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Serena Bianca De Matteis

For the Love of all Creatures

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Storyboard

Storyboard analogiche e digitali

29 Marzo 2017 by Serena 17 commenti

Una volta che abbiamo accettato il concetto che pianificare un romanzo è fondamentale, proviamo a entrare nel concreto. Gli iscritti alla mia lista hanno ricevuto nel mese di febbraio un esempio di storyboard. Di cosa si tratta? Del “piano”, analogico o virtuale, sul quale si organizza la storia. Avete mai provato a farne uno?

Storyboard nella stanza-studio di Faulkner

La storyboard (che per me è femmina, perché di base si tratta di una lavagna) è tipicamente uno strumento degli sceneggiatori. Ecco come ne parla Blake Snyder, sceneggiatore e autore di Save the Cat!:

La mia è una grande lavagna di sughero che ho appeso al muro… e che fisso a lungo. Il metodo che uso è prendere un blocchetto di schede e una scatola di puntine da disegno e attaccare i beat sulla lavagna, spostandoli secondo le mie necessità. Ho molti blocchetti di schede, sia per copioni terminati che per lavori in fase di sviluppo: li tengo da parte, legati con un elastico e catalogati per progetto. E se voglio riprendere uno di questi copioni non devo fare altro che tirare fuori il blocchetto, riattaccare le schede alla lavagna, capire dove ero rimasto con un’occhiata veloce e decidere se è il caso di chiamare Mike (amico e mentore, n.d.r.).

La Lavagna è un modo per vedere il film prima di iniziare a scriverlo, per mettere alla prova facilmente opzioni differenti per scene, archi narrativi, idee, spezzoni di dialogo e ritmi, e stabilire se funzionano… o se fanno soltanto schifo. E anche se questo progetto non si può chiamare esattamente ‘scrivere’, e potreste anche abbandonarlo del tutto nella furia della stesura, è sulla Lavagna che potete sperimentare con la vostra storia, e capire se il vostro film ha una buona trama. La Lavagna è l’unico strumento che conosco in grado di aiutarvi davvero a costruire la creatura perfetta. […] Lavorare alla lavagna è molto diverso che digitare su una tastiera. Ci vogliono penne, schede, puntine da disegno, tutte cose da toccare, vedere, e con cui giocare.

 

Storyboard à la Blake Snyder
Storyboard à la Blake Snyder

Non posso che consigliarvi di proseguire la lettura del capitolo, anzi, di procurarvi il libro e leggerlo tutto.

Sì, ma io sono uno scrittore, non uno sceneggiatore!

La storyboard di "Catch-22" di Joseph Heller
La storyboard di “Catch-22” di Joseph Heller

E perché, tu non pensi per sequenze e scene? Che sia una panoramica dall’alto o il close-up su un viso segnato dal tempo o una sequenza alla Matrix, sempre di scene si tratta. In un mondo dove Facebook è già vecchio e Instagram cresce a due cifre all’anno, io un’opportunità alla gestione per scene la darei. C’è sempre tempo, dopo aver costruito una struttura solida, per arricchire il linguaggio ed affinarlo. Prima, però, le sequenze dovrebbero essere ben chiare in testa.

Come realizzare la tua storyboard

Ci sono mille modi di realizzare la propria storyboard, o Lavagna. Io nel mio piccolo ne ho create tre: quella di Buck, quella del seguito di Buck e la terza di un romanzo che forse non vedrà mai la luce, ma è lì in attesa. Tre, in varie versioni. Ecco quello che ho imparato fino ad ora. Il solito disclaimer: per me la storyboard è stata uno strumento fondamentale per finire il primo romanzo, ma non è detto che funzioni anche per voi. Io personalmente ho scoperto di essere molto visiva e questo è ciò che funziona per me.

