di una storia.

Non si può che essere d’accordo, vero? Ecco, io spero che in ciò che scrivo ci sia anche questo: un caldo conforto che raggiunga qualcuno che ne ha bisogno. Nelle mie storie parlo anche di cose tristi, non ce la faccio a scrivere solo unicorni e arcobaleni; però ci deve essere sempre un sole che sorge, alla fine di tutta la faccenda. E chi mi conosce da un po’ lo sa perfettamente 😉

È anche per questo che, lavorando alla revisione di Cristallo, ho inserito una piccola modifica. Piccola mica tanto, credo: la signora Silvestro non è affatto piccola. Veste una 46 abbondante e quando parla la si sente, oh se la si sente. Ha una voce profonda, con tonalità vicine a quelle maschili, leggermente gracchiante tipo fumatrice; di quelle voci che coprono le altre anche se non urlano. Quando si è presentata alla porta chiedendo di essere inserita nel cast, non ho potuto fare altro che accettare. Ha esordito dichiarando che era stufa di sentire le lagne di Anna e che non vedeva l’ora di strapazzarla un po’; il suo lavoro sarà, appunto, quello di ricordare ad Annina nostra che non è il caso di passare tutto il tempo a guardarsi l’ombelico. Potresti non accorgerti che stai per sbattere nel vero amore, per esempio, o in un Gratta-E-Vinci miliardario.

…e avrete capito un paio di cose: che, come molti scribacchini, soffro di allucinazioni. Quando vedo un personaggio lo vedo, nel senso letterale del termine. E che in queste tre settimane ho lavorato molto alla mia storia. Anche per questo sono stata così felice; per me scrivere fa parte della felicità.

Che si diceva? Ah, sì, gli auguri di Buon Anno! Ormai è chiaro che non sono l’unica a considerare il primo di settembre come il vero inizio di tutto quanto. Anche quest’anno, purtroppo, non è arrivata la lettera da Hogwarts,

Lettera da Hogwarts

quindi niente partenza dal binario 9 e 3/4. Ma ho fatto buoni propositi, in vacanza, primo fra tutti quelli di scrivere molto e sorridere di più, ed è un po’ come partire lo stesso per un viaggio. Se anche voi partite, per Hogwarts o per la destinazione dei vostri sogni,  allora accettate il mio augurio. Divertitevi, tanto. Se avete una storia dentro scrivetela, e se no leggetene tante e di quelle belle. Iniziate qualcosa, che sia un centrino all’uncinetto o il blog a cui pensate da tanto tempo; lasciate stare la palestra ed iscrivetevi ad un corso di ballo, o anche di cucina, va bene lo stesso, e ‘fanBIP la dieta. È settembre, ricomincia tutto. Ricominciate a sognare 🙂

E voi? Per che viaggio partite, quest’anno?

Il binario 9 e 3/4

Archiviato in:Blog Contrassegnato con: Buon Anno, Cose belle, Frammenti di Cristallo, frammenti di me, Inizio, Mrs. Silvestro, Settembre, Storie belle, Vacanze, Viaggio

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