  • Scegliete una superficie comoda e ampia. Può essere chiara o scura o del colore che preferite, purché sia bella grossa. Deve darvi la possibilità di spostare gli elementi della storia a vostro piacimento senza preoccuparvi di quanto spazio vi resta. Per quanto riguarda me, ho creato delle “strisce” unendo delle vecchie locandine in formato A3. Terminata la sessione di lavoro, le ripiego sulle giunture e metto via senza problemi. Si possono comprare dei cartoncini bristol ma valutate anche di utilizzare una porta, il pavimento, l’anta di un armadio, un tavolo libero. La parola d’ordine è: spazio a volontà.
  • State in piedi. Strutturare una storia è una faccenda dinamica, non statica. Dovete essere lucidi e svegli; potreste aver bisogno di passeggiare nervosamente avanti e indietro, come quando vostra moglie ha partorito, e anche questo è un parto, no? Inoltre dovete poter fare qualche passo indietro per vedere la storia nella sua globalità, soprattutto se usate una codifica a colori. Il che ci porta al consiglio numero tre:
  • Usate una codifica a colori. La codifica ovviamente la stabilirete voi. Io utilizzo un colore per ogni personaggio e un colore per ogni atto (mi baso sempre su una struttura in tre atti).
  • Non fate i tirchi coi materiali. O meglio: lavorate su un medium che vi piace e, soprattutto, vi è comodo. Snyder e coloro che scrivono storie nel mondo anglosassone utilizzano molte le archive card, queste qui  (foto9). Io uso i Post-It colorati e mi trovo benissimo: in casa ne tengo giusto qualcuno di scorta, nel caso la produzione dovesse cessare globalmente
  • Per prima cosa, segnate in alto i momenti della trama. Partite con una bella struttura semplice in tre atti che non sbagliate mai (si vi chiedete di che diavolo sto parlando, andate qui. Oppure andate qui e scaricatevi il mio esempio in pdf.). Prima la fabula, poi l’intreccio, quindi setup, evento scatenante, primo punto di svolta, momento centrale eccetera. Possibilissimo che il lettore non incontri poi, nel testo, i fatti nell’ordine in cui stanno sulla storyboard.
  • Sulla sinistra mettete i vostri personaggi, uno per riga. Solo i principali per cominciare. Almeno due: protagonista e antagonista. Se non c’è un vero antagonista, identificate una forza antagonista. Avete comunque bisogno di comprendere come agisce.
  • E’ il momento di tirare fuori i vostri Post-it o schede archivio o cartoncini colorati! Scrivete su ogni cartoncino quello che succede.
  • Poche parole e scrivete grande. Sulle schede non ci sta molto, sui Post-It anche meno. Non vale scrivere piccolo piccolo per farci stare tutto. Se avete bisogno di scrivere molto in questa fase, forse c’è qualcosa che non va: non avete ancora le idee ben chiare su cosa deve succedere. Usate poche parole ed esprimete concetti chiari ridotti all’osso.
  • Un Post-It, una sequenza.  Una sequenza è un insieme di scene; la suddivisione è empirica e non vi sono regole esatte. Troppe parole corrispondono quasi certamente a più sequenze, e allora dovrebbero stare su Post-It diversi. “La mamma incarica Cappuccetto Rosso di portare il pranzo alla nonna”. Per cominciare. Poi si può “stringere” l’inquadratura nel dettaglio sulle scene che compongono la sequenza: dialogo tra Cappuccetto e la mamma, Cappuccetto che si prepara tutta felice mentre la mamma guarda apprensiva il bosco, Cappuccetto che esce e mamma sulla soglia, monologo interiore della mamma, flusso di coscienza spensierato della figlia. Noi sulla prima storyboard metteremo solo sequenze: i momenti fondamentali della trama.
  • Man mano che scrivete le sequenze sui cartoncini, fissateli sulla storyboard al posto giusto. Tutto qui? Eh. Provate, e poi fatemi sapere. Io utilizzo una semplicissima struttura in tre atti, con il secondo atto, quello centrale, diviso in due parti (prima e dopo il midpoint).
  • Giocate con le posizioni fino a quando ne siete soddisfatti. Fino a quando i buchi sono colmati, la storia fila, quello che succede su una riga è coerente con quello che succede sulla riga sotto. Non stancatevi mai di sperimentare, spostare, provare e considerate che di sicuro, quando affronterete la prima stesura, dovrete tornare alla storyboard per continui accordi ed aggiustamenti.

    Storyboard portatile: è pieghevole. Anche la mia!
    Storyboard portatile: è pieghevole. Anche la mia!
  • Questa è una delle parti più divertenti e creative della stesura di una storia. godetevela, anche se capiteranno momenti in cui vi bloccherete per sbattere la testa contro il muro.

In questo periodo mi trovo bene con una storyboard analogica: locandine A3 attaccate tra loro con lo scotch. Ma in passato ne ho usata con soddisfazione una digitale. Dove, come, quale? Ma la bacheca di Scrivener, ovviamente! Questo però ve lo racconto nel prossimo articolo, perché mi serve spazio, e credetemi che Sua Maestà Scrivener merita che si spenda qualche parola su di Lui.

Archiviato in:Per chi scrive Contrassegnato con: pianificare un romanzo, Storyboard

La struttura narrativa

1 Febbraio 2017 by Serena 13 commenti

…dal 2013 ad oggi ho tenuto in sospeso un principio di romanzo: perché? Perché ho paura dei miei errori e il mio desiderio è pubblicare ed essere gradit*, per continuare a raccontare. Come posso superare questo ostacolo?

raccontare una bella storia
Lago di Endine, 31 dicembre 2016

Questa frase è tratta da un’email alla quale ho promesso di dare riscontro sul blog. Spero con oggi di cominciare a mantenere la promessa. Premetto che non sono una professionista e sicuramente le mie risposte sono tutt’altro che perfette: faccio solo del mio meglio, in base alla mia passione e alle mia esperienze di lettura e scrittura.

A fine novembre sono stata provocata da Daniele con questo articolo sulla struttura. Che potevo fare se non accettare la sua proposta di scrivere un guest post?. L’articolo che leggete doveva essere un preambolo al mio guest post, invece – causa i miei tempi biblici di pubblicazione – è un post-ambolo, ma fa niente: l’argomento non invecchia mai.

Si diceva da Daniele che le storie dovrebbero seguire una struttura, o meglio: gli scrittori dovrebbero seguire una struttura quando mettono insieme una storia. Io non potrei essere più d’accordo.

Nel mio primo commento a caldo, mi sono permessa di prendere amorevolmente per i fondelli quanti confondono le strutture narrative con le regolette da applicare e/o prendono in giro quelli che “seguono le regole”. Costoro sono allergici già solo alla parola “struttura”, non sono sicura che perdano del tempo ad approfondirne il significato. Così vorrei usare un po’ del mio, di tempo, per illustrare il modo in cui, a mio parere, la riflessione sulla struttura può migliorare molto la qualità di un prodotto narrativo, lungo o breve che sia.

  1. La struttura non si “applica” perché non è una regola: esiste e basta.

È naturale, innata e oggettiva. Una storia è, o dovrebbe essere, una sequenza di cause ed effetti, su piani diversi; perfino un flusso di coscienza alla fine ha la sua logica.

Poi, tutti noi come esseri umani viviamo in una struttura in tre atti; abbiamo un inizio, uno svolgimento e una fine. Si nasce, si vive, si muore, può non piacerci ma è così, e le strutture tripartite sembrano congeniali al modo di pensare della razza umana. Dio Uno e Trino. La Sacra Famiglia: Madre, Padre e Figlio. Brahma, Shiva e Vishnu. Le tre Parche, le tre Grazie, l’Io l’Es e il Super Io. Devo continuare?

2. La struttura narrativa è in atto quando succede qualcosa. Qualsiasi cosa.

Diversamente, la storia non è; magari si tratta di un bel documentario ma non è né un romanzo né un film né un altro prodotto narrativo. Anche se, comunque, ora si tende a infilare storytelling dappertutto (chissà perché, eh?) e quindi anche i documentari diventano storie ogni volta che è possibile.

Un piccolo caribù trotterella nella steppa dietro alla madre (setup, primo atto, mondo originale…), resta indietro (problema! Conflitto!), un branco di lupi se ne accorge (escalation!) Riuscirà il piccolo caribù a sfuggire ai lupi affamati? (domanda narrativa principale, tema, cuore della storia) Fiuuuu, meno male, per questa volta ce l’ha fatta (terzo atto, risoluzione del conflitto).

Ovunque succeda qualcosa, c’è uno stato iniziale, un movimento che rompe l’equilibro, un nuovo equilibrio. Leggi della Fisica. Mondo normale, conflitto, risoluzione del conflitto: ecco una storia.

Mi è successo non molto tempo fa di dire, a una cara persona che mi fece leggere un suo racconto, “questo non è un racconto”. “Perché?” “Perché non succede niente. Poni delle premesse, descrivi una situazione ma non succede niente. Al massimo è un primo capitolo. Un’introduzione. A me serve una storia.”

3. La struttura non è nemica degli scrittori, è la loro migliore amica.

Davvero mi sfugge come si possa lavorare ad un’opera complessa, diciamo dalle 50.000 parole in su, senza avere un piano. Un’idea generale di struttura serve – dovrebbe servire – anche per un racconto, anzi, serve a maggior ragione per la narrativa breve, che deve creare interesse, far salire la tensione e risolverla con poche parole. E in più, lasciarti anche con un po’ di nostalgia per il mondo che è stato raccontato.

Si può e si dovrebbe riflettere anche sulla struttura di una scena: il solito Randy, quello del Fiocco di Neve, ha scritto un interessante articolo in proposito, che prima o poi forse tradurrò. A fronte di scrittori che ragionano per scene, vi sono anche editor che lavorano principalmente sulle scene e le tagliano senza pietà quando sono senza scopo nell’economia della narrazione. Sì, avete indovinato: via, zac, anche se sono “bellissime”.

Come sottolinea anche Daniele nel suo articolo, non solo la struttura non imbriglia la creatività ma l’aiuta e la stimola; quanto meno aiuta ad accertarsi che siano presenti, oltre ad abbellimenti e orpelli, anche gli ingredienti fondamentali della narrazione. Lo sappiamo tutti che ci sono storie senza una premessa, carenti di ambientazione – che sembrano vivere in una provetta; o storie senza conclusione, che ti fanno venir voglia di lanciare il libro contro il muro, o portarlo in bagno e destinarlo a più utili scopi.

Eh, che banalità che dico. Lo sanno tutti che in una storia ci deve essere un conflitto, vero? In teoria, sì. In pratica, no. Fidatevi.

4. Conoscere la struttura significa essere consapevoli delle fasi emotive della narrazione.

La struttura di base offre al narratore uno strumento eccezionale per la gestione della tensione. E questo, in ultima analisi, serve ad offrire al lettore un’esperienza emotiva intensa e soddisfacente.

A casa di Daniele mi sono dilungata sul momento centrale, il Midpoint: ma ogni momento della narrazione meriterebbe di essere analizzato con montagne di esempi e compreso a fondo.

5. La conoscenza della struttura può trasformare uno scribacchino in un narratore.

La struttura viene prima di tutto; stiamo parlando di qualcosa che, nella stratificazione di una storia, precede di molto l’uso elegante, originale, appropriato delle parole. L’uso della lingua entra nello scrittore per osmosi  a partire dalla più tenera età, quando mamma e papà ti leggono una storia prima di fare la nanna, e si affina in tenera età leggendo tantissimo. Recuperare dopo, a parte casi rarissimi e stili particolari, è un’impresa titanica. E spiegare l’uso della lingua non si può, è come cercare di illustrare a un alieno il concetto di destra e sinistra. Lavorare sulla struttura è enormemente più facile e dà risultati più immediati e soddisfacenti; perché un ottimo storytelling si fa perdonare un sacco di magagne stilistiche.

6. Imparare la struttura si può. E si dovrebbe fare come prima cosa.

Pare che il sapere narratologico italiano sia riservato a un’élite che si esprime per geroglifici; se un povero cristiano qualsiasi ne vuole capire qualcosa, sono problemi suoi. Non metto in dubbio che esistano buoni testi italiani (Eco e Calvino, che guarda caso nel mondo anglosassone non si sono trovati troppo male…) ma confrontate qualcosa di più recente con i libri di McKee, Truby, Syd Field, Lajos Egri o il divertente “Save the Cat” di Blake Snyder, e poi fatemi sapere. Alcuni titoli interessanti sono stati tradotti in italiano da Dino Audino Editore e no, non prendo nessuna commissione per questa segnalazione, parlo di chi mi pare e soprattutto piace.

Se qualcuno desidera approfondire, a suo tempo ho pubblicato qui un elenco di cinque libri da leggere per incominciare. Secondo me quella lista è ancora attuale, anche se per nulla esaustiva: mi sono imposta di segnalare cinque libri, e di immaginare che il lettore non avesse mai letto prima un libro sulla struttura. Prima o poi creerò qui nel blog una lista di titoli e risorse, quindi se avete segnalazioni da fare ben vengano.

Storyboard di Buck
AperiLibro di settembre 2016: mostro come è nato “Buck”

E io? Uso la struttura quando penso a una storia? Nella foto – orribile perché non è una foto, è un fotogramma di un video – si vede la prima metà della storyboard di “Buck”. Ogni post-it una scena, un colore diverso per ogni personaggio. La mostravo durante una presentazione per rispondere alla domanda  di una lettrice.

E voi? Avete mai provato ad analizzare le vostre storie in termini di struttura?

Analizza la struttura della tua storia con il supporto di una storyboard

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